Trump accoglie Xi Jinping alla Casa bianca tra battute, panda e i patron delle Big Tech. Ma la vera partita tra Usa e Cina si gioca sull’IA, i dazi e Taiwan
Il tappeto rosso in aeroporto, lo sfottò a Biden, la banda in costume coloniale sul prato della Casa bianca, il brindisi in ricordo delle aperture di Nixon a Pechino, il protocollo infranto sul Marine One e i padroni dell’intelligenza artificiale e della finanza a cena. Durante il summit, i due presidenti hanno discusso di commercio, tecnologia e conflitti internazionali, tra battute, sorrisi e la promessa di due panda destinati allo zoo di Atlanta. Ma sui dossier più scottanti restano le distanze
C’è stato un momento, nel primo pomeriggio di ieri a Washington, che racconta forse più di qualunque comunicato ufficiale lo stato dei rapporti tra Usa e Cina. Donald Trump ha accompagnato Xi Jinping lungo quella che i cronisti della Casa bianca chiamano ormai la Presidential Walk of Fame, il corridoio vicino allo Studio Ovale foderato di ritratti dei suoi predecessori, con tanto di lunghe targhe esplicative sormontate da decalcomanie d’oro nello stile kitsch di Mar-a-Lago. Arrivato davanti alla propria immagine, il presidente degli Stati Uniti ha indicato due volte se stesso: “Trump, e quello è Trump”, ha ripetuto. Poi si è fermato davanti al riquadro successivo, che sostituisce il ritratto del suo predecessore, Joe Biden. “E questa è l’autopen”, ha scandito, sorridendo e dando una pacca sul braccio al presidente cinese, che è scoppiato in una risata. Può sembrare un dettaglio da nulla, quasi uno sfottò tra amici, eppure racconta bene lo spirito con cui il magnate repubblicano ha voluto costruire l’intera visita di Stato. Non solo un vertice sui grandi dossier che riguardano tutto il Pianeta, dall’intelligenza artificiale, ai dazi, alla questione di Taiwan fino alla guerra contro l’Iran, ma una messinscena fatta di battute, favori personali e di una teatralità cordiale quasi da compagni di viaggio più che da rivali, prossimi a diventare nemici dichiarati.
Non è un caso che il trattamento sia toccato proprio a Xi, alla sua prima visita alla Casa bianca dopo oltre un decennio e al terzo incontro con Trump da quando questi è tornato al potere. La sera prima il presidente statunitense lo aveva accolto di persona sul tappeto rosso srotolato alla base aerea di Andrews, in Maryland, un gesto che un inquilino della Casa bianca non riservava a un ospite straniero dal 1962. Quindi, dal suo social Truth, aveva voluto fugare ogni dubbio sorto da alcune indiscrezioni circolate negli scorsi giorni sulla salute di Xi, scrivendo di averlo trovato “forte, vigoroso e in forma, più che mai”, aggiungendo che la first lady cinese, Peng Liyuan, era «BELLISSIMA», tutto rigorosamente in maiuscolo.
Un’amicizia esibita fin dal cancello d’ingresso
Il benvenuto ufficiale era arrivato nella tarda mattinata americana di ieri, quando la fanfara dell’esercito statunitense, l’Old Fife & Drum Corps, ha accompagnato Xi e la moglie Peng Liyuan nel giardino delle Rose della Casa bianca, mentre la canzone “Hail to the Chief” risuonava nel Grand Foyer al momento del loro ingresso insieme alla first lady Melania Trump. Ad attenderli c’erano la capo di gabinetto di Trump, Susie Wiles, il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il vicepresidente JD Vance con la moglie Usha.
