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I socialisti stra-vincono le elezioni in Portogallo: cinque spunti per la sinistra italiana

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Foto dalla pagina Facebook di Antonio Costa

In Portogallo la sinistra è più forte che mai: ecco la ricetta socialista di Costa che potrebbe essere un modello per altri paesi europei

Elezioni in Portogallo, stra-vincono i socialisti: 5 spunti per la sinistra italiana

Non c’è l’azzurro, ma il rosso, sulle bandiere dei socialisti portoghesi. Non ci sono fiori, o derivati botanici, nel loro simbolo, ma un pugno chiuso. Che ieri era agitato sul palco da un signore di mezza età visibilmente entusiasta.

In passato abbiamo celebrato il “modello spagnolo” di José Luis Zapatero, quello brasiliano di Luis Ignazio da Silva detto Lula, e adesso è il momento di poggiante lo sguardo su un modello tutto nuovo, il “modello portoghese” di Antonio Costa: la sinistra italiana, eternamente priva di profeti in patria, i suoi leader di riferimento li cerca fuori casa, e ha almeno cinque lezioni da imparare dal modello portoghese.

Certo, il voto di Lisbona ha prodotto una vittoria che non consente di contare su una maggioranza assoluta, ma date le condizioni di partenza – un paese a pezzi, una economia distrutta – i portoghesi hanno tributato un vero riconoscimento al primo ministro uscente.

Chi è dunque il socialista che ha restituito al paese dignità economica e politica dopo gli anni bui della recessione profonda e l’umiliazione dell’ intervento di “salvataggio” dell’ Unione Europea e del Fondo monetario internazionale? Quale ricetta gli ha consentito di ottenere un risultato migliore di Alexis Xipras, sconfitto nelle ultime elezioni politiche in Grecia per il contraccolpo delle politiche di rigore?

Intanto i numeri del voto, molto importanti: ci dicono che i socialisti sono primi con il 36,7 per cento, quattro punti in più del 2015, circa 100 seggi su 230. Non potranno governare da soli, dunque, e dovranno riproporre il modello della coalizione di sinistra con cui hanno governato il paese.

Il centrodestra, che in Portogallo è incardinato intorno al Partito socialdemocratico di Rui Rio è rimasto al palo, e si è fermato al 28,01 per cento (74 seggi): la destra ha perso quasi nove punti rispetto al 2015 (quando era allargata con il Centro Democratico Social) e quando, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa, non riuscì a formare il governo. La prima lezione del Portogallo, dunque, è utile anche per l’Italia: chi riesce a costruire una coalizione che tiene insieme anime diverse diventa competitivo e può vincere.

Quando nacque l’alleanza messa in piedi da Costa, a Lisbona, era così poco quotata da essere definita in modo dispregiativo: la sua maggioranza era chiamata una “accozzaglia” di sinistra, dissero, in cui il rapporto con la Coalizione Democratica Unitaria che univa comunisti ed ecologisti (ieri è passata dall’8,14 per cento al 6,36 per cento) e con il Blocco di Sinistra, più moderato (dopo un leggerissimo calo ora è al 9,66 per cento) era considerata una follia suicida. Come si vede l’accozzaglia ha addirittura drenato consensi verso i socialisti.

La seconda lezione – inaspettata – dunque è: contrariamente a quello che si è detto in questi anni, se si fanno delle cose governare paga. I prossimi temi già posti sul tavolo dalla campagna elettorale sono gli stipendi pubblici e il salario minimo (sembra davvero l’Italia) a cui Costa dice che metterà mano appena nasce il nuovo governo.

Terza lezione portoghese: la maggioranza di governo crede malgrado il successo del cosiddetto Pan (che sta per “Persone-Animali-Natura”), una formazione ecologista che in perfetto “mood” gretino raddoppia i suoi voti (e passa dall’ 1,37 per cento al 3,25 per cento. E malgrado la nascita di un nuovo soggetto di sinistra radicale (la Livre) che entra in parlamento con questo voto, malgrado l’agguerrits concorrenza che c’è in quella area elettorale.

Una “accozzaglia” virata di rosso-verde, dunque, con nuovi soggetti che entrano o che escono potrebbe essere tecnicamente possibile, anche perché Costa in campagna elettorale si era tenuto le mani libere dicendo che avrebbe governato “con qualsiasi coalizione fosse stata resa possibile dal voto dei portoghesi” (una sorta di teorema Di Maio). Adesso lo spazio per muoversi è più largo.

E qui c’è la quarta lezione portoghese: Lo spazio del governo cresce grazie a quattro anni di straordinari risultati economici, controtendenza malgrado la crisi. I 78 miliardi ottenuti dalla Ue e dal Fmi sono costati lacrime e sangue ai portoghesi, ma la crescita dell’economia è stata prodigiosa. Mentre il Pil europeo frenava, quello portoghese andava avanti, passando dallo 0,19 per cento del 2014 al 2,1 per cento del 2018.

La Spagna di Sanchez non trova il suo punto di equilibrio (ovvero la sua coalizione di governo) perché il Psoe e Podemos non riescono a sottoscrivere un accordo: e così a Madrid si torna alle urne per la quarta volta (in quattro anni!).

Il Portogallo invece, proprio in quegli stessi quattro anni ha costruito un percorso di stabilità politica che ora si prolunga con la riconferma ottenuta in questa consultazione.

L’onda nazional-populista non ha toccato Lisbona. Fatto molto sorprendente date alcune scelte davvero controcorrente del Governo Costa: ad esempio sul terreno delle politiche migratorie dove il governo – invece di chiudere i porti – ha varato politiche di integrazione e ha fatto la campagna elettorale spiegando che vuole abolire il sistema delle quote che bloccava gli ingressi. La quinta lezione, dunque, è che se hai la fiducia degli elettori puoi azzardare scelte controcorrente.

La sesta lezione – invece -riguarda il futuro: Costa ha impostato la sua campagna elettorale, e ha giustificato queste scelte agitando un concretissimo spettro demografico: su tutte le piazze ha ripetuto che la popolazione del Portogallo potrebbe crollare per effetto del crollo delle nascite, riducendosi quasi del 40 per cento nei prossimi ottant’anni. E ha dunque chiesto aiuto portoghesi di sostenere il sistema di welfare in ogni modo. Uno degli effetti collaterali di questa strategia – ben noto agli italiani sono le politiche di “seduzione fiscale” seguite con successo, nel tentativo di attrarre pensionati (tra questi molti italiani) sul territorio nazionale.

Le cinque lezioni portoghesi non sono invenzioni politiche stupefacenti, non sono un terremoto politico. Sono però la prova che nel tempo della crisi gli elettori non cedono necessariamente alle sirene della demagogia, non chiedono solo miracoli, sono disposti a fare sacrifici, ma in cambio di una ragionevole speranza di futuro, considerano un valore l’aspirazione alla giustizia sociale e alla redistribuzione della ricchezza che sono stati il mantra di Costa nella risposta ai vincoli indotto dalla crisi.

Questo a Lisbona, di sicuro. Ma forse anche a Roma.

Leggi anche:

> Alexis Tsipras a TPI: “Il nostro nemico è il populismo e la sinistra non deve perdere il contatto con il popolo”

> Elezioni europee Portogallo 2019 | Risultati

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