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La nemesi del colonialismo occidentale: se ora a dover essere monitorate sono le elezioni in Usa e non quelle di un Paese del terzo mondo

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 3 Nov. 2020 alle 19:06 Aggiornato il 4 Nov. 2020 alle 11:14
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Immagine di copertina

Elezioni in Usa, la nemesi del colonialismo occidentale nella satira di Patrick Gathata

“Il capo della task force africana per il monitoraggio elettorale in Usa ha chiesto ai media americani di offrire una copertura accurata delle elezioni e di non infiammare una situazione già tesa”. “Chiediamo ai giornalisti statunitensi di utilizzare toni pacifici ed accettare il risultato del voto”. Nel giorno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, spopolano su Twitter i messaggi di Patrick Gathata, un commentatore e fumettista satirico keniota che ha raccontato come il Paese potrebbe essere visto dall’esterno in questo momento storico, dilaniato da conflitti interni e da un presidente che minaccia di restare attaccato al potere anche in caso di sconfitta. Una situazione che potrebbe essere raccontata con lo stesso linguaggio normalmente utilizzato dai commentatori occidentali per descrivere le elezioni nei Paesi africani.

La satira di Gathata ribalta la narrazione paternalistica di un’Africa caratterizzata da violenza e instabilità, tali da rendere necessario l’intervento di organizzazioni internazionali e corpi esterni per monitorare le Elezioni. Nel racconto del fumettista, è Trump il presidente che, alla pari di un dittatore di un Paese del terzo Mondo, deve essere sorvegliato per sventare un eventuale colpo di Stato. Eppure, aldilà delle provocazioni satiriche, mentre già oltre 90 milioni di elettori hanno espresso la propria preferenza attraverso il voto anticipato, la situazione nel Paese sembra realmente tesa. Come riportato da Washington Post, sabato 30 novembre in Carolina del Nord la polizia ha represso con forza una marcia organizzata dal movimento Black Lives Matter in commemorazione di George Floyd, il 46enne afroamericano morto durante il fermo della polizia a maggio scorso. E alcuni manifestanti sono stati arrestati.

Scene che a partire dall’uccisione di Floyd a Minneapolis sono diventate la norma in ognuno dei 50 Stati americani nel corso di questi mesi, che hanno esacerbato il conflitto tra l’America bianca di Donald Trump e i cittadini che chiedono un ritorno alla moderazione, prima di tutto nei toni del dibattito politico e nella retorica della violenza. Il tutto nel corso della peggiore pandemia del secolo, che vede ogni giorno migliaia di cittadini colpiti nonostante il presidente si ostini a negare la gravità del virus promettendo di debellarlo quanto prima. Il commentatore kenyota twitta e racconta scenari paradossali ma a tratti verosimili, prendendosi gioco dei corrispondenti esteri occidentali che di solito raccontano le elezioni nei Paesi del terzo Mondo. Togliendosi forse qualche sassolino dalla scarpa. “In una dichiarazione congiunta, i diplomatici hanno condannato i recenti episodi di istigazione, violenza e intimidazione nei confronti di sostenitori dell’opposizione”.

“Una fonte nel team di Monica Juma afferma che l’inviato di pace dell’Unione Africana ha stretto un accordo con la Cina per offrire agli Stati Uniti dilaniati dalla crisi la remissione di una parte di debito e per assicurare al suo dittatore anziano una dignitosa pensione all’estero, a patto che garantisca elezioni credibili e una transizione ordinata in caso di sconfitta”, scrive Gathata. E ancora: “Mentre i cittadini si accingono a votare, Sir Milton Allimadi, il capo della missione di osservazione dell’Unione Africana, afferma che le preoccupazioni per la sicurezza potrebbero rendere impossibile il monitoraggio del voto nei distretti più caldi del Paese, caratterizzati da conflitti tribali e focolaio di militanza armata”.

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