Sin dai primi discorsi pronunciati in quest’occasione, il presidente degli Stati Uniti si è lasciato andare al lessico dell’amicizia personale. “Sono felice di darvi il benvenuto nella splendida Casa Bianca, che grande onore!”, ha detto, rivolgendosi agli ospiti. “A maggio abbiamo avuto il grande privilegio di vederci a Pechino, dove ci avete accolto con un’ospitalità spettacolare e bellissima. Ora io e Melania siamo onorati di ospitarvi a Washington, perché il presidente Xi diventa oggi il primo leader cinese a compiere una seconda visita di Stato formale in America”, ha aggiunto, abbandonandosi per un attimo ai ricordi per ribadire il legame con il suo omologo cinese. “Dal momento della mia prima elezione, nel 2016, il presidente Xi e io abbiamo forgiato un’amicizia, un’amicizia davvero grande, costruita sul rispetto reciproco e sugli interessi vitali dei nostri popoli”. Quindi Trump ha rivendicato gli “straordinari progressi” ottenuti sul fronte commerciale, in realtà poco più di una tregua sui dazi reciproci annunciata poco prima della visita di Xi, annunciando discussioni aperte su “questioni urgenti” legate a sicurezza, tecnologia e intelligenza artificiale, che lui chiama, con una sigla giudicata meno allarmante, ha ribattezzato “super intelligenza”. “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono grandi Paesi”, ha poi concluso.
Da parte sua, Xi ha risposto adottando lo stesso registro cordiale, sebbene con accenti più istituzionali. “Sono negli Stati Uniti su invito del presidente Trump per portare avanti la nostra amicizia, ampliare la cooperazione e promuovere il benessere dei nostri due popoli”, ha detto il capo della Repubblica popolare, ricordando come “Cina e Stati Uniti, in quanto grandi Paesi, portino la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso dell’umanità”. Inoltre, si è detto pronto a lavorare con il suo omologo statunitense per “guidare la nave gigante delle relazioni tra Cina e Stati Uniti su una rotta stabile verso il futuro”. Gli interessi dei due Paesi, ha infatti spiegato, “sono profondamente intrecciati”, e se la cooperazione bilaterale non può risolvere ogni problema del mondo, “senza di essa sarebbe difficile risolverne molti”. Insomma, entrambi sono d’accordo almeno su un punto: il mondo non può prescindere dal rapporto tra Washington e Pechino. Non a caso, forse, Xi ha colto l’occasione anche per un piccolo vanto diplomatico, notando come uno scambio di visite ufficiali così ravvicinato nel tempo (lui a Washington dopo che il viaggio di Trump a Pechino a maggio) non ha precedenti nella storia delle relazioni fra le due potenze.
La vera posta in gioco è l’IA
Al netto della cornice cerimoniale, però, il tema che ha pesato più di ogni altro sul vertice è stato l’intelligenza artificiale e Xi lo ha voluto dire a chiare lettere. “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale”, ha osservato. “Abbiamo sia la capacità sia la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, assicurandoci che il suo sviluppo resti sempre sotto il controllo umano e serva il benessere delle persone”.
Trump, che da tempo sostiene come su questo terreno gli Usa debbano correre più veloce della Repubblica popolare, aveva anticipato il tema la mattina stessa sul suo social Truth, scrivendo che l’IA sarebbe stata “un importante argomento di discussione” con Xi. “Ma voglio lasciarla esattamente dove si trova”, ha precisato, rilanciando la sua contrarietà a una maggiore regolamentazione del settore che, a quanto affermato dal presidente statunitense, coinciderebbe con la posizione cinese.
Poco dopo, Xi ha rilanciato, adottando quasi le stesse parole già pronunciate in passato sullo stesso tema. “Dovremmo coesistere in pace”, ha dichiarato, tramite l’interprete, il presidente cinese dal prato della Casa bianca. “Come ho detto molte volte, Cina e Stati Uniti, in quanto due grandi Paesi, hanno tutto da guadagnare dalla cooperazione e tutto da perdere dalla competizione”, ha aggiunto. “Non c’è bisogno di evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e mantenersi entro certi limiti”.
