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Il rifugiato siriano gay sfuggito all’Isis che lotta per i diritti dei profughi Lgbt

Quando viveva in Siria, Subhi Nahas non aveva neanche il coraggio di parlare. Adesso gestisce un'ong, Spectra, nata con l’obiettivo di aiutare i profughi Lgbt

Di TPI
Pubblicato il 22 Set. 2016 alle 17:53 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:02
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Immagine di copertina

Quando viveva in Siria, Subhi Nahas non aveva neanche il coraggio di parlare. Temeva che se gli uomini di Assad avessero sentito la sua voce, avrebbero smascherato subito la sua omosessualità. Fuggendo dalla Siria, si è lasciato alle spalle l’inferno. Ora presta la sua voce a quelli che, come lui una volta, non possono parlare.

“Per gli omosessuali in Siria era dura anche prima dell’arrivo dell’Isis”, racconta Subhi, che è cresciuto in un contesto di discriminazione legalizzata. Quando Assad aveva ancora il pieno controllo del paese, infatti, chi era omosessuale rischiava fino a tre anni di carcere.

“In Siria l’omosessualità è percepita come una malattia – sostiene il ventinovenne siriano – la gente preferisce non parlarne, è un qualcosa di cui vergognarsi profondamente, soprattutto quando ad amarsi sono due uomini”.

Subhi aveva 15 anni quando il suo psicologo svelò ai genitori che era gay. “Lo psicologo consigliò ai miei genitori di non lasciarmi solo in casa con altri ragazzi e di non farmi uscire in compagnia di altri uomini. Da allora la mia famiglia sorvegliava ogni mia mossa”.

Quando usciva di casa, il giovane veniva regolarmente insultato e preso in giro. “La gente mi domandava che problemi avessi. Mi rimproveravano di parlare e camminare come una ragazza – ricorda Subhi – E quel che è peggio, è che si sentivano autorizzati a farlo perché sapevano che il regime non li avrebbe puniti”.

Da dove veniva tutto quest’odio? “La religione è solo una parte della spiegazione – sostiene Subhi – È sì vero che il Corano invita a ripulire le città dagli omosessuali, ma molto dipende anche dalle tradizioni. La mia famiglia non era per niente religiosa, ma era comunque profondamente omofoba. Soprattutto mio padre. Credo che molto dipenda dal modo in cui si cresce”.

Con lo scoppio della guerra civile, la situazione precipitò. Contro gli omosessuali cominciò una vera caccia alle streghe. Le varie fazioni in lotta iniziarono tutte a perseguitarli in maniera sistematica, ognuna con un proprio modus operandi. Gli uomini dell’Esercito Siriano Libero, nel 2012, furono i primi a sporcarsi le mani. Subhi racconta di un video in cui torturavano un uomo e lo obbligavano a confessare la propria omosessualità, dopo aver trovato sul suo telefono delle foto che lo ritraevano in compagnia di un altro uomo: “Gli dissero che a causa di quelle foto non potevano lasciarlo tornare a casa. Non si sa che fine abbia fatto. Si racconta che venne poi accusato di pedofilia. Ma per loro tutti i gay sono pedofili. Probabilmente è stato ammazzato”.

In un altro video, invece, sette omosessuali venivano freddati con un colpo alla testa, ad Aleppo. Gli assassini appartenevano a uno dei tanti gruppuscoli che animano la galassia dell’estremismo islamico in Siria.

Poi, arrivò il Fronte al Nusra, organizzazione nata come il braccio siriano di Al Qaeda, che cominciò a usare le moschee per predicare la guerra ai sodomiti. Anche il villaggio di Subhi, Ma’aret Al-Nu’man, nella regione di Idlib, venne occupato da alcuni gruppi che, in un secondo tempo, giurarono fedeltà al Fronte Al Nusra. Un ragazzo gay, molto giovane, venne arrestato e torturato. Altri venti vennero accusati di essere gay e costretti a pagare un’ammenda per non finire in prigione. Subhi conosceva personalmente alcuni di loro.

Circa un anno dopo, non lontano, l’Isis avrebbe cominciato la sua “pulizia”, scaraventando omosessuali e presunti tali dai tetti. “Ho sempre saputo che vivere in Siria era pericoloso, che rischiavo di essere stuprato o torturato. La persecuzione degli omosessuali dopo lo scoppio della guerra civile non mi ha stupito. Mi ha stupito che le esecuzioni siano arrivate solo dopo qualche anno dall’inizio dei disordini e non immediatamente”.

