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Un barista è stato arrestato in Turchia perché ha detto che non servirebbe mai un tè a Erdogan

L'uomo è il responsabile della caffetteria del quotidiano d’opposizione turco Cumhuriyet

Di TPI
Pubblicato il 27 Dic. 2016 alle 09:00 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:34
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Immagine di copertina

Il responsabile della caffetteria del quotidiano d’opposizione Cumhuriyet è stato arrestato il 24 dicembre per oltraggio ed è ancora sotto custodia.

Dopo essersi trovato la strada sbarrata dalla sicurezza perché il presidente turco stava tenendo un discorso l’uomo, di nome Senol Buran, si è sfogato con un agente di polizia: “Non servirei neanche una tazza di tè a quell’uomo”. In Turchia insultare il presidente può costare fino a quattro anni di reclusione.

Il quotidiano Cumhuriyet è uno dei pochi ad avere adottato una linea editoriale contraria al presidente Erdogan e per questo negli anni ha visto decine di suoi dipendenti arrestati, indagati o licenziati.

Un mese fa dieci membri dello staff del giornale sono stati arrestati e sono in attesa del processo con l’accusa di avere supportato i miliziani curdi e il religioso Fetullah Gulen, ritenuto dalle autorità turche l’ideatore del tentativo di colpo di stato fallito nel luglio del 2016.

L’ex direttore di Cumhuriyet, Can Dundar, scampato a un tentativo di assassinio, è fuggito in Germania in attesa dell’esito del processo di appello contro la condanna a 5 anni e 10 mesi di reclusione per aver rivelato segreti di Stato. 

Dundar, che si è dimesso da direttore e continua solo a scrivere come editorialista, è ricercato dalla giustizia turca che ha emesso contro di lui un mandato di cattura internazionale. È accusato di aver pubblicato la notizia della consegna di armi da parte dei servizi segreti turchi a formazioni jihadiste in Siria. 

Da anni, Ankara è al centro di polemiche per le limitazioni alla libertà d’espressione e di stampa. La situazione è ulteriormente peggiorata dall’entrata in vigore, lo scorso 20 luglio, dello stato di emergenza, dopo il tentativo di colpo di stato.

Stando a dati forniti dal ministero dell’Interno, negli ultimi sei mesi, ossia dal golpe dello scorso 15 luglio, oltre 10 mila persone sono state messe sotto inchiesta per dei post su Facebook, Twitter o YouTube.

Le motivazioni dei provvedimenti sono spesso legate a presunte attività terroristiche, che però, il più delle volte, si riducono a condivisione di materiale poco gradito all’establishment di Ankara. 

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