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Quello che Renzi non ci dice sui diritti delle donne saudite

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 29 Mar. 2021 alle 15:29
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Credit: Ansa foto

“Più della metà dei cittadini del pianeta vive in regimi non democratici. Aiutare questi Paesi a scegliere la strada delle riforme incoraggiando la difesa dei diritti umani, a cominciare dai diritti delle donne, è l’impegno di chi fa politica… Certo, l’ Arabia Saudita non è una democrazia occidentale, anzi. E dunque vanno incoraggiati tutti gli sforzi nella direzione delle riforme. A cominciare dai diritti delle donne: fino a cinque anni fa in Arabia Saudita non potevano nemmeno guidare, oggi le ragazze sono presenti in molti ruoli di responsabilità”.

In un‘intervista al Messaggero il leader di Italia Viva Matteo Renzi è tornato sul tema dei viaggi in Arabia Saudita e sull’opportunità di definire “amico” il principe Mohammad bin Salman Al Sa’ud. Se da una parte le relazione di un senatore della Repubblica italiana con il capo di un Paese dove i principi della democrazia sono ancora lontani dall’essere realtà possono scatenare perplessità più che legittime, dall’altro offrono quantomeno lo spunto – il pretesto – per porre l’accento sullo stato dei diritti umani in quegli stessi Paesi. Temi che troppo spesso vengono dimenticati.

E allora, ringraziando il senatore per lo spunto, potremmo partire proprio dalle sue parole per chiarire lo stato delle cose. “In Arabia Saudita fino a cinque anni fa le donne non potevano nemmeno guidare, oggi le ragazze sono presenti in molti ruoli di responsabilità”. Questo è quello che dice Renzi, ma quello che non dice è molto più importante.

Quanto è costato e ancora costa alle attiviste e agli attivisti sauditi l’ottenimento di alcuni diritti come quello alla guida? Quanti arresti, privazioni della libertà, repressioni e umiliazioni hanno dovuto subire?

Il 10 febbraio 2021, dopo mille giorni di prigionia, l’attivista per i diritti per le donne saudite, Loujain Al-Hathloul, è stata scarcerata. Purtroppo, come gli stessi familiari spiegano, Loujain è a casa, ma le è stata concessa la libertà vigilata, dunque dovrà sottostare a una serie di restrizioni, tra cui il divieto di uscire per i prossimi cinque anni dall’Arabia Saudita. Cinque anni, avete capito bene. Come si sentirebbe il senatore – sempre più globetrotter – a dover trascorrere i prossimi 5 anni senza poter solcare i confini del proprio Paese solo per essersi battuto per un diritto?

Loujain Al-Hathloul, 31 anni, è una delle leader del movimento Women to drive che da più di 20 anni si batte per garantire il diritto di guidare le auto alle donne saudite. L’Arabia Saudita, infatti, è stato l’unico Paese al mondo in cui alle donne veniva proibito di guidare veicoli a motore, fino al 2017. In Italia la prima donna dotata di una patente di guida risale al 1907. Sono conquiste che vanno certamente contestualizzate, ma Loujain Al-Hathloul ha pagato un prezzo altissimo. Ed è solo grazie al coraggio di donne come lei se qualcosa sta cambiando nel Paese.

Dopo diverse manifestazioni organizzate dalle attiviste del movimento, che consistevano nel mettersi alla guida tentando di superare il confine dello Stato, il re Salman ha concesso con decreto reale questo diritto. Tuttavia, questa concessione è stata meramente formale, poiché sostanzialmente è stato mantenuto il divieto e le donne colte in flagranza alla guida di un veicolo sono state arrestate fino a giugno del 2018, quando sono state rese note le linee guida per rendere il decreto reale attuabile.

È il 30 Novembre del 2014 quando un’auto tenta di attraversare il confine degli Emirati Arabi verso l’Arabia Saudita. Al volante Loujain al-Hathloul, accanto una compagna: il viaggio comporterà due mesi di carcere per entrambe.

Nel novembre successivo Loujain si candida alle elezioni, è il primo anno in cui l’elettorato è concesso anche alle donne. Nonostante ciò, il nome dell’attivista non viene mai aggiunto alle liste. Nel 2018, nuovo arresto: Loujain è condannata per cospirazione contro il regno, essendosi candidata per un impiego presso le Nazioni Unite. In carcere è vittima di frustate, violenze sessuali, addirittura torture. La detenzione dura 1000 giorni, sino al 10 Febbraio 2021; nel frattempo il principe Mohammed bin Salman ha emesso un decreto che consente alle donne di guidare.

È il lieto fine? Potremmo dire di no. Alcune compagne di Loujain attendono ancora di essere liberate, e la stessa attivista, come anticipato, dovrà aspettare sino al 2026 prima di poter uscire nuovamente dall’Arabia Saudita. Poco dopo la sospensione della sua condanna, Heba Morayef ha lanciato un appello: “chiediamo che siano rilasciate tutte le altre attiviste per i diritti umani ancora in carcere – tra cui Samar Badawi, Nassima al-Sada, Nouf Abdulaziz e Maya’a al-Zahrani – e che siano annullate le accuse nei confronti di tutti e 13 gli imputati arrestati nel 2018 e sotto processo per aver promosso i diritti delle donne”.

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