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La nonna cambogiana accusata dello sterminio di 560mila persone

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Oggi Im Chaem ha 74 anni e continua a vivere in totale libertà. Su di lei pesano accuse di crimini contro l'umanità perpetrati sotto i Khmer Rossi in Cambogia

Im Chaem trascorre le sue giornate curando il piccolo appezzamento di terra che circonda la palafitta in cui vive, nel villaggio di Anlong Veng, ai piedi dei monti Dangrek, al confine tra la Cambogia e la Thailandia. 

Qui tutti conoscono l’arzilla 74enne, ma non tutti conoscono – o preferiscono non ricordare – il passato inglorioso della donna. Recentemente un tribunale ha accusato Im di crimini contro l’umanità, ma il caso giudiziario è stato archiviato. 

La donna continua a vivere in libertà, dedicandosi ai suoi nipoti, coltivando cetrioli che dona alla pagoda locale e accudendo la piccola mandria di mucche di cui dispone. 

Lo sterminio di massa sotto i Khmer Rossi

Im Chaem vive in questo paradiso naturale lontano da occhi e orecchie indiscrete, nonostante gravino sulle sue spalle accuse pesanti. Verso la fine degli anni Settanta, la donna aveva contribuito all’uccisione di decine di migliaia di persone sotto il regime comunista dei Khmer Rossi, nella Cambogia nord occidentale. 

Nel 2015, un tribunale delle Nazioni Unite aveva accusato la donna di crimini contro l’umanità. Rientravano in questa categoria gli omicidi di massa, lo sterminio di migliaia di innocenti e la riduzione in schiavitù. 

Il 23 febbraio 2017 una sentenza del tribunale cambogiano ha lasciato cadere le accuse. Non sono mancati i sospetti che dietro questa decisione ci fossero le pressioni esercitate dal governo cambogiano sui giudici. 

Il tribunale istituito per far luce sui crimini commessi durante i quattro anni di governo dei Khmer Rossi in Cambogia (1975-1979) era un progetto congiunto tra le Nazioni Unite e lo stesso governo cambogiano, che si era impegnato inizialmente a perseguire tutti i responsabili dell’eccidio compiuto in quegli anni, soprattutto alti dirigenti e funzionari. 

Il caso di Im Chaem è stato respinto, stando a una dichiarazione del tribunale, poiché la donna non figurava all’epoca dei fatti né come dirigente, né come funzionaria sotto il regime. Dal canto suo, lm Chaem ha replicato di non aver alcuna intenzione di recarsi in tribunale.

“Non mi piacciono le accuse contro di me”, ha dichiarato la donna in una recente intervista rilasciata al New York Times nella sua casa di Anlong Veng, una delle ex roccaforti dei Khmer Rossi. “Non voglio pensarci. Non voglio avere alcuna difficoltà e voglio solo vivere in pace”.

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Tra il 1975 e il 1979, sotto il regime dei Khmer Rossi, in Cambogia, sono morte ben 2,2 milioni di persone. Per fare luce su queste uccisioni indiscriminate, nel 2006 è nato un tribunale, ma il suo lavoro è stato spesso ostacolato e non ha dato i frutti sperati. Fino a oggi sono state emanate solo tre condanne che hanno colpito due alti dirigenti e il capo carceriere che operava sotto il regime comunista. 

Un quarto sospetto è morto durante l’azione penale a causa dell’età troppo avanzata, mentre un quarto è stato dichiarato inabile a partecipare al processo a causa della demenza che lo aveva colpito. Tre funzionari di alto livello risultano ancora indagati, ma contro di loro non è mai stato spiccato alcun mandato di cattura. 

Il governo cambogiano – il cui nucleo è formato per lo più da ex funzionari e soldati disertori – ha di fatto bloccato il lavoro del tribunale ostacolandolo nel raggiungere e colpire gli ex funzionari e dirigenti dei Khmer Rossi. Molti di loro hanno guadagnato posizioni strategiche nell’esercito e ruoli nella pubblica amministrazione nel processo di reintegro sociale avviato nel 1990. 

Le accuse contro Im Chaem

Dal passato di Im Chaem sono emersi fatti inquietanti.  “Im Chaem ha giocato un ruolo chiave in quel periodo ed è responsabile della morte di migliaia di persone”, ha sottolineato in un comunicato diffuso a dicembre un procuratore delle Nazioni Unite, Nicholas Koumjian.

