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Usa, Sarah McBride è la prima senatrice transgender: “È ora di cambiare questa società”

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 4 Nov. 2020 alle 11:53 Aggiornato il 4 Nov. 2020 alle 18:15
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Immagine di copertina
Sarah McBride. Credit: Facebook

Mentre l’attesa nel sapere come finirà la più importante elezione della storia americana sarà ancora lunga, c’è già una certezza di cui gioire. Sarah McBride è la prima senatrice transgender ad essere eletta negli Stati Uniti, più esattamente nel suo stato d’origine: il Delaware. E attenzione: non è stata una candidatura di facciata, il famoso contentino. Sebbene la ragazza sia poco più che trentenne, ha una lunga carriera politica costellata di successi: già nel 2011, quando era ancora Tim (Trans-identified male, ndr), ha mosso i suoi primi passi in politica lavorando per l’ex governatore del Delaware Jack Markell, per poi occuparsi della campagna da procuratore generale di Beau Biden, il cui padre, Joe Biden, sarà forse, speriamo, chissà, il futuro presidente degli Stati Uniti.

Dopo essersi diplomata al college, è diventata la prima stagista apertamente transgender della Casa Bianca durante l’amministrazione Obama, lavorando sulle questioni LGBTQI presso l’Ufficio per l’impegno pubblico e gli affari intergovernativi prima di intraprendere una carriera come segretaria stampa nazionale per la campagna sui diritti umani. Ma il vero passo avanti di Sarah verso la politica nazionale è avvenuto nel 2016, quando si è rivolta ai Democratici come la prima persona apertamente trans a parlare alla loro convention.

“Nonostante i nostri progressi, resta ancora molto lavoro da fare”, ha detto nel suo discorso, raccontando come le questioni LGBTQI avrebbero dovuto essere uno dei temi portanti nelle elezioni presidenziali di quell’anno. “Saremo una nazione in cui ci sarà un solo modo di amare, di guardare, di vivere? O saremo una nazione in cui tutti hanno la libertà di vivere apertamente e allo stesso modo; una nazione che è più forte insieme? Questa è la domanda che dobbiamo tutti farci”.

È chiaro come la determinazione di Sarah, quella che l’ha portata a questo risultato, sia frutto del suo passato: cresciuta come la più giovane di tre fratelli in un quartiere confortevole del nord del Delaware, pensava di non avere molte possibilità di poter esprimere il suo vero io: quello che fin da piccola capiva che stava crescendo in sé.

“Ho vari ricordi che ora capisco come fossero segnali: ad esempio, ad un carnevale mi vestii da Cenerentola e in quel momento sentii che il dolore che portavo sempre con me era sparito. Ma non capivo perché. Erano gli albori di Internet ma io navigavo per cercare di capire come avevano vissuto le persone transgender nel corso della storia e delle culture. Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson erano l’avanguardia del moderno movimento LGBTQ. Le loro strade si sono incrociate durante le famose rivolte di Stonewall a New York, che hanno catalizzato la lotta per i diritti dei gay. Ma ho letto anche di come ci fossero ben sei identità di genere nell’antica cultura ebraica, tra cui ‘sari’: una persona a cui è stato assegnato un maschio alla nascita, ma ha sviluppato caratteristiche femminili in seguito, biologicamente o attraverso l’intervento umano. Da lì ho capito che quello che sentivo non era sbagliato: che non era sola. Ed è cominciato esteriormente quel percorso che avevo già comunque elaborato nella mia mente”.

Percorso che nel 2012 le fa anche trovare l’amore: conosce Andy, un’attivista per i diritti LGBTQI che, durante il college aveva iniziato il suo percorso come F to M. Le cose però non vanno come dovrebbero. Nel 2013 ad Andy viene diagnosticato un cancro e lui muore nell’agosto del 2014, 4 giorni dopo essersi sposato con Sarah. Il presidente Obama lo ricorderà in un discorso nell’ottobre seguente definendolo “un campione del cambiamento” per le battaglie intraprese durante la sua vita.

“Spesso mi chiedono se io fossi arrabbiata e rispondevo molto semplicemente che non potevo essere arrabbiata con un ammasso di cellule”, ha detto Sarah McBride. “La vera cosa triste è che Andy avrebbe avuto davanti almeno tre quarti della sua vita per poter davvero essere sé stesso. Invece aveva poco più di vent’anni quando ha cominciato il suo percorso. Ed è morto a 28 anni. Ero arrabbiata che il mondo fosse strutturato in questo modo e che le persone prendessero decisioni ogni singolo giorno per impedire a lui e ad altre persone, me compresa, di poter vivere tutta la nostra vita. Martin Luther King l’ha definita la ‘feroce urgenza di adesso’: quindi sì, sono stata arrabbiata, ma con la società. E in molti modi, penso che la rabbia, quella che penso sia una sorta di rabbia giusta in opposizione a una rabbia meschina, è il carburante che mi fa andare avanti, che mi ha reso più sicura. Cambiare si può, cambiare si deve: ora più che mai”.

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