Tuttavia, il contenuto più sostanzioso dei colloqui, svoltisi nello Studio Ovale a porte chiuse, è arrivato solo più tardi, in un resoconto divulgato dal ministero degli Esteri di Pechino tramite l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Cina e Stati Uniti, si legge, hanno “un ampio margine di cooperazione” sull’IA, e invece di “guardarsi in cagnesco” dovrebbero puntare sui rispettivi punti di forza e vigilare insieme contro gli usi impropri delle nuove tecnologie.
Taiwan e Iran: le linee rosse di Pechino
Ma se sull’IA i toni restano concilianti, malgrado la competizione, su altri dossier, come la questione di Taiwan, Xi non ha voluto arretrare nemmeno di un passo. Durante il colloquio bilaterale a porte chiuse nello Studio Ovale, secondo il resoconto dell’agenzia Xinhua, il presidente cinese ha detto a Trump di sperare che gli Stati Uniti “sostengano una corretta postura di opposizione all’indipendenza” dell’isola e che gestiscano “la questione con prudenza”.
Questa richiesta, se accolta, romperebbe l’ambiguità che Washington ha mantenuto per decenni. Gli Stati Uniti, va ricordato, non hanno mai sostenuto l’indipendenza di Taiwan, ma nell’ambito della “politica di una sola Cina”, adottata tra l’altro anche dall’Italia, riconoscono la Repubblica popolare come l’unico governo legittimo dell’intero Paese e la posizione ufficiale di Pechino secondo cui l’isola ne fa parte, senza però aver mai accettato la pretesa di sovranità del Partito comunista su Taipei, di cui restano il principale fornitore di armi e garante di sicurezza, come previsto dal Taiwan Relations Act approvato dal Congresso nel 1979. La Repubblica popolare, che non esclude di riprendere l’isola con la forza entro il centenario della sua fondazione (nel 2049) pur non avendola mai controllata, si oppone da sempre a tali vendite di armi e, in particolare, all’ultimo affare da 14 miliardi di dollari negoziato tra Washington e Taipei.
I due presidenti, però, sempre secondo Xinhua, hanno affrontato anche un altro tema fonte di gravi tensioni internazionali, ossia la guerra scatenata lo scorso 28 febbraio dagli Stati Uniti contro l’Iran, un dossier che riguarda da vicino anche la Cina, alleata di Teheran e principale compratore di greggio iraniano. Xi avrebbe esortato le due parti a risolvere le loro divergenze “il più rapidamente possibile” per via negoziale, assicurando che Pechino sostiene il ritorno al memorandum d’intesa in quattordici punti firmato da Washington con la Repubblica islamica il 17 giugno e pensato per porre fine al conflitto e riaprire lo stretto di Hormuz, nella speranza di arrivare presto anche a un’intesa sul nucleare.
Panda, dazi e un pollice in sù
Sul fronte commerciale, invece, Trump ha rivendicato il lavoro del cosiddetto “Board of Trade”, l’organismo bilaterale nato quest’anno per favorire lo scambio di beni non sensibili tra Cina e Usa, definendolo “un meccanismo del tutto nuovo, un successo clamoroso” e citando il nuovo accesso al mercato cinese per “gli agricoltori e gli allevatori americani”. Poco prima del summit, infatti, i due Paesi avevano già concordato una proroga fino a gennaio della tregua sui dazi reciproci alle importazioni, che per ora ha allontanato lo spettro di una nuova guerra commerciale tra Washington e Pechino, anche se un’intesa più ampia resta lontana.
Ma è stato un altro annuncio, apparentemente non politico, arrivato ieri da Xi in persona, a strappare il sorriso più largo della giornata. Nel giro di pochi giorni, infatti, due esemplari di panda gigante, Ping Ping e Fu Shuang, i cui nomi significano letteralmente: “pace pace” e “doppia benedizione”, arriveranno allo zoo di Atlanta su regalo della Cina. Un gesto simbolico, pregno di significati. Xi ha definito questo animale uno “storico ambasciatore di amicizia”, richiamando una tradizione che risale al 1972, quando il governo di Mao donò una coppia di esemplari agli Stati Uniti subito dopo la visita dell’allora presidente Richard Nixon a Pechino. A differenza di cinquant’anni fa, gli accordi attuali, forse meno romantici, prevedono di affidare comunque alla Repubblica popolare la proprietà dei due animali e degli eventuali cuccioli, oltre a obbligare gli Usa un versamento per la conservazione della specie in Cina.
