La Russia mostra i muscoli: Putin vola in Cina da Xi Jinping e Mosca annuncia tre giorni di esercitazioni nucleari
Appena una settimana dopo la visita del presidente Usa Donald Trump, il leader del Cremlino vola a Pechino per riaffermare l'asse con la Repubblica popolare. Intanto 65mila soldati russi simuleranno il ricorso all’atomica
Il 19 maggio 2026 è una giornata densa di segnali da parte della Russia. Mentre infatti il presidente Vladimir Putin atterrava in Cina per una visita di due giorni su invito di Xi Jinping, il ministero della Difesa di Mosca annunciava l’avvio di una serie di esercitazioni nucleari, che fino al 21 maggio coinvolgeranno oltre 65mila soldati e 7.800 tra equipaggiamenti e armamenti dislocati in tutta la Federazione. Una coincidenza tutt’altro che casuale.
Sfida atomica
Prima di tutto la tempistica. Donald Trump aveva lasciato Pechino soltanto venerdì scorso, al termine della prima visita in Cina di un presidente Usa in nove anni. Passato il weekend, la capitale cinese ha accolto il leader del Cremlino, con l’intenzione dichiarata di riaffermare la solidità di un legame che Putin e Xi descrivono come “più solido” di qualsiasi altro.
Intanto in Russia, le manovre atomiche prevedono l’impiego di più di 200 tra lanciamissili, aerei, navi di superficie, sottomarini convenzionali e a propulsione nucleare, oltre all’esecuzione di lanci di prova di missili balistici e da crociera e procedure per l’uso congiunto delle testate schierate in Bielorussia, dove Mosca ha posizionato il missile a capacità atomica Oreshnik.
Tutto questo mentre a febbraio, la scadenza del trattato New START ha formalmente sancito la fine delle restrizioni che vincolavano gli arsenali strategici di Russia e Stati Uniti, tuttora le due maggiori potenze nucleari del Pianeta. Da allora, Trump ha cercato di coinvolgere anche la Cina nei negoziati per un nuovo accordo. Putin, invece, ha moltiplicato i proclami di orgoglio per le capacità atomiche di Mosca, in un’escalation retorica che accompagna da oltre quattro anni l’offensiva militare russa in Ucraina, contro cui il Cremlino non ha mai esplicitamente escluso il ricorso all’arma nucleare.
Asse sino-russo
Durante la due giorni di Pechino, Putin e Xi dovrebbero firmare una dichiarazione congiunta per rilanciare il partenariato strategico bilaterale, che quest’anno compie trent’anni. In un videomessaggio rivolto al popolo cinese divulgato questa mattina, il leader del Cremlino ha definito il livello raggiunto dalle relazioni tra i due Paesi “davvero senza precedenti” e tale da svolgere “un ruolo stabilizzante fondamentale a livello globale”. Da parte sua, Xi Jinping ha risposto con una missiva inviata domenica al Cremlino, in cui ha definito Putin un “vecchio amico” e ha elogiato la cooperazione tra Mosca e Pechino, sottolineando quanto sia stata “ulteriormente approfondita” negli ultimi trent’anni.
Ma, al di là delle dichiarazioni politiche, sullo sfondo dell’incontro si erge una Russia sempre più dipendente dalla Cina a livello economico. Sin dal 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina, le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa hanno spinto Mosca a fare di Pechino il proprio principale acquirente di petrolio e gas. Dal canto suo, pur sostenendo in linea di principio l’integrità territoriale dell’Ucraina e auspicando una soluzione diplomatica al conflitto, la Repubblica popolare non ha mai condannato ufficialmente l’invasione, approfittando degli sconti offerti dal fornitore russo. Questo non vuol dire però che, dopo l’incontro della scorsa settimana con Trump, Xi non condividerà con il suo omologo russo le preoccupazioni statunitensi per lo stallo nei negoziati con Kiev.
Tra i temi principali che il Cremlino intende affrontare però figura soprattutto la crisi in Iran, dove la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze per il commercio di idrocarburi e prodotti derivati a livello globale. Qui le prospettive di Mosca e Pechino sembrano divergere. Pur non accogliendo la richiesta americana di intervenire direttamente, la Cina, che dipende dalla libertà di navigazione sulle grandi rotte marittime per i rifornimenti energetici e le esportazioni commerciali, preme per una riapertura dello Stretto. La Russia, invece, che sta beneficiando economicamente delle conseguenze del conflitto grazie all’allentamento della pressione sulle sue esportazioni energetiche, ha molta meno fretta. Non a caso, ad aprile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ventilato l’ipotesi di “compensare” eventuali carenze di approvvigionamento energetico cinesi legate alla guerra in Iran. Proprio l’ulteriore rafforzamento dei legami sino-russi in questo settore energetico potrebbe rappresentare uno dei punti centrali dell’incontro.