Xi Jinping va a Washington, Trump lo accoglie con il tappeto rosso: tregua tra Usa e Cina sui dazi fino a gennaio
Il presidente degli Stati Uniti ha ricevuto personalmente il suo omologo cinese alla base aerea di Andrews con un cerimoniale che un capo di Stato Usa non riservava a un ospite straniero dal 1962, aprendo un summit di tre giorni tra promesse di partnership e competizione sull'intelligenza artificiale. Ma su Taiwan e sul sostegno di Pechino all'Iran, le distanze restano
Il leader cinese Xi Jinping è atterrato ieri sera alla base aerea di Andrews, nel Maryland, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha accolto di persona per un summit a Washington dedicato ai rapporti commerciali, alla corsa all’intelligenza artificiale, alle tensioni su Taiwan e alle conseguenze della guerra all’Iran.
Per la prima visita di Xi nella capitale dal 2015, Trump gli ha riservato un’accoglienza che nessun presidente degli Stati Uniti tributava a un ospite straniero dal 1962, quando John F. Kennedy ricevette di persona il premier britannico Harold Macmillan proprio nella base aerea di Andrews. Ad attendere Xi e la moglie Peng Liyuan, ai piedi della scaletta dell’aereo, c’erano lo stesso Trump con la first lady Melania, un tappeto rosso lungo 30 metri, il picchetto d’onore e il sorvolo di due bombardieri B-1.
Poco prima, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, aveva annunciato una tregua sui dazi tra le due potenze, che sarebbe scaduta il 10 novembre ed era stata invece prorogata fino al 10 gennaio. Da qui a domani il programma prevede una cerimonia formale alla Casa bianca, un colloquio riservato tra i due leader, una cena di gala e, in chiusura, una tappa agli Archivi Nazionali.
Un’accoglienza riservata a pochi
L’aereo di Air China con a bordo Xi e la moglie Peng Liyuan, apprezzata cantante d’opera in patria, è atterrato alle 17:39 ora locale (le 23:39 in Italia). Le due coppie si sono strette la mano, hanno scambiato qualche battuta e poi hanno sfilato fianco a fianco davanti alle telecamere, con l’accompagnamento della banda militare della base e il boato dei due B-1 in sorvolo, che ha colto di sorpresa lo stesso Trump, la cui smorfia non è sfuggita ai presenti.
Poco dopo, in una nota del ministero degli Esteri cinese citata dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, Xi ha detto di credere che “la grande rinascita della nazione cinese” e l’ambizione di “rendere l’America di nuovo grande” possano “pienamente coesistere, rafforzarsi a vicenda e avvantaggiare il mondo”, ribadendo che i due Paesi “dovrebbero essere partner e non rivali”.
L’accoglienza riservata a Xi ricorda tanto il 1959, quando il presidente Dwight Eisenhower accolse il segretario sovietico Nikita Kruscev in piena Guerra fredda, quanto il Ferragosto dell’anno scorso, quando lo stesso Trump fece srotolare il tappeto rosso sulla pista di Anchorage, in Alaska, al russo Putin per il vertice sull’Ucraina.
Un programma fitto
Questa mattina è in programma la cerimonia d’arrivo sul prato sud della Casa bianca, con quasi 500 militari in rappresentanza di tutte le forze armate, le bandiere dei due Paesi sul portico meridionale della residenza del presidente statunitense, la Banda della Marina che eseguirà entrambi gli inni e il sorvolo di un B-2 Spirit e quattro F-22. Poi Trump e Xi saranno impegnati in un incontro a porte chiuse, mentre Melania e Peng Liyuan visiteranno insieme il Museo Nazionale d’Arte Asiatica dello Smithsonian per un appuntamento curato personalmente dalla first lady degli Stati Uniti.
In serata, la cena di gala vedrà tra gli ospiti anche i vertici delle principali aziende tecnologiche statunitensi attive nel settore dell’IA. Domani, come anticipato dalla Casa bianca, le due coppie prenderanno il tè prima di una tappa agli Archivi Nazionali per osservare documenti storici “significativi per le relazioni tra Stati Uniti e Cina”. Se nell’ultimo vertice del maggio scorso ad accompagnare Trump a Pechino c’erano personaggi del calibro di Tim Cook, Elon Musk e Jensen Huang, diversamente dal passato, Xi non ha portato con sé la consueta, folta delegazione di manager negli Stati Uniti.
