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Libia, aumentano le vittime degli scontri a Tripoli. L’Oms: “Almeno 562 morti e oltre duemila feriti”

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Libia news guerra | Il bilancio delle vittime dell’Oms. Sono almeno 562 i morti e 2855 i feriti dell’ultimo bilancio degli scontri a Tripoli, aggiornamento delle conseguenze della guerra civile stilato dall’Organizzazione mondiale della Sanità.  Secondo l’agenzia Onu, i civili uccisi da inizio aprile sono 40 mentre quelli feriti sono 106.

La situazione in Libia è precipitata dallo scorso 3 aprile, quando il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica a capo dell’Esercito nazionale libico, ha iniziato la sua offensiva contro Tripoli, la capitale del paese e la sede del Governo di unità nazionale guidato da Fayez al Serraj. Il premier libico, il cui esecutivo è l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha risposto schierando le forze a lui fedeli per contrastare l’avanzata del maresciallo, che nei primi momenti del conflitto aveva guadagnato velocemente terreno. (Qui a che punto è la guerra in Libia)

Nel dare l’annuncio dell’imminente avanzata contro la capitale, il maresciallo aveva dichiarato che il suo obiettivo era combattere “terroristi, criminali e bande armate”. (Qui il nostro commento)

Il 25 maggio, secondo quanto riportato dal sito Libya Observer e dalla tv Al Jazeera, il conflitto è ripreso anche nella parte sud di Tripoli tra le forze governative e gli uomini del generale Khalifa Ḥaftar. Gli scontri sono ripresi sulla via dell’aeroporto, uno dei punti strategici, chiuso dal 2014 e distante circa 30 chilometri dalla capitale, che entrambe le parti cercano di conquistare.

Le alleanze internazionali. Il conflitto in Libia ha diviso anche le cancellerie internazionali lungo due fronti contrapposti: da un lato l’Onu, Qatar e Turchia che sostengono il premier Serraj; dall’altra Egitto, Emirati Arabi Uniti, Ue e più indirettamente Russia, Stati Uniti e Francia che appoggiano il generale Haftar. 

A testimoniare la vicinanza di Mosca e Parigi al maresciallo sono state alcune visite compiute da delegazioni di Haftar nelle due capitali per incontrare i relativi capi di Stato e ottenerne l’appoggio, anche militare nel caso della Russia.

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