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Netflix e Amazon censurano il doc su Khashoggi che fa tremare bin Salman

Immagine di copertina
Jamal Khashoggi Credits: Twitter

Il film racconta la storia del giornalista ucciso all’ambasciata saudita di Istanbul ed è stato rifiutato dai big delle piattaforme streaming per non irritare la famiglia reale di Riad

The Dissident: il documentario su Khashoggi

The Dissident, la pellicola sulla morte di Jamal Khashoggi, sta avendo un percorso difficile e tortuoso perché nessuna delle maggiori piattaforme video vuole acquistarla. In Italia però c’è qualcuno che non si tira indietro: il film sarà distribuito da Lucky Red e si potrà vedere in esclusiva su “Mio Cinema”.

La forza del documentario

Anche prima che The Dissident facesse la sua prima al “Sundance Film Festival” l’anno scorso, il regista Bryan Fogel era consapevole che il suo documentario sull’assassinio del giornalista sarebbe stato difficile da vendere. Il film è stato uno dei più attesi al Sundance, soprattutto per il successo dell’opera precedente di Fogel, Icarus, sul doping russo alle Olimpiadi aveva vinto l’Academy Award come miglior documentario.

Nella pellicola su Khashoggi ci sono gli audio del suo assassinio nel consolato saudita di Istanbul e c’è la partecipazione della fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, e molti dettagli sugli sforzi di hacking dei sauditi, inclusa l’infiltrazione nel cellulare del fondatore di Amazon Jeff Bezos.

I media e la censura

Alla proiezione Fogel aveva implorato i Media Group di non spaventarsi e di non farsi condizionare dalla censura: “Nei miei sogni, i distributori resisteranno all’Arabia Saudita”, aveva detto un ottimista Fogel sperando che Netflix, Amazon, Hbo o altri si facessero avanti, per dare al film una piattaforma globale per la storia di Khashoggi, che è prima di tutto un thriller geopolitico.

Ma c’era da aspettarsi una reazione quantomeno “prudente”: nessuno degli streamer che hanno acquistato diversi film al Sundance, ha opzionato la pellicola eppure ci si poteva aspettare qualcosa di buono da un regista che ha vinto un Oscar. The Dissident alla fine è stato acquisito da Briarcliff Entertainment, un distributore indipendente e dopo due settimane in circa 200 sale (ridimensionate per la pandemia), è su iTunes, Amazon e Roku.

L’indifferenza dei big dell’entertainment per The Dissident solleva dubbi sul futuro di film politici in streaming. Nella caccia agli abbonati alcune Media Company hanno già capitolato a richieste che rasentano la censura. Nel 2019, Netflix ha rimosso un episodio di Patriot Act – che condannava la copertura dell’omicidio di Khashoggi – dopo una denuncia saudita. Il mese scorso, il New York Times ha scritto che Tim Cook ha bloccato una serie su Apple Tv critica sulla Cina, dove si fabbrica il 90 per cento dei suoi prodotti.

Il caso Khashoggi

Per capire la gravità del caso Khashoggi, occorre forse rinfrescare un po’ la memoria. Il giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, che viveva in esilio negli Stati Uniti dal 2017 e collaborava col Washington Post, è stato ucciso dopo essersi recato nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia, il 2 ottobre 2018 per completare alcune pratiche burocratiche. Da allora non si sono più avuto sue notizie.

Secondo la Cia e l’Onu, Khashoggi, noto per le sue posizioni critiche nei confronti del principe ereditario, sarebbe stato eliminato proprio su ordine di Bin Salman, che negli ultimi anni ha provato a proporsi all’estero come giovane principe riformatore. Il governo saudita, tuttavia, ha negato ogni coinvolgimento, parlando di un’operazione non autorizzata di servizi deviati.

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che non aveva reagito al clamore internazionale scatenato dal brutale omicidio, in un’intervista con il giornalista Bob Woodward aveva anche ammesso di aver in qualche modo protetto Bin Salman sul caso Khashoggi.

Con l’amministrazione di Joe Biden probabilmente le cose cambieranno: il mese scorso Avril Haines, nuova direttrice dell’intelligence nazionale, ha annunciato che il governo declassificherà una nota segreta della Cia a proposito dell’assassinio del giornalista. La nota, secondo le informazioni giunte ai mezzi d’informazione, confermerebbe la responsabilità diretta del principe nell’omicidio del giornalista.

Sul caso Khashoggi si è svolto un processo in Arabia Saudita che ha condannato in via definitiva 5 imputati a 20 anni di prigione e altri 3 a pene tra 7 e 10 anni rivedendo un precedente verdetto che prevedeva cinque condanne a morte. La fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, ha definito “una farsa” la sentenza del tribunale e ha accusato Riad di voler chiudere il caso senza indicare la verità sul mandante dell’assassinio. Un altro processo, stavolta in contumacia, è stato aperto a luglio a Istanbul contro 20 sauditi accusati di aver fatto parte dello “squadrone della morte” inviato dall’Arabia Saudita in Turchia.

Leggi anche: Il “Rinascimento” saudita di Renzi, che dimentica Khashoggi ucciso e fatto a pezzi

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