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Gli alberi che leggeremo tra cent’anni

In una foresta norvegese, sono stati piantati mille alberi che tra cento anni serviranno a produrre altrettanti libri, che rimarranno inediti sino al 2114

Di Alison Flood
Pubblicato il 28 Mag. 2015 alle 16:56 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:02
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Immagine di copertina

A Nordmarka, nei pressi di Oslo, sono stati piantati mille alberi che tra cento anni serviranno a produrre altrettanti libri. Il progetto Future Library, ideato dall’artista scozzese Katie Paterson, prevede che ogni anno un autore consegni un’opera che rimarrà inedita fino al 2114 e conservata in un’apposita stanza della Deichmanske Bibliotek di Oslo.

Tra questi anche la scrittrice Margaret Atwood, che in questi giorni ha rivelato soltanto il titolo del suo futuro manoscritto “Scribbler Moon“. 

Seguiamo Atwood in una foresta umida della Norvegia mentre tiene in mano il suo manoscritto per un libro che non verrà letto per i prossimi cento anni.

La scrittrice canadese, vincitrice del Booker Prize, si trova qui per consegnare il suo manoscritto al quale ha lavorato in totale segreto negli ultimi anni. I giovani pini che la circondano cresceranno per dare la carta sul quale verrà stampato il suo lavoro tra un secolo.

Nei prossimi cento anni, altri 99 autori, uno all’anno, contribuiranno con i loro lavori al progetto Future Library. Il britannico David Mitchell, scrittore e comico, è stato da poco annunciato scrittore per l’anno 2015.

Nel 2114, i mille alberi piantati la scorsa estate nella regione del Nordmarka verranno tagliati e i lavori degli autori saranno resi pubblici.

“C’è qualcosa di magico in tutto ciò,” dice Atwood. “È come la Bella Addormentata nel Bosco. I manoscritti riposeranno per cento anni e poi si sveglieranno e torneranno alla vita. È la stessa durata del tempo di questa fiaba. Anche Bella ha dormito per cento anni.”

Seguendo le frecce di segatura disegnate sui sentieri della foresta, attraversando i boschi di anemoni e i cespugli di mirtilli, i ruscelli e il muschio, Atwood e un pubblico di ammiratori si sono fatti strada dalla stazione sulla cima del fiordo di Oslo fino al luogo in cui la cerimonia di consegna del manoscritto ha avuto luogo.

“Sto mandando un manoscritto nel futuro,” rivela l’autrice, in un piccolo discorso scritto per l’evento. “Ci saranno ancora esseri umani che staranno aspettando di riceverlo? Ci sarà ancora una ‘Norvegia’? Ci sarà una foresta? Ci sarà una ‘biblioteca’? Com’è strano pensare alla mia voce – che allora sarà stata in silenzio così a lungo – improvvisamente risvegliarsi dopo cento anni.”

“Qual è la prima cosa che si dirà quando una mano, appartenente a un corpo che ancora non esiste, tirerà fuori la mia opera dal suo contenitore e aprirà la prima pagina? Mi immagino questo incontro, tra il mio testo e questo lettore che non esiste ancora, come se fosse un po’ come la stampa artigianale rossa che una volta ho visto sul muro di una grotta messicana, che era rimasta sconosciuta per più di trecento anni. Chi può decifrarne il suo significato adesso? Ma il suo significato generale era universale: chiunque poteva leggerlo: “Saluti. Sono stato qui.”

Più tardi, parlando nella libreria di Oslo che ospiterà, in una stanza in legno, i manoscritti ora sigillati, Atwoos dice che Paterson le ha dato tre regole: “Non possono dire cosa ci sia all’interno della scatola e non posso metterci dentro un album di foto. Ma può essere di qualsiasi lunghezza, una parola o mille pagine, una storia, un romanzo, delle poesie, storie reali”.

“L’intenzione è quella di stampare tremila copie di tutti i testi una volta che la raccolta sarà completata. Mille certificati che intitolano che li possiede a essere pubblicati nel 2114, sono disponibili adesso. Circa cento sono già stati venduti per 600 sterline ciascuno.

“Non sappiamo davvero chi li leggerà,” continua Atwood. “Stiamo lavorando anche allo sviluppo della lingua nel tempo. Quali parole che usiamo oggi saranno diverse, arcaiche, obsolete? Quali nuove parole entreranno nella lingua? Non sappiamo di quali note avremo bisogno. Avranno dei computer? Li chiameranno in un altro modo? Cosa ne penseranno degli smartphones? Quella parola esisterà ancora?”.

È lo stesso dilemma che prova Winston Smith nel libro di George Orwell 1984, aggiunge la Atwood, quando comincia il suo diario. Orwell ha scritto: “Come si può comunicare con il futuro? Era, per sua natura, impossibile. O il futuro sarebbe assomigliato al presente, in quel caso nessuno lo avrebbe ascoltato, o il futuro sarebbe stato diverso dal presente e allora il suo messaggio sarebbe stato privo di significato.”

Ma il vero concetto di Future Library, che sarà sostenuto da un fondo fiduciario, contiene un nocciolo di speranza: ovvero che ci saranno persone che tra cento anni staranno leggendo e che staranno ascoltando.

Mitchell, il cui ultimo romanzo, The Bone Clocks,  parla di un futuro distopico e del concetto di tempo, lo chiama “un voto di fiducia che crede, nonostante le visioni catastrofiche con cui conviviamo, che il futuro sarà ancora un posto luminoso, desideroso e capace di completare lo sforzo artistico cominciato un secolo prima da persone ormai defunte da tempo”.

Aggiunge: “Immaginate se Future Library fosse stata concepita nel 1914 e cento autori da tutto il mondo avessero scritto cento volumi tra allora e oggi, mai visti fino ad ora. Come ci si sentirebbe ad attraversare questa strada del tempo e della storia umana? Contribuire e appartenere a un’esperienza narrativa che dura più a lungo dell’arco della tua stessa vita, fa bene all’anima”.

In progetti precedenti, l’artista Paterson ha sotterrato un minuscolo granello di sabbia sotto il deserto del Sahara e ha mandato in onda i suoni di un ghiaccio che si stava sciogliendo in una galleria d’arte, attraverso i telefoni cellulare dei visitatori. Come è arrivata a questa idea?

“Ho visto il collegamento tra gli anelli dei tronchi degli alberi, la carta, la polpa e i futuri scrittori,” dice Paterson. “Non avremmo fatto tutto questo se non fossimo certi che le persone del futuro taglieranno gli alberi per farne dei libri. I libri attraverseranno una moltitudine di cambiamenti che non possiamo nemmeno immaginare, libri digitali oppure completamente diversi. Ma Umberto Eco paragona tutto questo alla ruota, chiedendosi ‘come potrebbe mai essere migliorata?” Quindi sono sicura che ci saranno ancora libri. Ma questo è il nostro piccolo contributo per preservare i libri stampati.”

Atwood è d’accordo. “Se salviamo gli oceani allora sì, epidemie endemiche a parte, ci sarà una razza umana.”

Gli scrittori del futuro verranno da tutto il mondo, dice Paterson, che sapeva dall’inizio che il suo progetto le sarebbe sopravvissuto. “Sapevo che sarei stata morta,” dice. “Ma è strano pensare che starò zoppicando intorno a questi alberi quando avrò 90 anni. Ma non importa se ci sarò oppure no. I rituali continueranno. Il tempo rimane fermo nella foresta.” 

L’articolo originale è stato pubblicato qui. Traduzione parziale a cura di Irene Fusilli.

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