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Perché su Hong Kong si è scatenato uno scontro diplomatico tra Italia e Cina

Di Laura Melissari
Pubblicato il 3 Dic. 2019 alle 08:40 Aggiornato il 3 Dic. 2019 alle 12:42
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Immagine di copertina

Hong Kong, il caso diplomatico tra Italia e Cina

Sono stati giorni complicati per il rapporto tra Italia e Cina, dopo che Joshua Wong, il leader della protesta di Hong Kong ha partecipato in video conferenza a un evento in Senato organizzato da parlamentari italiani di Radicali e Fratelli d’Italia.

>ESCLUSIVO TPI da Hong Kong – Il leader delle proteste Joshua Wong parla in un’intervista esclusiva al direttore di TPI Giulio Gambino. 

Il portavoce dell’Ambasciata di Pechino a Roma ha definito “irresponsabile” la scelta. Ma la Farnesina ha immediatamente replicato, parlando di “indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana” e di parole “totalmente irrispettose della sovranità del Parlamento italiano”. Sulla polemica è intervenuto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che ha definito quello dell’Ambasciata cinese a Roma un Tweet irrispettoso.

Joshua Wong, chi è l’attivista e leader delle proteste di Hong Kong che ha scatenato le tensioni tra Italia e Cina

“Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong“, ha detto il portavoce dell’Ambasciata Cinese. I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile”:

Poco dopo anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è intervenuto sul tema, sottolineando come i rapporti del governo italiano e quello cinese sono ottimi, ma “allo stesso tempo in Parlamento ci sono tante attività che si svolgono ogni giorno ed è giusto rispettarle. I nostri legami commerciali non possono assolutamente mettere in discussione il rispetto delle nostre istituzioni, del nostro parlamento e del nostro governo”, ha specificato.

I due governi Conte hanno costruito negli ultimi mesi relazioni bilaterali molto positive con Pechino, coronate dalla firma degli accordi sulla nuova Via della Seta e che appena qualche settimana fa hanno visto Di Maio accolto in Cina da Xi Jinping con gli onori di un capo di Stato. Lo stesso leader M5s è sempre stato finora estremamente cauto nelle sue dichiarazioni sulla situazione ad Hong Kong.

La posizione della Cina su Hong Kong e Joshua Wong

La narrazione che la Repubblica popolare cinese fa delle proteste a Hong Kong è ben diversa da quella che ne fanno i manifestanti e gran parte dei media dell’Occidente. L’Ambasciata cinese in Italia ha definito le proteste “una escalation nelle attività criminali e violente ad Hong Kong che stanno spingendo la città in una situazione di pericolo estremo e ne stanno calpestando gravemente lo stato di diritto e l’ordine sociale, danneggiandone seriamente prosperità e stabilità, minacciando il principio fondamentale noto come “un paese, due sistemi”.

Il principio indica la soluzione politica che risale al 1979 e introdotta dal leader comunista cinese Deng Xiaoping nell’ambito delle trattative tra Repubblica Popolare Cinese e Regno Unito che condussero al ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese. La Cina è l’unico soggetto politico, ma ci sono tre territori (Hong Kong, Taiwan e Macao), che sono amministrati secondo un differente ordinamento istituzionale e regolati da un diverso sistema economico

Molto duro il giudizio di Pechino su Joshua Wong, il volto simbolo delle proteste antigovernative. “Joshua Wong, ha pianificato e partecipato al caos, alle violenze e agli attacchi alla polizia; tutte azioni criminali che ne hanno determinato l’arresto e attualmente si trova in una condizione di libertà provvisoria in attesa del processo. Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza, criticato il principio “un paese, due sistemi” e chiesto pubblicamente l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong, comportandosi come un clown saltellante “pro-indipendenza di Hong Kong”.

È per questo che l’Ambasciata cinese, in occasione degli eventi in Italia che hanno visto Joshua Wong protagonista (anche se solo in videoconferenza), ha parlato di “grave errore e di un comportamento irresponsabile per cui siamo fortemente insoddisfatti ed esprimiamo la nostra più ferma opposizione”.