Secondo un documento riservato presentato dai pubblici ministeri nel 2008, Im Chaem e un altro funzionario, Yim Tith, erano stati inviati nel 1977 nel nord del paese con il compito di eliminare i traditori del regime. Questo non ha impedito loro di uccidere altri innocenti, nel tentativo di imporre l’ideologia comunista. 

Si calcola che entrambi siano responsabili di 560mila morti. Dai documenti si evince che all’epoca oltre 40mila persone sono morte nel più grande carcere cambogiano, Phnom Trayoung, che presumibilmente era sotto il diretto controllo di Im Chaem. 

“Nel villaggio di Chakrey abbiamo sentito le urla che provenivano dalla foresta”, ha raccontato uno dei sopravvissuti. “I vestiti delle vittime venivano poi distribuiti a noi il giorno successivo”. 

Dai documenti emerge che la donna aveva il compito di supervisionare la costruzione di un grande acquedotto per aumentare la produzione di riso, e di due dighe. Secondo i pubblici ministeri, queste infrastrutture erano state realizzate interamente a mano in tre mesi, attraverso lo sfruttamento di 1.300 schiavi costretti a lavorare a ritmi massacranti e ridotti alla fame. Sulla base dei racconti dei sopravvissuti raccolti, ai lavoratori ridotti in schiavitù spettavano piccole porzioni di porridge di riso.

A ciò si aggiungono ulteriori particolari emersi durante un’intervista del 2012 con un gruppo di ricerca indipendente cambogiano, che ha raccontato come Im Chaem era stata chiamata a “risolvere i problemi perché aveva un talento nell’organizzare i lavoratori e supervisionare la coltivazione del riso”. 

Casualmente, il capo del centro di documentazione indipendente cambogiano, Youk Chhang, aveva lavorato sotto il comando della donna. All’età di 14 anni, Youk era stato costretto a lasciare la sua casa nella capitale, Phnom Penh, ed era stato inviato nel nord-ovest del paese per lavorare alla costruzione della diga.

L’uomo ha raccontato che le condizioni di lavoro alle quali era stato costretto erano brutali e che i lavoratori vivevano costantemente nella paura di essere uccisi. “Lei ci costringeva a lavorare senza cibo e senza acqua”, ha raccontato Youk Chhang. “Per quanto mi riguarda, anche se il giudice ha respinto il caso, un criminale rimane tale fino a quando non riceve la giusta punizione”. 

“Tutti sanno chi è Im Chaem. Tutti sanno che vive in questo villaggio, ma non sappiamo quello ha fatto in passato”, ha raccontato un abitante dello stesso villaggio dove vive l’anziana. “I suoi familiari proteggono la privacy di questa anziana donna, che trascorre il suo tempo a prendersi cura dei fiori e delle sue piante grasse ornamentali per le quali nutre una vera passione. E la difendono”. 

“Lei non è in grado di uccidere un pesce, figuriamoci se poteva ammazzare un essere umano”, ha raccontato invece una sua vicina di casa. “Le persone che l’accusano di omicidi atroci, non hanno mai visto il suo volto. Tutti coloro che la guardano in faccia e la conoscono, si affezionano a lei all’istante”. 

La dittatura dei Khmer Rossi

I Khmer Rossi erano nati nel 1968 come una divisione dell’Esercito Popolare vietnamita del Vietnam del Nord. Il loro obiettivo era creare una società agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito – conosciuti in quegli anni con il nome di Angkar – controllassero tutti gli aspetti della vita dei cambogiani.

Si trattava di un’ideologia che univa alcuni elementi del marxismo con una versione estremizzata del nazionalismo khmer, termine che indica il gruppo etnico più grande della Cambogia. I Khmer Rossi instaurarono una delle dittature più violente e terribili del Ventesimo secolo: nei quattro anni di regime costruirono in diverse parti del paese prigioni e campi di sterminio.

Alcuni dei sopravvissuti alla mattanza preferiscono rimuovere i loro ricordi più dolorosi, mentre altri si limitano semplicemente a giustificare quel periodo storico come parte integrante della cultura cambogiana, sotterrando il passato. 

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