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Omicidio Khashoggi, la fidanzata Hatice Cengiz a TPI: “Pensavo che l’Occidente si sarebbe battuto, invece ho trovato reticenza”

Immagine di copertina
Jamal Khashoggi con la fidanzata Hatice Cengiz

"Trump non ha mai desecretato i report stilati dalla CIA sull’uccisione di Jamal. Avrebbe significato dare una svolta alle indagini". A TPI parla la fidanzata di Khashoggi. Ieri il presidente Usa Biden ha annunciato la desecretazione del rapporto dell'intelligence Usa, che accusa della brutale uccisione il principe saudita Mohammed bin Salman (la stessa persona che Renzi ha incontrato lo scorso gennaio)

Il 2 ottobre del 2018 Hatice Cengiz stava aspettando in auto il proprio fidanzato Jamal Khashoggi mentre lui veniva ucciso e smembrato dentro il consolato saudita a Istanbul. Khashoggi era un giornalista saudita naturalizzato americano e quel giorno si trovava lì per sbrigare le pratiche per l’imminente matrimonio con Hatice. Fu lei a dare il primo allarme, spaventata dal fatto che l’appuntamento stesse prendendo così tanto tempo.

Poco più di due anni dopo, il documentario The Dissident uscito a dicembre del 2020 ha raccontato la storia di Jamal Khashoggi. Nel frattempo Hatice Cengiz è diventata una testimonial internazionale di primissimo livello impegnata a favore della libertà di stampa nel mondo.

Il nostro primo incontro avviene nel bar di un hotel olandese. C’è un’incomprensione, l’intervista viene posticipata e lei ringrazia con le mani congiunte e un delicato cenno del capo. “Sono molto stanca, non ne posso più. Grazie” ci dice. Dopo aver ritrovato le energie ci racconta che in questi due anni la sua vita ha preso una piega del tutto inaspettata. “Mi sono trovata a farmi promotrice di una causa di cui prima sapevo pochissimo ma che poi mi ha investito. Gli eventi mi hanno travolta”.

Il primo incontro tra lei e Jamal Khashoggi avvenne a maggio del 2018, pochi mesi prima dell’omicidio del giornalista. Al tempo lei era una ricercatrice 37enne e rimase profondamente affascinata da Khashoggi. In un’intervista al Financial Times ha raccontato che fu lei ad approcciarlo chiedendogli un’intervista e che in poco tempo i due svilupparono un rapporto intenso e maturo.

Il giorno in cui Khashoggi fu ucciso lui e Cengiz si erano recati al consolato saudita di Istanbul perché era stato chiesto loro di ritirare alcune carte utili per il matrimonio. Ma era una trappola, come emerso successivamente dalle indagini.

Secondo quanto detto da più fonti e a varie riprese, il corpo di Khashoggi fu sezionato da una squadra di persone mentre lui era ancora vivo. Non ci fu alcun tentativo di interrogarlo: l’obiettivo era ucciderlo. Le indagini sono state fin da subito oggetto di depistaggi e rallentamenti, tanto che il processo che vede imputati 20 membri di quella che è stata definita la squadra-killer è iniziato a Istanbul solo a luglio 2020, dando il tempo agli imputati di tornare in Arabia Saudita.

Oggi Cengiz ha 39 anni. “Gli ultimi due anni mi hanno insegnato moltissimo del mondo che ho intorno. Il mio impegno per dare giustizia a Jamal mi ha fatto diventare un simbolo della lotta per la libertà di stampa nel mondo. Se qualcuno me l’avesse detto pochi anni fa non gli avrei creduto mai e poi mai”.

Quando le chiediamo cos’è nello specifico che ha imparato a riguardo risponde senza esitazioni. “Beh, ho imparato che esiste una netta differenza dell’idea di libertà di stampa tra il mondo mediorientale e quello occidentale. Nel Medio Oriente spesso è impossibile dire cose contro il potere, altrimenti si finisce minacciati, imprigionati se non uccisi. In Occidente invece potete dire tutto ciò che volete. Però al netto di queste differenze la verità è che né in un caso né nell’altro le cose cambiano facilmente, perché in Medio Oriente ti silenziano, mentre in Occidente le istanze di cambiamento finiscono intrappolate nel sistema burocratico o giudiziario”. Il riferimento è alla storia processuale del caso Khashoggi.

Il processo per la morte del giornalista, infatti, vede imputate alcune persone accusate di essere gli esecutori materiali dell’omicidio e dello smembramento del cadavere. Nonostante quanto indicato da alcuni report stilati dalla CIA e dalle Nazioni Unite, al momento nessuno è indagato in quanto mandante dell’omicidio. Tuttavia lo scorso 26 febbraio l’amministrazione Biden ha pubblicato il report della CIA rimasto fino ad ora segreto in cui si evidenzia che l’uccisione del giornalista fu approvata dal principe saudita Mohammed bin Salman. Il principe è la stessa persona con cui Matteo Renzi dialogava lo scorso gennaio.

“Pensavo di trovare i Paesi occidentali più disposti a battersi per dare giustizia a un giornalista smembrato, e invece ho trovato reticenza”. Cengiz racconta a più riprese che l’esito del processo non la soddisfa e non crede di aver ancora ottenuto giustizia.

