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Dal Covid a George Floyd: un disastro dopo l’altro. E ora Trump rischia davvero di perdere le elezioni

Di Luca Serafini
Pubblicato il 3 Giu. 2020 alle 13:41 Aggiornato il 4 Giu. 2020 alle 12:38
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Immagine di copertina
Donald Trump. Credit: Ansa

Esisteva un mondo pre-Covid in cui Donald Trump era praticamente certo della sua rielezione alla Casa Bianca. L’indice di gradimento nei sondaggi era alle stelle, l’economia statunitense viaggiava a gonfie vele, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Era un’epoca in cui la posa da leader muscolare faceva gioco al tycoon, perché plasmava la figura del politico invincibile. Arrogante, spiccio nei modi, magari superficiale in molte delle sue sparate: ma il fine giustifica i mezzi e tanti elettori si erano ormai convinti che proprio quel modo di fare tra il protervo e il fanfarone fosse la ricetta perfetta per zittire i nemici degli Usa e far galoppare il paese.

I democratici, nel frattempo, erano impelagati in faticose primarie, iniziate col pasticcio in Iowa (spoglio concluso dopo diversi giorni). Sembravano del tutto privi di una leadership forte, con un Sanders ancora troppo radicale per aspriare a diventare maggioritario e Biden che appariva come una riedizione di Hillary Clinton, un leader del passato più che del futuro. La storia ha però insegnato che proporre soluzioni tranchant può essere una strategia vincente in tempi di relativa calma, ma può invece rivelarsi fatale nel bel mezzo dell’emergenza.

E proprio l’emergenza virus ha fatto emergere in maniera nitida tutti i limiti del trumpismo. Dopo aver minimizzato per mesi, il presidente Usa si trova ora a guidare il paese più colpito al mondo dal Covid-19, con quasi 110mila morte e 1,8 milioni di casi. Difficile non vedere un nesso tra la spavalderia che derubricava il Covid a influenza stagionale, la riluttanza a varare misure di lockdown, e il disastro sanitario che ne è seguito. Uno studio della Columbia University ha stimato che con un lockdown anticipato anche solo di una settimana, Trump avrebbe potuto salvare 36mila vite.

L’emergenza Covid ha ridimensionato in tutto il mondo il consenso dei partiti populisti. È successo in Italia, dove la Lega ha perso terreno pur stando all’opposizione, ma anche in Germania, con Alternative fur Deutschland (Afd) che ha dilapidato 4,5 punti percentuali. Sorte simile il Partito della Libertà (Fpo) in Austria e il Pvv in Olanda. E che dire di Bolsonaro? Tronfio nelle sue certezze, pronto persino a deridere chi lo metteva in guardia sulla pericolosità del virus, ha condotto il Brasile al disastro sanitario. Trump, insomma, è stato fagocitato da questo vento anti-populista che ha iniziato a soffiare ovunque, in un mondo improvvisamente alla ricerca di certezze, di competenza, persino di uno stile più sobrio e soprattutto di soluzioni ragionevoli. Il virus ha chiaramente messo in crisi anche l’economia statunitense, che nel pre-Covid viaggiava a ritmi invidiabili: dall’inizio dell’epidemia gli Usa hanno registrato 41 milioni di nuovi disoccupati.

Ma non è tutto. La tempesta perfetta si è abbattuta su Trump anche in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di alcuni poliziotti a Minneapolis. Ne sono scaturiti tumulti in tutto il paese, ma anche una violenza spesso inaudita da parte della polizia nel contenimento (o nella repressione) dei manifestanti. E il presidente Usa, come suo costume, ha stigmatizzato solo gli eccessi della piazza, mai quelli delle forze dell’ordine, con parole brutali, spesso oltre l’insulto. Di nuovo, è riemersa la sua incapacità di mediare, di gestire una situazione emergenziale con gli strumenti del buonsenso, della buona politica, finanche della diplomazia. Ha attizzato l’incendio invece di provare a spegnerlo, si è definitivamente inimicato una consistente fetta del paese, preferendo occhieggiare all’Alt-Right in un impeto di boria e in spregio (oltre che alla decenza) anche al calcolo politico.

Una circostanza che, incidentalmente, ha messo in crisi anche il bastione della sua politica internazionale, la nuova guerra fredda contro la Cina esportatrice del virus e para-dittatoriale. “Il razzismo verso le minoranze è una malattia cronica della società americana”, ha detto un portavoce del governo cinese, Zhao Lijian, parlando dell’omicidio di George Floyd. “Le vite delle persone nere sono vite come quelle degli altri, i diritti degli afroamericani devono essere garantiti”. Esilarante, in bocca a un dirigente del Partito Comunista cinese, ma di sicuro effetto politico e diplomatico nel momento in cui Trump minaccia nuove sanzioni contro Pechino per la legge sulla sicurezza nazionale che reprime ancora una volta e ancora di più i diritti dei cittadini di Hong Kong.

Predichi bene e razzoli male, è il messaggio della Cina al tycoon: prima di fare la morale a noi, guarda come agisce la polizia in casa tua. Così Pechino ha un’ulteriore arma diplomatica da giocare, in una fase in cui la pandemia, nonostante le prove sulle omissioni e i ritardi del regime cinese, sembra stia volgendo proprio a vantaggio del Dragone. Che cerca alleanze, gioca di soft power, si fa largo anche grazie a un’emergenza sanitaria ormai superata. Quella stessa emergenza che, invece, negli Usa miete ancora migliaia di vittime, senza che si intravedano strategie sensate per porvi rimedio. Indovinate per colpa di chi.

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