Prima di chiudersi nello Studio Ovale, poi, i due leader si sono affacciati dal balcone Truman della Casa bianca per una rivista militare di una quindicina di minuti nel giardino sottostante, con tanto di banda in costume coloniale, plotone silenzioso di Marines, fanfara del Corpo, bandiere statunitensi e cinesi, un sorvolo aereo finale. È durante i due minuti dell’esibizione del plotone che Trump si è voltato e ha indicato a Xi il nuovo eliporto appena costruito presso il South Lawn, uno dei cantieri a cui teneva di più. Da parte sua, il presidente cinese è sembrato apprezzare, rispondendo con un pollice alzato e incassando un sorriso soddisfatto del suo omologo statunitense, che prima di rientrare è rimasto brevemente in piedi in silenzio con il suo ospite accanto alle first lady Melania Trump e Peng Liyuan.
Più tardi, però, Trump ha voluto accompagnare Xi a piedi fino all’eliporto, mostrandogli orgogliosamente il granito della pavimentazione: “È un esperto di pietre, tra le tante cose, e ama il buon granito”, dirà dopo il presidente Usa ai cronisti. Quindi, rompendo ogni protocollo di sicurezza, per qualche minuto ha anche fatto salire il suo omologo cinese sul Marine One, indicandogli infine il cantiere della nuova sala da ballo della Casa bianca, riprogettata come schermo per un bunker militare sotterraneo per ottenere il via libera della magistratura ai lavori. Alla domanda su cosa si siano detti davvero tra Taiwan, l’IA e l’arresto dell’editore di Hong Kong Jimmy Lai, condannato a febbraio a vent’anni in Cina, Trump non ha però voluto mai rispondere nel merito alla stampa presente sul prato della residenza presidenziale. Per tutto il pomeriggio infatti, a ogni domanda gridata dai cronisti, la risposta è stata sempre una variazione sullo stesso tema: “È un grande incontro”, ha detto la prima volta. “Abbiamo avuto un grande incontro”, ha poi ripetuto. “È stato un buon incontro, grazie”, ha ribadito, mentre Xi saliva in macchina dopo la fine dei colloqui a porte chiuse nello Studio Ovale, prima di tornare per il galà serale.
Una cena da mille miliardi di dollari
La serata di ieri a Washington si è chiusa infatti con la cena di Stato organizzata nell’East Room con la supervisione della first lady Melania Trump, sotto le porcellane rosse e oro di Ronald Reagan e tra composizioni floreali di dalie e ranuncoli. A dominare la lista degli invitati, più dei diplomatici, c’erano i signori della tecnologia. Al tavolo d’onore, accanto a Trump e Xi, sedevano infatti l’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang, con la moglie Lori; l’a.d. di AMD Lisa Su con il marito Daniel Lin; il patron di SpaceX, Tesla e X, Elon Musk; e l’ex numero uno di Apple, Tim Cook, dimessosi il mese scorso.
Nulla racconta la posta in gioco dietro le cerimonie meglio della presenza di Huang. Arrivato negli Usa proprio da Taiwan con una sola valigia, ha fondato l’azienda che per prima al mondo ha superato i quattromila miliardi di dollari di valutazione grazie alla fame di chip per l’IA. Un tempo evitava accuratamente la politica, arrivando a rifiutare una cena con Joe Biden, ma da quando Trump è tornato al potere ha moltiplicato i propri viaggi in Cina, almeno tre soltanto quest’anno compreso quello del presidente a maggio, e gli incontri diretti alla Casa bianca. Ma ieri non era l’unico capitano dell’industria dell’IA presente. Nella East Room infatti, tra gli altri, si riconoscevano anche Sam Altman e Greg Brockman di OpenAI; Sundar Pichai di Google; Mark Zuckerberg di Meta; Jeff Bezos di Amazon con la compagna Lauren Sanchez; Michael Dell con la moglie Susan.