“Parliamo un attimo di Donald Trump. Da Presidente degli Stati Uniti non ha mai desecretato i report stilati dalla CIA sull’uccisione di Jamal. Desecretarli avrebbe significato ovviamente dare una svolta alle indagini. Per non parlare poi della diffusione criminale di fake news, degli attacchi alla stampa che lo criticava e dei fatti gravissimi di Capitol Hill. Insomma, parliamo dell’uomo più importante dell’Occidente, forse del mondo. E del Presidente dello Stato di cui Jamal era cittadino”.

Nell’ottobre del 2018, dopo pochi giorni dalla morte del giornalista saudita, Hatice Cengiz ha respinto un invito ufficiale di Trump alla Casa Bianca. In occasione dell’insediamento di Biden, Cengiz ha twittato scrivendo che “Quando Trump mi invitò non credetti né alla sua sincerità né che questo potesse portare giustizia a Jamal. Oggi mi congratulo con Biden per la vittoria e mi aspetto che giochi un ruolo attivo nel rendere finalmente giustizia a Jamal”.

Secondo Cengiz occorre un maggior sforzo a favore della libertà di stampa da parte della comunità internazionale. “Ad oggi la comunità internazionale fa attività di sensibilizzazione culturale a favore della libertà di stampa e poco più. Ma non basta. Io credo che in un mondo globalizzato sia stupido avere organismi giudiziari internazionali deboli o con giurisdizione limitata”.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha stilato un dettagliato report sul caso Khashoggi secondo cui l’omicidio sarebbe stato premeditato e il mandante ne sarebbe Mohammed bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita. È la stessa conclusione a cui era arrivata anche la CIA, come dimostra il report appena desecretato. Ma secondo Cengiz questo non è ancora sufficiente perché non porta a un processo: “Penso serva un diritto internazionale progressivamente più forte, con poteri giudiziari via via maggiori, e credo che in questa società internazionale che immagino i giornalisti debbano esser liberi di muoversi e agire con una sorta di immunità diplomatica che possa tutelarli dagli attacchi dei singoli governi”.

Secondo Cengiz il processo per la morte di Jamal Khashoggi è stato rallentato dal fatto che il giornalista avesse doppia cittadinanza ma si trovasse all’interno di un consolato su suolo turco. “Queste complicanze non dovrebbero esserci” conclude.

La lotta per la giustizia portata avanti da Hatice Cengiz riguarda molto da vicino il governo saudita, che oltre ad esser presumibilmente coinvolto nel caso Khashoggi è anche noto per le costanti violazioni dei diritti umani, come sottolineato di recente anche dai critici di Matteo Renzi.

Le chiediamo se si sente mai in pericolo o da sola in questa lotta. “In verità provo semplicemente a non pensarci” risponde. “Gli ultimi anni sono stati travolgenti per me e mi hanno portata senza alcuna preparazione a confrontarmi con tribunali e giochi di potere. Se mi fermassi anche a pensare ai pericoli che corro o alle persone che ho perso diventerei matta. Le uniche cose che so per certo sono che ho perso l’uomo che amavo e che non ho voglia di pensarci”.

Nell’intervista al Financial Times del 2019 Cengiz ha raccontato una serie di dettagli della relazione breve ma intensa vissuta con Jamal Khashoggi. Oggi però, a due anni dalla morte del suo promesso marito, Cengiz si sente pronta per trarre alcune conclusioni. “Da quando è morto Jamal ho smesso di pensare al Medio Oriente come un posto i cui governanti abbiano anche un minimo lato positivo. Il giudizio è negativo su tutta la linea” ci dice. Cengiz ha sempre dichiarato di aver sottovalutato la violenza e la brutalità di cui potessero essere capaci le persone di cui Khashoggi scriveva. Ma ora ne ha preso coscienza sulla propria pelle. “L’unica fortuna che ho avuto è stata conoscere Jamal e condividerne la passione per la politica”.

Quando ne parla fa capire che il rapporto con Khashoggi le ha dato una chiave di lettura approfondita e originale sul mondo. “Penso di aver imparato molto da Jamal. Era un uomo intelligente che nonostante venisse da una famiglia benestante ha deciso di denunciare le cose del proprio Paese che non andavano bene. Jamal ha lottato contro le ingiustizie e ha perso tutto. Addirittura la vita in un modo barbaro e mostruoso”.

Tra le cose che Khashoggi le ha lasciato in eredità c’è la consapevolezza dell’importanza del sacrificio per una causa più alta. “Una delle cose che ho imparato è l’importanza di formarsi, di approfondire le cose per un bene collettivo che va al di sopra dei propri interessi e che giova alla società. Anche se questo ha un costo alto o molto alto”.

Poco prima di chiudere la conversazione, Cengiz ci tiene a precisare che l’esempio che Khashoggi le ha dato nel privato può essere esteso a quante più persone possibile: “C’è una cosa fondamentale da capire: non sono soltanto i giornalisti o gli intellettuali a poter contribuire per il bene del proprio paese, ma anche le persone comuni. Anzi, i giornalisti e gli intellettuali servono solo a guidare le persone comuni, che sono la vera forza motrice del cambiamento. Jamal è un esempio perché ha rinunciato ai propri privilegi per poter esporre e denunciare i problemi del proprio paese, e questo esempio deve servire a capire che in realtà chiunque può fare piccole rinunce a favore del bene della collettività e del posto in cui vive”.

Leggi anche: Omicidio Khashoggi, rapporto dell’intelligence Usa accusa il principe saudita Bin Salman: “Approvò piano per ucciderlo o catturarlo”

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