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La prigione più umana del mondo

Per il sistema giudiziario norvegese il periodo in carcere deve servire a riabilitare il prigioniero, anziché punirlo

Di Lorena Cotza
Pubblicato il 3 Giu. 2015 alle 17:34 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:02
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Immagine di copertina

Nel carcere di massima sicurezza di Halden, in Norvegia, nessuna finestra è sbarrata. Visto da fuori, potrebbe sembrare un campus universitario o un ospedale.

Lungo le mura del carcere non ci sono né filo spinato né guardie armate a pattugliare, ma solo alberi di pino e betulle. Eppure, finora nessun detenuto ha mai cercato di fuggire.

I prigionieri hanno una stanza privata con televisione a schermo piatto, una doccia, un frigo e mobili in legno. Trascorrono la maggior parte della giornata fuori dalla loro cella. Possono giocare a baseball, fare jogging e allenarsi sulle pareti da arrampicata.

La durata massima delle sentenze in Norvegia, anche per gli omicidi, è di 21 anni. Le prigioni cercano dunque di preparare i detenuti al ritorno nella società e per questo ricreano un ambiente simile a quello al di fuori del carcere.

La filosofia del sistema giudiziario norvegese è “meglio fuori che dentro”: il periodo in carcere deve servire non a punire, ma a riabilitare il prigioniero.

Ad Halden sono incarcerati assassini, stupratori e pedofili. Si trova qui anche Anders Behring Breivik, il responsabile dell’attacco sull’isola di Utoya che nel 2011 uccise 77 persone. Breivik non è stato portato a Ringerike, la prigione più sicura della Norvegia, perché da qui avrebbe avuto la vista su Utoya.

Halden, rinominata “la prigione più umana del mondo”, è costata oltre 187 milioni di euro. In Norvegia per ogni prigioniero si spendono circa 80mila euro all’anno, il triplo rispetto agli Stati Uniti.

Non solo si tende a riabilitare i prigionieri, ma in Norvegia si cerca anche di evitare di incarcerarli: solo 75 ogni 100mila abitanti nel Paese scandinavo, rispetto a 707 negli Stati Uniti e 103.8 in Italia.

Il metodo norvegese sembra funzionare: nel Paese scandinavo c’è un tasso di recidività del 20 per cento, tra i più bassi al mondo. Negli Stati Uniti invece il 75 per cento dei detenuti vengono arrestati nuovamente dopo la scarcerazione e in Italia la percentuale di recidiva media è del 68.45 per cento.

Nella prigione norvegese di Bastoy, solo il 16 per cento dei detenuti scarcerati torna a commettere crimini o reati.

“Se trattiamo le persone come fossero animali quando sono in prigione, è probabile che si comportino come animali. Per questo qui cerchiamo di trattare i detenuti come esseri umani”, dice Arne Nilsen, ex direttore di Bastoy, in un’intervista al The Guardian.

Quando i detenuti vengono scarcerati, si fa in modo che riescano a trovare un lavoro e che abbiano una casa, per evitare che la povertà e la disoccupazione li inducano a ricascare nei circoli viziosi di violenza e criminalità. Inoltre, in Norvegia a tutti i cittadini sono garantite le cure pubbliche e una pensione minima.

“La vera giustizia è rispettare i prigionieri: in questo modo insegniamo loro a rispettare gli altri”, dice Nilsen. “Ma continuiamo a tenerli d’occhio. È importante che quando siano scarcerati siano meno propensi a commettere altri crimini. Così si crea una società più giusta”.

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