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Il Regno Unito da oggi è più solo, e senza l’Europa fallirà miseramente

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 13 Dic. 2019 alle 13:14 Aggiornato il 13 Dic. 2019 alle 16:35
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Immagine di copertina

Mutatis mutandis, la netta affermazione di Boris Johnson nelle elezioni generali tenutesi ieri nel Regno Unito ricorda da vicino il successo di Berlusconi nel ’94.

Certo, Berlusconi era una figura inedita nel panorama politico italiano, non era stato sindaco di una grande città, non era un leader già affermato e non aveva un curriculum istituzionale alle spalle.

Fatto sta che era comunque, da almeno quindici anni, un protagonista assoluto della nostra vita pubblica, attraverso le sue televisioni e le vittorie a ripetizione di uno dei Milan più forti e vincenti della storia.

Ebbene, questo trionfo conservatore, andato al di là di ogni previsione, indica alla sinistra britannica una via quasi obbligata per ripartire. Chi pensa che si debba tornare al blairismo, seppellire Corbyn e il suo programma socialista e offendere il suo lavoro, le sue battaglie e la sua dignità è completamente fuori strada.

A Corbyn, al di là della disfatta, va infatti riconosciuto il merito di aver riavvicinato alla politica un’intera generazione, di aver riportato il Labour là dove deve stare e di aver accantonato una visione sociale che ha avuto successo quando ancora si credeva che la storia fosse finita, che il capitalismo avesse vinto e che il liberismo fosse compatibile con la sinistra post-’89 in cerca di identità ma che oggi appare, più che mai, anacronistica.

Ciò che occorre alla sinistra inglese è un Beniamino Andreatta, ossia una personalità che, al pari del grande statista trentino la cui voce si spense esattamente vent’anni fa a causa di un malore dal quale non si è più ripreso, sappia federare le differenti culture politiche del variegato mondo progressista e le conduca a comporre un vasto fronte in grado di competere ad armi pari con una destra sempre più pericolosa.

Non c’è dubbio, difatti, che Johnson abbia vinto ma non riuscirà a governare e fallirà, se non miseramente, comunque in maniera grave e con conseguenze devastanti per il Regno Unito.

Fallirà perché gli scozzesi, da sempre europeisti e di sinistra, assegnando quasi tutti i collegi allo Scottish National Party, gli hanno già inviato il chiaro messaggio di voler chiedere un secondo referendum per staccarsi dall’Inghilterra e restare nell’Unione Europea, il che infliggerebbe un durissimo colpo alle prospettive e alla credibilità di un governo che si troverà presto isolato nel Vecchio Continente, oltretutto al cospetto di scelte e regressioni cui nessuno da quelle parti è davvero abituato.

Fallirà, poi, perché le tensioni con le due Irlande probabilmente, si acuiranno fino a diventare insostenibili, forse arrivando addirittura a minare gli accordi di pace stipulati da Tony Blair il venerdì santo del 1998, senz’altro l’apice del suo premierato e del suo consenso, con la fine delle tensioni con l’IRA che tanto sangue, tanti lutti e tanta disperazione avevano provocato nei decenni precedenti.

Fallirà perché non è detto che anche il Galles non cominci ad avvertire qualche pulsione indipendentista, specie se si considera che presto il disastro legato alla Brexit si paleserà agli occhi dei cittadini in tutta la sua tragicità.

E fallirà, infine, perché la sintonia con Donald Trump e la promessa di un rinnovato asse anglo-americano, con lo scopo di condurre l’Inghilterra fuori dall’orbita europea per proiettarla in quella statunitense, e precisamente trumpista e ultra-conservatrice, cozza con la storia e i valori propri del Regno Unito.

Non ci dimentichiamo che, per quanto un antico adagio inglese reciti: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”, l’Inghilterra è il paese di Keynes e del Piano Beveridge, la nazione che ha inventato e attuato per prima il welfare state e che prima e meglio di tutte le altre si è opposta al nazismo, dopo i cedimenti e le disonorevoli esitazioni di Chamberlain alla Conferenza di Monaco del ’38.

Certo, fra inglesi e americani il rapporto è di vecchia data e solidissimo. Certo, alcune delle principali operazioni belliche degli ultimi vent’anni, dalla guerra nei Balcani ai due conflitti in Afghanistan e in Iraq, hanno visto il Paese di Sua Maestà al fianco della Casa Bianca senza esitazioni.

Certo, l’unione dovuta alla lingua comune e a una visione spesso molto simile dei fenomeni e della loro soluzione non è da sottovalutare. Va bene tutto, ma l’Inghilterra, pur essendo sempre stata scettica in merito alle questioni europee, che le piaccia o no, fa comunque parte di questo Continente.

Non può sfuggire alla storia e, meno che mai, alla geografia, rifugiandosi in un’utopia chiamata Commonwealth che appartiene, a pieno titolo, al secolo scorso.

L’Inghilterra da oggi è più sola. La disgregazione dell’Europa sembra a un passo e l’effetto domino rischia di essere inevitabile, soprattutto se Trump dovesse ottenere un secondo mandato il prossimo novembre.

L’unica fiammella di speranza è, pertanto, rappresentata dai milioni di cittadini, in particolare giovani e giovanissimi, che magari l’anziano Corbyn non è stato capace di mobilitare come due anni fa, dimostrandosi eccessivamente ambiguo su un tema cruciale come la Brexit e non comprendendo fino in fondo la passione europeista delle nuove generazioni.

Ciò non toglie, tuttavia, che questi cittadini esistono e presto torneranno a far sentire la propria voce. È allora che la sinistra, sia essa socialista o liberale, dovrà avere la forza e il coraggio di unirsi, proprio come accadde in Italia nel biennio ’94-’96, quando una classe dirigente all’altezza capì e disse apertamente che gli ideali che accomunavano popolari e socialisti erano assai più forti degli aspetti che li avevano tenuti distanti fino a quel momento.

Ci vorrebbe un Andreatta che facesse scoccare la scintilla e teorizzasse concretamente un’intesa fra Labour e LibDem. E poi ci vorrebbe un Prodi, una figura rassicurante e di grande esperienza che si dedicasse all’impresa con anima e corpo.

I suoi alleati, di fatto, Johnson li ha già individuati: sono Farage e i fautori di una destra che non esita a mettere a repentaglio, ogni giorno, il concetto di democrazia.

Ai riformisti spetta il compito di opporsi a questa deriva, senza nostalgie per un passato che non può tornare e senza affidarsi ad altri personaggi improbabili, ai quali evidentemente sfugge tuttora il fatto che la storia è ciclica, percorre spesso itinerari insospettabili ma di sicuro non finisce, meno che mai in un Paese che, pur essendo una monarchia tra le più stabili al mondo, non ha mai accettato di essere suddito di nessuno.

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