I padroni delle nuove tecnologie non erano però gli unici rappresentanti dell’élite economica americana presenti alla Casa bianca. Alla cena erano invitati anche i finanzieri Larry Fink, Stephen Schwarzman e Jamie Dimon; la miliardaria Miriam Adelson, l’amministratore delegato di Paramount Skydance, David Ellison, e i volti di Fox News, Bret Baier, Jesse Waters e Laura Ingraham. Accanto a loro una sfilza di figure politiche e istituzionali come il presidente della Corte Suprema John Roberts e i giudici Amy Coney Barrett e Brett Kavanaugh; il segretario di Stato Marco Rubio; il procuratore generale Todd Blanche; i segretari alla Difesa, alla Salute e al Commercio, Pete Hegseth, Robert F. Kennedy Jr. e Howard Lutnick; il direttore della Cia John Ratcliffe, i figli del presidente Ivanka, Eric e Tiffany; lo speaker della Camera Mike Johnson; e il numero uno della Federal Reserve, Kevin Warsh. Da parte sua, a differenza del passato, Xi non ha portato con sé la consueta e folta delegazione di manager cinesi, ma tra i suoi ospiti è comparso a sorpresa il francese Bernard Arnault, patron del gruppo di moda LVMH.
A tavola, intanto, si serviva agli ospiti una vellutata di zucca gialla con fricassea di funghi selvatici, pancetta croccante e olio al cipollotto, un branzino incrostato di sesamo con bok choy brasato, melanzane arrosto e salsa verde e una crémeux alla vaniglia con gelato al miele prodotto alla Casa bianca, frangipane di noci e confettura di amarene. Ma se il menù scelto da Melania era improntato alla semplicità, il brindisi d’apertura è stato più “politico”, prevedendo uno Schramsberg “Blanc de Noir”, omaggio al “Toast to Peace” che Nixon e il premier Zhou Enlai si scambiarono a Pechino nel 1972.
Nel suo discorso durante il gala, Trump ha invitato i presenti a visitare, a fine serata, il cantiere della nuova sala da ballo. “È un trattamento speciale in onore del presidente Xi e di Madam Peng”, ha detto, vantandosi che, se fosse stata pronta, avrebbe potuto ospitare “più di mille persone, tutte in piedi”, invece delle 145 presenti nella East Room. “La volevano da 150 anni tutti i presidenti, e presto l’avremo”, ha ribadito, precisando che l’opera è “a un anno dal completamento”. Quindi il presidente ha definito Xi e la moglie due “persone davvero eccezionali e straordinarie”, ripetendo che pur adottando “sistemi diversi” i due popoli non sono mai andati “così d’accordo”, e chiudendo il suo intervento con un brindisi: “Che i nostri popoli conoscano un futuro di armonia, pace e successo”. Xi, invece, è andato ancora più indietro, evocando la passione di George Washington per le porcellane cinesi, la collaborazione tra Usa e Cina nella Seconda guerra mondiale contro il Giappone, che ha “forgiato un’amicizia nel sangue e nel fuoco”, e la stretta di mano fra Nixon e Mao. “Come un fiume che non smette mai di scorrere, la storia non si ferma mai”, ha detto il presidente della Repubblica popolare, accostando il “Make America Great Again” di Trump alla propria idea di una “grande rinascita nazionale” cinese. A fine cena, come contraltare ai panda promessi allo zoo di Atlanta, il presidente statunitense ha regalato al suo omologo cinese una scultura di un’aquila calva alta circa un metro, disegnata insieme a Melania. “È un simbolo nazionale degli Stati Uniti, l’incarnazione dello spirito libero e slanciato dell’America”, ha spiegato. “Speriamo trovi un bel posto, un posto meraviglioso, a Pechino”.