La tregua sui dazi, le terre rare e Taiwan
Ma il risultato più concreto è stato raggiunto ancor prima dell’incontro dei due presidenti, con la proroga della tregua sui dazi, annunciata in serata dal segretario al Tesoro Usa, Bessent. L’intesa era stata raggiunta lo scorso ottobre a Busan, in Corea del Sud, e aveva abbassato le tariffe doganali reciproche e sospeso le restrizioni cinesi all’export di terre rare, in cambio dell’impegno di Pechino ad acquistare soia americana, una promessa mai rispettata.
Fu quell’accordo, però, a permettere ai due Paesi di uscire da una guerra commerciale che, nella primavera dell’anno scorso, aveva spinto i dazi reciproci oltre il 100%. Bessent, che nel fine settimana ha incontrato il vicepremier He Lifeng, ha rivelato ieri alla stampa che la Repubblica popolare ha proposto “un accordo più ampio”, che va oltre i dazi e le terre rare. “Siamo aperti sia a continuare l’intesa di Busan sia a valutarne una più ampia”, ha detto il segretario al Tesoro Usa in conferenza stampa a margine dell’incontro. “Faremo quello che è meglio per il popolo americano”.
Intanto il rappresentante degli Stati Uniti per il commercio, Jamieson Greer, ha anticipato un “Board of Trade” bilaterale, per individuare beni di consumo e prodotti agricoli da proteggere da future dispute commerciali tra i due Paesi. Sulle terre rare, però, Pechino resta cauta. Dall’aprile dell’anno scorso l’export di elementi pesanti come disprosio e terbio è stato sottoposto a licenza, un sistema che difficilmente sarà abbandonato dopo un solo vertice presidenziale, per quanto riuscito possa essere. Al momento, le ambizioni sembrano infatti più modeste. L’amministrazione Trump punta più che altro ad abbassare i dazi cinesi sulle importazioni dagli Usa e ad aumentare l’import di terre rare. In cambio, la Repubblica popolare chiede a Washington di rinunciare alla vendita di 14 miliardi di dollari di armi a Taiwan.
Da sempre la Repubblica popolare chiede a Washington di non intromettersi negli affari dell’isola, che considera alla stregua di una provincia ribelle, mentre gli Stati Uniti mantengono stretti legami commerciali e militari con Taipei. Durante l’ultima visita di Trump a maggio a Pechino, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, Xi aveva avvertito il presidente degli Stati Uniti di possibili “scontri, persino conflitti” se la questione non fosse stata “gestita correttamente”, ribadendo che la “riunificazione” dell’isola alla Repubblica popolare è “inarrestabile”. Non a caso, in un editoriale pubblicato alla vigilia del summit sull’edizione in inglese del Quotidiano del Popolo, organo di stampa ufficiale del Partito comunista cinese, l’ambasciatore di Pechino a Washington, Xie Feng, ha ribadito che “la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina non devono essere violati”, elencando quattro linee rosse: Taiwan, democrazia e diritti umani, il sistema politico cinese e il suo diritto allo sviluppo. Ma i temi da trattare non sono finiti. Oltre alle considerazioni strategiche nel quadro del Pacifico, l’isola resta infatti il primo produttore mondiale di semiconduttori, una risorsa decisiva per la corsa all’intelligenza artificiale che vede protagonisti proprio Stati Uniti e Cina.
La corsa all’intelligenza artificiale
Trump ha liquidato più volte come una “bufala” i recenti allarmi lanciati dai capitani dell’industria hi-tech statunitense sui rischi derivanti dalla mancata regolamentazione dell’IA e, davanti all’Assemblea Generale dell’Onu, ha ribadito la volontà di ribattezzare questa tecnologia “super intelligenza”, respingendo “qualsiasi tentativo di costruire uno schema globalista” di regole per controllarla.
Eppure, secondo un’inchiesta della Cnn, un rapporto di intelligence elaborato con l’IA e divulgato ai massimi vertici delle forze armate Usa la scorsa primavera, nel pieno della guerra con l’Iran, avrebbe quasi scatenato un conflitto tra Stati Uniti e Cina. Il documento segnalava infatti una nave cinese diretta in Medio Oriente con a bordo componenti per un programma atomico militare. Mentre le forze armate statunitensi si preparavano ad abbordare l’imbarcazione, con il rischio di scatenare una guerra con la Cina, l’intelligence ha scoperto che il rapporto era stato elaborato con l’aiuto di un chatbot intelligente, che aveva erroneamente identificato il materiale trasportato come utile a sviluppare bombe nucleari, consentendo ai militari di Washington di interrompere il raid appena in tempo. Non a caso, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha proposto un sistema tra Stati Uniti e Cina per notificare gli incidenti collegati all’IA riguardo la sicurezza nazionale, auspicando maggior trasparenza “tra la prima e la seconda potenza mondiale dell’intelligenza artificiale”. Resta da vedere se e quanto Trump, la cui priorità è battere sul tempo Pechino nello sviluppo di questa nuova tecnologia, condivida l’idea.
