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Perché gli elefanti africani cercano rifugio in Botswana

Una ricerca pubblicata di recente ha dimostrato che dal 2007 a oggi il continente africano ha perso 144mila elefanti della savana, ossia il trenta per cento

Di TPI
Pubblicato il 31 Ago. 2016 alle 18:20 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 07:56
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Immagine di copertina

Il Botswana ha più elefanti di qualsiasi altro paese africano: per la precisione ne conta 130.451. Sono questi i dati raccolti e pubblicati nell’ultimo rapporto stilato dal Great Elephant Census.

Nonostante la perizia nel censire ogni singolo animale, i ricercatori hanno ipotizzato che centinaia di elefanti – da quando il report è stato pubblicato a oggi – siano rimasti vittime di trafficanti e bracconieri. 

Tra tutti i paesi del continente africano, gli studiosi hanno individuato il Botswana come l’ultimo rifugio disponibile dove questi animali possono vivere e riprodursi, senza incorrere in pericoli mortali rappresentati in prevalenza da bracconieri assettati d’avorio.

Le ricerche sono durate due anni e mezzo e hanno portato gli autori del report a viaggiare in 18 paesi dell’Africa e a percorrere in volo mezzo milione di chilometri. Ma il quadro delineato non è certamente positivo. 

Negli ultimi sette anni, il 30 per cento degli elefanti africani della savana sono scomparsi. E se questo ritmo non si ridimensionerà, nei prossimi nove anni il loro numero si ridurrà di circa la metà. 

Lo sforzo compiuto dai ricercatori nel mettere a punto queste indagini è stato supportato da un finanziamento pari a 7 milioni di dollari stanziato dal co-fondatore del colosso informatico Microsoft, Paul Allen. 

I paesi dell’Africa colpiti maggiormente dal fenomeno del bracconaggio sono: la Tanzania, il Mozambico, l’Angola e il Camerun. “Dal 2007 a oggi l’Africa ha perso 144mila elefanti. La loro morte è da collegarsi principalmente al fenomeno del bracconaggio e al commercio illegale dell’avorio. Ogni anno perdiamo circa 30mila elefanti”, ha spiegato il dottor Mike Chase, membro del gruppo Elefanti Senza Frontiere in Botswana e uno degli autori dell’indagine. 

L’indagine è stata condotta principalmente sorvolando le vaste aree dei 18 paesi africani. Gli animali sono stati censiti in prevalenza dall’alto. “Su ogni lato del velivolo che adoperiamo vengono fissate delle fotocamere, in modo che quando voliamo a bassa quota quest’ultima scatti a ripetizione diverse foto. Una volta raccolte, queste immagini vengono controllate più volte e confrontate fra loro al fine di verificare che non vi siano anomalie e discrepanze sul numero di elefanti ripresi”. 

L’area di studio viene suddivisa in sezioni e l’aereo vola avanti e indietro, a più riprese, girando senza sosta affinché nulla venga perso. “La metodologia seguita è molto rigida ed è stata perfezionata grazie alla collaborazione con un gruppo di esperti di indagini aeree. I numeri vengono poi estrapolati in maniera scientifica”, ha spiegato una delle ricercatrici impegnate nel progetto. 

Attraverso delle formule statistiche si giunge poi al numero complessivo di elefanti ripresi nell’area di riferimento. Nel conteggio non rientrano solo gli animali vivi, bensì anche quelli uccisi e le carcasse rinvenute in diversi punti. 

Ma questa tecnica non è sufficiente per avere dati più precisi e allora si ricorre a metodi tradizionali, come i collari di monitoraggio o i microchip, attraverso cui seguire i branchi che si spostano lungo il continente. Anche in questi casi, non si tratta di un lavoro semplice.

In primo luogo, un veterinario deve appostarsi in un luogo sicuro affinché l’animale non percepisca alcun pericolo attorno a sé. Solo allora può puntare il fucile e sparare un anestetico. Inoltre, deve far si che l’animale una volta anestetizzato non si ferisca mentre si accascia al suolo.  

La squadra deve lavorare il più velocemente possibile per fissare il collare e iniettare l’antidoto che dissolva gli effetti dell’anestetico. “Gli elefanti possiedono la capacità cognitiva di percepire eventuali minacce o pericoli. E allora si spostano per cercare un rifugio o uno spazio sicuro. Ecco perché si stanno dirigendo in Botswana dove sono ben protetti”, ha sottolineato il dottor Chase.

Ma non c’è posto per tutti. Il paese non può fronteggiare questa invasione, soprattutto alla luce di una siccità che ha colpito il paese – la più grave degli ultimi trent’anni. Qui la caccia è vietata, anche se non si esclude la minaccia dei bracconieri. “Stiamo ospitando tanti elefanti profughi”, ha dichiarato Otisitswe Broza Tiroyamodimo, direttore del Dipartimento di fauna selvatica e parchi nazionali del paese.

“Attualmente il numero di elefanti è così alto per chilometri quadrato, e questo sta mettendo a dura prova anche l’ambiente circostante”, ha aggiunto Tiroyamodimo.

A fattori naturali e ambientali si sommano quelli demografici. L’enorme crescita della popolazione umana in tutta l’Africa sta rapidamente invadendo aree che, in origine, erano immense distese dove gli animali potevano vagare liberamente. Tale aspetto non fa altro che accentuare le difficoltà di convivenza. 

Ma la minaccia principale proviene essenzialmente da bracconieri e trafficanti e dal loro insaziabile appetito per l’avorio. Nelle ultime settimane, l’associazione no profit Elefanti Senza Frontiere ha scoperto almeno 21 carcasse di elefante. Si tratta dei primi casi di bracconaggio registrati entro i confini del Botswana. 

Innumerevoli carcasse erano sparse lungo il fiume e i loro volti completamente sfigurati per rimuovere la massima quantità di avorio, ha raccontato uno dei ricercatori.

Per fermare sul nascere questo fenomeno sono stati collocati dei militari per pattugliare il confine – a dimostrazione del fatto che il Botswana prende molto sul serio la lotta al bracconaggio – ma le distanze sono notevoli, i ritorni economici per i trafficanti enormi e questi fattori alimentano i rischi per gli ultimi elefanti rimasti in Africa, mettendo a repentaglio la loro sopravvivenza. 

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