I cori, i cronisti e il giorno dopo
Non tutto però scorreva liscio ieri a Washington come dentro la East Room. Mentre i fotografi cinesi documentavano ogni istante del vertice, per gran parte del giorno la Casa bianca continuava a negare l’accesso ai cronisti di Cnn, MS NOW e Politico, le tre testate bandite da Trump la settimana precedente, salvo farli rientrare verso mezzogiorno grazie a un’ordinanza ottenuta dai tre network in tribunale. Il presidente Trump ne ha comunque approfittato per scherzare sul fatto che i cinesi abbiano “la stampa più amichevole” di tutte. Il capogruppo dei senatori democratici, Chuck Schumer, è poi arrivato ad accusare Trump di avere “un’attrazione innata per i dittatori”.
Fuori dai cancelli della Casa bianca, intanto, si alzavano cori meno concilianti. All’arrivo di Xi e della moglie sono risuonate le grida dei manifestanti che chiedevano: “Libertà per Hong Kong” e “Libertà per il Tibet”. Prima della cena, un gruppo di dimostranti ha urlato: “Xi Jinping, non sei il benvenuto”, “Taiwan libera” e “La Cina sponsorizza il genocidio”.
Ma mentre i presidenti trattavano a porte chiuse, le rispettive mogli vivevano una giornata parallela. Melania Trump e Peng Liyuan hanno infatti visitato insieme il National Museum of Asian Art dello Smithsonian, dove gli alunni di una scuola locale hanno intonato per loro un coro sventolando le bandiere dei due Paesi e la first lady statunitense ha ricordato “l’infanzia bellissima” nella natia Slovenia. “Sono cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente”, ha raccontato l’ex modella in un’intervista a Fox News, quasi sfidando a distanza il marito. “Ho avuto un’infanzia bellissima”.
Non è finita qui però. La visita ufficiale infatti si chiuderà oggi con un tè alla Casa bianca e una visita delle coppie presidenziali agli Archivi nazionali degli Stati Uniti per ammirare la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione. “È un momento importante per l’America”, ha ricordato ieri Trump. “Il 250esimo anniversario della nostra fondazione”.
L’ospitata di Xi Jinping, a poco più di tre mesi dal loro ultimo incontro in Cina, arriva a poche settimane dalle elezioni di midterm previste a novembre e che si mettono male per il suo partito, con oppositori ed ex sostenitori, scontenti soprattutto per le conseguenze della guerra contro l’Iran, che lo accusano di ignorare le difficoltà del cittadino medio di arrivare a fine mese.
Ma al di là del colore e delle dichiarazioni ufficiali, ad ascoltare con attenzione i discorsi di Xi, anche ieri sono tornate le formule già sentite al summit di maggio a Pechino, segno che non è cambiato molto da allora. La “stabilità strategica costruttiva”, la “trappola di Tucidide” che una potenza emergente e una consolidata dovrebbero evitare, il “vantaggio reciproco” contrapposto al “gioco a somma zero” di cui Pechino accusa Washington, l’invito ad “allungare la lista della cooperazione e accorciare quella dei problemi”, evocate dal presidente cinese di fronte a Trump ricalcano una comunicazione studiata apposta per non lasciare spazio a sorprese e per ribadire con fermezza e cordialità la posizione della Repubblica popolare. A cena, Xi ha usato toni più concreti, parlando di uno scambio “sincero e approfondito” e di un’intesa raggiunta “su molti temi”, capace di dare “nuova sostanza” alla relazione bilaterale, ma senza mai specificare quali.
Resta da vedere se, dietro bandiere, panda, aquile e brindisi, questa seconda visita tra i due leader in pochi mesi lascerà qualcosa di più delle foto di rito.