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La lettera di ringraziamento che Bob Dylan ha inviato ai Nobel

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Il cantautore, che non ha partecipato alla cerimonia di premiazione a Stoccolma per "impegni già presi", ha inviato un discorso letto dall'ambasciatrice statunitense

Dopo giorni di attesa, in cui inizialmente non aveva nemmeno risposto alle chiamate ufficiali dell’Accademia svedese, a metà novembre Bob Dylan aveva annunciato che, a causa di “impegni preesistenti”, non sarebbe stato in grado di recarsi a Stoccolma il 10 dicembre per la cerimonia di consegna del premio Nobel per la letteratura 2016.

Il cantautore statunitense era stato insignito del Nobel il 13 ottobre 2016, causando reazioni equamente divise tra esultanza e scandalo, e da allora il suo comportamento era stato ogni giorno a dir poco imprevedibile. Dylan aveva infatti per giorni evitato di commentare in alcun modo la notizia, e l’Accademia svedese, ossia il comitato che assegna il premio, non era riuscita a mettersi in contatto con lui, attirando ulteriori critiche al cantante per un comportamento così snob. 

“La notizia del premio Nobel per la letteratura mi ha lasciato senza parole. Apprezzo moltissimo questo onore”, aveva dichiarato il cantautore, dopo tre settimane di silenzio, annunciando l’intenzione di ritirare il premio di persona “se sarà possibile”.

Così non è stato, ma la rockstar diventata Nobel ha provveduto a inviare una lettera di ringraziamento all’Accademia, che sabato 10 dicembre è stata letta dall’ambasciatrice statunitense in Svezia Azita Raji durante la cerimonia presso la Sala da concerti di Stoccolma, dove sono stati premiati i Nobel di quest’anno.

Questo il testo della lettera (qui l’originale in inglese), in cui Dylan ha espresso la sua gratitudine, il suo stupore e, ricorrendo a Shakespeare, ha affrontato la questione, molto dibattuta alla notizia della sua vittoria, riguardo all’eventualità che le canzoni possano essere letteratura:

“Buonasera a tutti.

Mando il mio più caloroso saluto ai membri dell’Accademia svedese e a tutti gli altri ospiti illustri presenti questa sera.

Mi dispiace non poter essere con voi di persona, ma sappiate che sono sicuramente con voi in spirito, e onorato di ricevere un premio così prestigioso. Essere premiato col Nobel per la letteratura è una cosa che non avrei mai potuto immaginare o prevedere. Fin da piccolo, ho conosciuto, letto e assorbito le opere di coloro che sono stati ritenuti degni di un tale riconoscimento: Kipling, Shaw, Thomas Mann, Pearl Buck, Albert Camus, Hemingway. Questi giganti della letteratura, le cui opere sono insegnate in aula, ospitate nelle biblioteche di tutto il mondo, e di cui si parla con toni riverenti, mi hanno sempre fatto una profonda impressione. Che ora il mio nome si aggiunga a quelli di un elenco del genere va veramente oltre qualsiasi parola.

Non so se questi uomini e donne abbiano mai pensato di ricevere un giorno un Nobel, ma suppongo che chiunque scriva un libro, una poesia o uno spettacolo teatrale, in qualsiasi parte del mondo, possa serbare questo sogno segreto nel profondo di sé. Probabilmente è sepolto così in profondità che non se ne rendono nemmeno conto.

Se qualcuno mi avesse mai detto che avrei avuto una minima possibilità di vincere il premio Nobel, avrei pensato di avere circa le stesse probabilità di camminare sulla luna. Per dirne una, nell’anno in cui sono nato e per alcuni anni in seguito, nessuno al mondo è stato considerato abbastanza degno di vincere questo Nobel. Quindi mi rendo conto di far parte di una compagnia molto ristretta, a dire il meno.

Ero in tour quando ho ricevuto questa notizia sorprendente, e mi ci è voluto più di qualche minuto per elaborarla a dovere. Ho cominciato a pensare a William Shakespeare, il grande esempio di figura letteraria. Suppongo che Shakespeare si definisse un drammaturgo. Il pensiero che stesse scrivendo della letteratura non gli sarebbe proprio passato per la testa. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico. Destinate a essere recitate, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensasse a un sacco di cose diverse: “Chi sono gli attori giusti per questi ruoli?”, “Come dovrebbe essere messo in scena?”, “Voglio davvero ambientarlo in Danimarca?”.

La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in prima linea nella sua mente, ma c’erano anche le questioni più banali da considerare e affrontare: “La parte finanziaria è a posto?”, “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei mecenati?”, “Dove lo trovo un teschio umano?”. Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda “Questa è letteratura?”.

Quando ho iniziato a scrivere canzoni da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie capacità, le mie aspirazioni per queste canzoni non arrivavano chissà quanto lontano. Pensavo che avrebbero potuto essere ascoltate nei caffè e nei bar, e forse più avanti in luoghi come la Carnegie Hall o il London Palladium. Se proprio volevo sognare in grande, forse avrei potuto immaginare di arrivare a fare un disco e poi sentire le mie canzoni alla radio. Nella mia testa, era quello il grande risultato. Fare dischi e sentire le tue canzoni alla radio voleva dire raggiungere un grande pubblico, e sperare di poter continuare a fare quello che ti eri riproposto di fare.

Beh, io ho fatto quello che mi ero riproposto di fare da molto tempo, ormai. Ho realizzato decine di dischi e suonato in migliaia di concerti in tutto il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato posto nella vita di molte persone in molte culture diverse, e per questo mi sento grato.

Ma c’è una cosa che devo dire: come performer ho suonato per 50mila persone e per 50, e posso dirvi che è più difficile suonare per 50 persone. 50mila persone hanno un’unica personalità, con 50 non è così. Ogni persona ha un’identità separata e individuale, un mondo a sé stante. Riescono a percepire le cose in modo più chiaro. La tua onestà, e come questa si relazioni alla profondità del tuo talento, viene messa alla prova. Il fatto che il comitato dei Nobel sia così ristretto mi onora, dunque.

Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso occupato con il perseguimento dei miei sforzi creativi e ho a che fare con tutte le varie questioni banali della vita. “Chi sono i migliori musicisti per queste canzoni?”, “Sto registrando nello studio più adatto?”, “Questa canzone è nella tonalità giusta?”. Certe cose non cambiano mai, neanche dopo quattrocento anni.

Non una volta ho avuto il tempo di chiedermi: “Le mie canzoni sono letteratura?”.

Dunque ringrazio l’Accademia svedese, sia per essersi disturbata a prendere in considerazione questa specifica domanda e, in ultimo, per aver dato una risposta così meravigliosa.

I miei migliori auguri a tutti voi,

Bob Dylan”

* traduzione dall’inglese di Guglielmo Latini

— LEGGI ANCHE: Bob Dylan: un magnifico ribelle diventato Nobel

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