Fu così che, a fine 2012, Subhi fuggì nel vicino Libano. Pagò all’uomo che lo trasportò fuori dal paese un tariffa maggiorata, affinché questo sbrigasse tutte le procedure per lui alla frontiera e le forze di polizia non notassero così i suoi modi effemminati. “In quel momento, non lontano, era in corso un bombardamento – ricorda il ragazzo – Credo sia per questo che le guardie di confine non fecero troppa attenzione a noi e ci lasciarono passare senza problemi”.

In Libano, Subhi trascorse circa sei mesi, senza riuscire, però, a trovare una fonte di sostentamento. Degli amici residenti in Turchia si offrirono allora di aiutarlo e ospitarlo da loro. Una volta in Turchia, Subhi cominciò a collaborare con Save the Children e per una rivista che documentava le condizioni della comunità omosessuale in Siria. Fu allora che un amico gli comunicò che un ragazzo del suo villaggio natale si era unito all’Isis e aveva promesso di raggiungerlo in Turchia e ammazzarlo, se non avesse abbandonato il suo attivismo a favore della comunità gay. Dopo qualche mese, Subhi venne a sapere che questo ragazzo si era trasferito in Turchia.

Terrorizzato, raccontò della minaccia al suo supervisore, che prima lo spostò in una casa sicura e poi lo fece trasferire a Istanbul. Intanto, Subhi presentò richiesta d’asilo all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Richiesta che venne accolta nel giro di circa dieci mesi. Una nuova vita lo aspettava dall’altra parte del mondo, a San Francisco. “Sono stato molto fortunato – commenta il giovane – Di tutte le richieste d’asilo che ho seguito, la mia è stata una di quelle accolte nei tempi più rapidi”.

Giunto in America, Subhi continuò il suo attivismo collaborando con Oram (Organization for Refugee, Asylum and Migration), un’organizzazione per la tutela dei diritti dei rifugiati Lgbt. Di lì a poco, avrebbe fatto la storia: Nell’agosto del 2015 venne invitato a parlare di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per testimoniare le persecuzioni a cui era sfuggito. “Scegliere di tenere quel discorso non è stata una decisione facile – ricorda Subhi – Era un po’ come confessare al mondo intero che ero gay. E, poi, c’era la mia famiglia, che vive ancora in Siria e che rischiava di subire ritorsioni. Alla fine, però, ho scelto di accettare l’invito. Ho accettato perché quel discorso era il mio traguardo: in Siria mi hanno sempre rifiutato per quello che sono, volevo rendere le cose un po’ più facili per chi è nella mia stessa situazione”.

Una missione per la quale Subhi continua a lottare. Il giovane ha deciso, infatti, di fondare la propria organizzazione no-profit, Spectra, un progetto ancora in rampa di lancio, nato con l’obiettivo di aiutare i profughi LGBT nei paesi di transito (Turchia, Libano e Giordania), offrendo loro cibo, vestiti, una dimora sicura e la possibilità di frequentare corsi di lingua, di preparazione al mondo del lavoro e di educazione sessuale. Fino ad ora sono già 110 le persone che hanno contattato Subhi online per ottenere l’aiuto della sua organizzazione. “Un numero potenzialmente molto più alto, se si considerano tutti coloro che non hanno accesso a Internet”, sottolinea il giovane siriano, che ricorda che “nei prossimi mesi dovremo agire con discrezione, per proteggere l’identità delle persone che richiedono il nostro aiuto. Ci proponiamo di aiutare i soggetti più in difficoltà, compresi madri e bambini. Per iniziare, però, ci concentreremo solo sui profughi LGBT e, in particolare, su quelli che stanno in Turchia, dato che nessuno può più uscire dal paese”.

Una battuta finale Subhi la dedica all’Europa e al sentimento di insofferenza verso i richiedenti asilo che sta contagiando il continente. “Il problema sono le informazioni sbagliate e le bugie di una parte della politica – sostiene il giovane siriano – Se guardiamo ai fatti, è chiaro chi arriva in Europa non sono i terroristi, ma la gente che scappa dai terroristi. Se fossi un terrorista non farei domanda per ottenere lo status di rifugiato, perché non sai dove vai a finire. In tal senso, uno che vuole fare un attentato in Germania rischia di finire al freddo in Norvegia. Quelli che sono contro i rifugiati dovrebbero prendersi il tempo di guardare queste persone negli occhi e rendersi conto che non sono meno umane di loro”. 

*A cura di Matteo Angeli

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