Tutto quello che c’è da sapere sui serial killer americani

Mike Aamodt, professore statunitense di psicologia forense, ha raccolto le statistiche sui serial killer dai primi anni Novanta, studiando più di 3mila casi

Di TPI
Pubblicato il 5 Dic. 2016 alle 11:53 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:19
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Immagine di copertina

Secondo la definizione ufficiale dell’Fbi, un serial killer (omicida seriale) è “l’autore dell’uccisione illegale di due o più vittime in eventi separati”. È facile notare come questa definizione sia piuttosto generica e possa includere criminali che non fanno necessariamente pensare a Hannibal Lecter.

Nel corso del Novecento, anche grazie a romanzi e film, la figura dei serial killer è sempre più entrata nell’immaginario collettivo. Merito delle storie raccapriccianti, frutto in alcuni casi di fantasia – dal Silenzio degli innocenti di Thomas Harris ad American Psycho di Bret Easton Ellis; in altri, pura cronaca nera, assolutamente reale. 

Mike Aamodt, professore di psicologia forense presso la Radford University, è uno dei massimi esperti sul tema. Ha iniziato a raccogliere dati statistici sui serial killer fin dai primi anni Novanta, quando le analisi scientifiche e sociologiche sul tema erano ancora piuttosto rare.

Nel corso degli ultimi 25 anni, Aamodt ha raccolto informazioni su quasi tremila serial killer statunitensi e su diecimila vittime, prendendo in esame omicidi a partire dal 1900 a oggi, per cercare di creare una sorta di profilo ideale di questo genere di figura criminale.

Come riporta la testata Vox, la maggior parte dei serial killer – intesi secondo la definizione dell’Fbi come autori di due o più omicidi, dunque non necessariamente sofferenti di disturbi mentali – uccide semplicemente per piacere. 

Al secondo posto nell’elenco delle motivazioni, quasi a pari merito col primo, un guadagno economico, e al terzo, uno scatto d’ira.

(Grafico elaborato da Vox a partire da dati Radford University)

Se poi, sempre grazie a cronaca nera e opere cinematografiche, i serial killer sono noti per uccidere con metodi inumani e ripugnanti – come Jeffrey Dahmer, che uccise alcune delle sue 17 vittime forando loro il cranio e iniettandovi dell’acido – statisticamente gli omicidi avvengono tramite arma da fuoco.

Si evince dalle statistiche che il secondo metodo più utilizzato, con il 21,7 per cento dei casi, è lo strangolamento; il 14,8 per cento è l’accoltellamento; solo l’1,5 per cento delle vittime è stato colpito a morte con un’ascia, metodo che nella finzione romanzesca o cinematografica è spesso rappresentato.

(Grafico elaborato da Vox a partire da dati Radford University)

Anche il quoziente intellettivo dei criminali, quando possibile rilevarlo, è stato preso in considerazione, segnalando una tendenza a valori più alti nei casi di serial killer che uccidono attraverso l’uso di esplosivi. Nei casi di omicidi legati a un contatto diretto con la vittima i valori tornano nella media.

(Grafico elaborato da Vox a partire da dati Radford University)

Per quanto riguarda il genere delle vittime, basato sull’analisi di 9.915 casi, queste si dividono quasi esattamente a metà tra uomini e donne. Per l’appartenenza razziale, i due terzi delle vittime di serial killer sono bianchi, anche se, calcolando il dato rispetto alla percentuale di cittadini statunitensi neri, la cifra cambia notevolmente a sfavore della popolazione afroamericana.

(Grafico elaborato da Vox a partire da dati Radford University)