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L’atleta belga che dopo le Paralimpiadi di Rio vuole ricorrere all’eutanasia

Dall'età di 17 anni, Marieke Vervoort combatte con una malattia spinale degenerativa e incurabile. Rio è l'ultima tappa di una lunga carriera sportiva

Di TPI
Pubblicato il 9 Set. 2016 alle 12:34 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:31
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Immagine di copertina

Marieke Vervoort ha trascorso gran parte della sua vita a combattere con la sua malattia arrivata ora a una fase degenerativa acuta, debilitando profondamente il suo corpo. Ma questa non le ha impedito di partecipare ai Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro e gareggiare nella sua specialità: l’atletica in carrozzina. 

Nel 2012, Marieke si aggiudicò la medaglia d’oro nei 200 metri e l’argento nei 100 metri in sedia a rotella alle Paralimpiadi di Londra, divenendo così l’atleta di punta del team di sportivi diversamente abili del Belgio. 

Affetta da una malattia spinale degenerativa ritenuta incurabile, Marieke ha annunciato il ritiro dalla scena sportiva ma non nel modo in cui si potrebbe pensare. La trentasettenne ha di fatto dichiarato che non esclude di volersi affidare alla pratica dell’eutanasia per porre fine a una vita fatta di dolore fisico. Pertanto, Rio de Janeiro sarà la sua ultima Olimpiade. 

“Vorrei che tutti quelli che mi conoscono alzassero un bicchiere di champagne e dicessero in corso ‘cheers Marieke’, ti auguriamo il meglio, hai avuto una buona vita”.

Dall’età di 17 anni, la donna vive su una sedia rotelle a causa della malattia che le ha provocato la paralisi alle gambe e un dolore cronico che la tormenta ogni giorno . 

Già nel mese di luglio, Marieke ha ammesso di aver pensato di affidarsi alla pratica della morte medicalmente assistita, divenuta legale in Belgio grazie a una legge del maggio del 2002 entrata in vigore il 20 settembre dello stesso anno.

La Camera dei deputati del parlamento federale di Bruxelles approvò la legge con 86 voti favorevoli, 51 contrari e 10 astensioni. La legge è identica in Olanda e in Belgio. Sono essenzialmente due gli elementi che la caratterizzano: il riconoscimento del ruolo esclusivo del medico nell’attuare l’eutanasia o nell’assistenza al suicidio e la richiesta volontaria e ponderata del malato. 

“Finirò la mia carriera dopo Rio. Dopo di che, vedremo ciò che la vita mi riserverà. Sto iniziando a pensare all’eutanasia. Nonostante la mia malattia, sono stata in grado di provare cose che altri sognano solo”, ha raccontato  Marieke al giornale belga L’Avenir nel mese di agosto. 

Su France 2, Vervoort ha mostrato attraverso le telecamere la sua condizione e le sue giornate segnate dal dolore, dalla fatica nel riuscire a dormire e dalla condizione di dover dipendere da altri. 

“Tutti mi vedono ridere e mi vedono festeggiare quando vinco una medaglia. Ma non vedono l’altra parte di me, ossia quando provo un dolore lancinante, quando dormo solo per dieci minuti. Ma il segreto per superare tutto questo sta nella testa”, ha raccontato la donna.

“Il mio funerale non avverrà dentro una chiesa. Non avverrà nemmeno con un caffè e una fetta di torta. Ma sogno di vedere tutti coloro che conosco brindare augurandomi di trovare finalmente un posto migliore”. 

(Qui Marieke Vervoort in un documentario girato da France 2 sulla sua vita di atleta costretta a combattere con una malattia incurabile)

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