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Gli Stati Uniti sono “totalmente preparati” a esercitare l’opzione militare contro la Corea del Nord

Il Dipartimento del Tesoro di Washington ha inoltre emesso nuove sanzioni contro alcuni cittadini nordcoreani

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 26 Set. 2017 alle 20:51 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 00:36
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Immagine di copertina
Credit: Reuters

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che Washington è “totalmente preparata” a esercitare l’opzione militare per gestire la crisi nucleare in corso in Corea del Nord.

Trump ha anche avvertito Pyongyang che questa eventualità comporterà conseguenze terribili per il paese asiatico.

“Siamo completamente preparati per l’opzione militare, anche se non è la nostra preferita”, ha detto Trump in una conferenza stampa alla Casa Bianca, durante la visita del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy.

“Se prendiamo questa decisione, sarà devastante per la Corea del Nord” ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti.

Nel frattempo, Washington ha imposto nuove sanzioni nei confronti di alcuni cittadini nordcoreani. Secondo quanto riferisce il Dipartimento del Tesoro statunitense, 26 persone e nove banche nordcoreane saranno oggetto dei nuovi provvedimenti economici restrittivi.

Tra gli intermediari finanziari coinvolti alcuni hanno legami con la Cina. Un elenco comparso sul sito-web del Dipartimento del Tesoro presenta inoltre sanzioni contro alcuni cittadini nordcoreani che vivono in Cina, in Russia, in Libia e negli Emirati Arabi Uniti.

Il rapporto tra Donald Trump e Kim Jong-un

Da quando Donald Trump è entrato alla Casa Bianca, il dossier nordcoreano è stato uno dei più importanti sul tavolo del presidente degli Stati Uniti.

Dopo aver fallito diversi test missilistici tra marzo e aprile 2017, il 13 maggio la Corea del Nord ha lanciato un missile a medio raggio del tipo Hwasong-12, capace di trasportare una testata nucleare. Questo test balistico aveva scatenato la reazione internazionale, determinando il deciso cambio di strategia da parte di Trump, che si era detto inizialmente disposto persino a incontrare Kim Jong-un.

Il 4 luglio poi la Corea del Nord ha testato il suo primo missile balistico intercontinentale (Icbm), denominato Hwasong-14, che ha raggiunto un’altitudine di circa 2.800 chilometri prima di finire nelle acque territoriali giapponesi, dopo aver seguito una traiettoria di almeno 930 chilometri. Anche questo test provocò la reazione internazionale, con forti proteste da parte del governo giapponese e di quello della Corea del Sud.

Il lancio di un secondo Icbm del tipo Hwasong-14, avvenuto il 28 luglio, determinò l’applicazione di nuove sanzioni da parte delle Nazioni Unite nei confronti di Pyongyang, approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 5 agosto 2017.

Dopo una serie di provocazioni e dichiarazioni ostili da entrambe la parti, tra cui la minaccia nordcoreana di attaccare il territorio statunitense di Guam, nell’oceano Pacifico, Pyongyang ha lanciato un altro missile il 29 agosto 2017. In questo caso, il Hwasong-12 sorvolò addirittura il nord del Giappone, spezzandosi in tre parti e cadendo 1.180 chilometri al largo dell’isola di Hokkaido, nell’oceano Pacifico settentrionale. Anche questo lancio provocò le proteste internazionali che però restarono inascoltate da parte di Pyongyang.

Il 3 settembre poi la Corea del Nord annunciò di aver addirittura testato un’arma termonucleare, in un esperimento sotterraneo che  ha provocato un terremoto di 9,8 volte più potente di quello causato dal test nucleare del settembre 2016. Il sisma provocato dall’esplosione, con una potenza di 100 chilotoni, ha avuto una magnitudo di 5,7 gradi sulla scala Richter.

Questo test in particolare scatenò le forti proteste del governo di Tokyo e la reazione degli Stati Uniti, che tramite l’ambasciatrice di Washington alle Nazioni Unite, Nikki Haley, dichiararono che la Corea del Nord stava ormai “implorando di fare la guerra”. Così, l’11 settembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità nuove sanzioni economiche alla Corea del Nord.

Anche questa volta le proteste internazionali non sortirono alcun effetto. Pyongyang infatti, il 14 settembre 2017 lanciò un altro missile che ha sorvolato il nord del Giappone. Questo fu il 15esimo test balistico dall’inizio del 2017. Il missile percorse almeno 3.700 chilometri e si andò a schiantare a 2mila chilometri a est dell’isola di Hokkaido, nell’oceano Pacifico settentrionale.

In un gioco di continue provocazioni e di tentate mediazioni internazionali, Donald Trump aveva annunciato l’imposizione di ulteriori restrizioni economiche nei confronti del regime di Kim Jong Un, definendolo “Rocket man” nel suo primo discorso alle Nazioni Unite. Proprio questa mossa da parte degli Stati Uniti aveva portato Pyongyang ad annunciare la possibilità di testare una bomba a idrogeno nell’oceano Pacifico.

In quest’occasione, il leader nordcoreano Kim Jong-un aveva poi definito il presidente statunitense una persona “folle”, sostenendo che avrebbe pagato per le sue minacce. Trump infatti aveva minacciato di distruggere completamente la Corea del Nord nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il presidente degli Sati Uniti aveva poi risposto agli insulti di Kim Jong-un definendolo “un pazzo che spara missili”. La notizia del possibile uso della bomba a idrogeno (o bomba H) nell’Oceano Pacifico era arrivata dal ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho, che aveva parlato di un test su una scala “senza precedenti”.

Lunedì 25 settembre poi, lo stesso ministro degli Esteri nordcoreano aveva accusato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump di aver dichiarato guerra al suo paese, aggiungendo come Pyongyang avesse il diritto di sparare contro i bombardieri statunitensi.

Il ministro Ri Yong-ho ha detto che questo potrebbe valere anche se gli aerei da guerra statunitensi non dovessero trovarsi nello spazio aereo della Corea del Nord. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders aveva però respinto questa accusa, definendo questa dichiarazione “assurda” e avvertendo il paese asiatico di mettere fine alle provocazioni.

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