Sul tavolo del summit però ci saranno anche i chip. Xi chiederà infatti agli Stati Uniti di non limitare più l’accesso ai semiconduttori più avanzati e di poter vendere negli Usa i chip sviluppati in Cina, mentre i modelli di punta della statunitense Nvidia di Jensen Huang restano ancora esclusi dal mercato cinese, salvo gli H200 concessi a “clienti approvati”. Preoccupa inoltre Washington anche la cosiddetta “distillazione”, la pratica con cui, secondo l’agenzia per la cybersicurezza statunitense Cisa, gli sviluppatori cinesi addestrerebbero i propri modelli attingendo a quelli americani. Ma Pechino non usa mezzi termini. L’ambasciatore cinese all’Onu, Fu Cong, ha accusato “alcuni grandi Paesi”, riferendosi agli Stati Uniti, di voler creare una “gretta cricca del noi contro loro”. Non mancano però altre occasioni di scontro tra le due potenze globali.
Le ombre di Iran e Russia
Sul dossier Iran, ad esempio, pesano le rivelazioni pubblicate oggi dal Wall Street Journal, secondo cui nella prima metà di quest’anno la Cina avrebbe inviato a Teheran circa 1.300 spedizioni di componenti per droni e missili. La prima sarebbe arrivata l’8 aprile, lo stesso giorno del cessate il fuoco mediato tra Usa e Iran, e un’altra due giorni dopo con oltre 6 milioni di dollari di componenti per droni. Tale fornitura, secondo le fonti citate dal quotidiano statunitense, che ha analizzato i dati doganali, si sarebbe rivelata decisiva per i programmi militari della Repubblica islamica, eludendo le sanzioni imposte da Washington. Non è chiaro se Trump solleverà con Xi il ruolo di Pechino nella guerra all’Iran, ma nei giorni scorsi aveva già minimizzato le indiscrezioni emerse da un’altra inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui alcune aziende cinesi avrebbero fornito a Teheran immagini satellitari di una base statunitense in Giordania, prima di un attacco che ha provocato tre morti e quattro feriti tra i militari americani. “Penso che si sia comportato in modo ragionevole, e anche noi ci siamo comportati in modo ragionevole”, aveva detto allora il presidente Usa, riferendosi a Xi Jinping.
Ma sotto la lente di osservazione del vertice finiranno anche i rapporti tra Cina e Russia, mentre Putin prosegue l’invasione dell’Ucraina. Di recente, Trump ha firmato una legge, intitolata al defunto senatore Lindsey Graham, che impone altri pesanti dazi sui maggiori importatori di petrolio russo e iraniano, una lista che vede in cima proprio la Cina, ricevendo tra l’altro il plauso di Volodymyr Zelensky, incontrato ieri al Palazzo di Vetro dell’Onu a New York. Prima del summit, non a caso, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva ricevuto a Pechino l’omologo iraniano Abbas Araghchi, presente ieri all’Onu per il discorso del suo presidente Masoud Pezeshkian. L’obiettivo di Pechino è chiedere a Washington di non sanzionare le banche e le aziende cinesi impegnate negli affari con l’Iran (e con la Russia) e puntare invece a un negoziato di pace piuttosto che sulle soluzioni militari ai conflitti in corso.
Ma potrebbe essere proprio la diplomazia multilaterale la prima vittima del vertice. Un dettaglio non passato inosservato è infatti l’ennesima assenza di Xi Jinping dall’Assemblea Generale dell’Onu, in corso a New York, dove al suo posto interverrà il vicepresidente Han Zheng, che ha anche in programma un incontro con il segretario generale Antonio Guterres. L’unica volta che Xi è salito sul podio del Palazzo di Vetro da presidente della Repubblica popolare fu nel 2015, proprio in occasione della sua visita di Stato a Washington, ma stavolta ha rinunciato. Una scelta che stride con la retorica di Pechino sul ruolo “centrale” delle Nazioni Unite e delle istituzioni multilaterali, ribadita anche nell’ultimo libro bianco pubblicato il 17 giugno, ma che permette di rafforzare l’immagine di una Cina alla pari degli Stati Uniti.