“Vogliamo ribadire che gli affari di Hong Kong appartengono alla politica interna della Cina e nessun paese, organizzazione o singolo ha alcun diritto di interferirvi. Speriamo che le persone coinvolte rispettino la sovranità cinese e si impegnino in azioni che aiutino l’amicizia e la cooperazione tra Italia e Cina e non il contrario”, ha detto ancora Pechino.

L’intervento di Wong

L’incontro in questione, che ha scatenato il caso diplomatico tra Italia e Cina riguarda la conferenza che è stata ospitata giovedì 28 novembre al Senato e che ha visto collegarsi in video con un gruppo di parlamentari Joshua Wong, l’attivista e leader della protesta di Hong Kong.

Ma la posizione dell’Italia, se da un lato è stata definita “irresponsabile” da Pechino, dall’altra è stata criticata anche dallo stesso Joshua Wong, che nel corso del suo intervento si è detto “deluso” da quelle che ha definito “dichiarazioni indifferenti” da parte del capo della diplomazia italiana, che non ha mai preso apertamente posizione sulle proteste di Hong Kong.

Le polemiche su Wong risalgono a qualche settimana fa, quando si era diffusa la notizia di una sua visita in Italia. L’attivista sarebbe dovuto andare alla libreria Feltrinelli di Milano. La richiesta di espatrio gli era però stata negata dall’Alta Corte di Hong Kong, ed era stato necessario ripiegare sui collegamenti in videoconferenza.

Il ministero degli Esteri cinese, a riprova di quanto il tema per Pechino sia ad alta tensione, aveva ammonito a “non fornire sponde alle attività indipendentiste”.

L’incontro del 28 novembre è stato organizzato nella sala Caduti di Nassirya del Senato, fortemente voluto da Fratelli d’Italia e dal Partito Radicale. In particolare si sono spesi il senatore di FdI e vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, Laura Harth, rappresentante del Partito Radicale presso l’Onu, e Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore ed ex ministro degli Esteri. Ma la partecipazione è stata bipartisan, con esponenti di tutti i partiti.

Wong ha utilizzato l’occasione per denunciare la “crisi umanitaria” in corso a Hong Kong e per criticare apertamente il governo di Pechino. Ma anche per lanciare stoccate all’Italia e al ministro degli Esteri Di Maio.

“Da cinque mesi viviamo la brutalità della polizia, che ormai usa armi da fuoco contro i manifestanti. Peraltro, ci sono anche aziende italiane che contribuiscono, e forniscono loro mezzi, tra cui autovetture. Credo che un Paese responsabile come l’Italia dovrebbe dimostrare quanto tenga alla libertà e prendere misure adeguate a questo riguardo”, ha dichiarato Joshua Wong, chiedendo al nostro paese di lanciare un messaggio chiaro per fermare le violazioni dei diritti umani in patria.

“Sono rimasto piuttosto deluso nel leggere le dichiarazioni indifferenti del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio sulla terribile situazione dei diritti umani a Hong Kong. Sono consapevole che gli imprenditori e i leader politici abbiano paura di sollevare preoccupazioni sui diritti umani con Pechino, temendo che questo possa in qualche modo andare contro i loro interessi economici. La mia richiesta umile è che l’Italia rimanga fedele alle promesse fatte all’Unione europea, Ue che ha giurato che i diritti umani sono alla sua base e che non incoraggerà mai le violazioni dei diritti umani. Chiedo all’Unione europea e all’Italia di non chiudere gli occhi dinanzi alla crisi umanitaria Hong Kong”, ha proseguito.

Nel suo appello Wong ha poi messo in guardia l’Italia a non dipendere troppo dagli interessi economici, e in particolare al progetto Belt and Road Inititative, la Via della Seta, sottoscritto alcuni mesi fa. “Non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi”.

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