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La donna araba che non fa notizia

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Somayya Jabarti è il nuovo direttore di Saudi Gazette. Ma non è un passo avanti per il riconoscimento dei diritti delle donne

Un direttore di giornale donna in un Paese dove, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, le cariche politiche sono per la quasi totalità in mano agli uomini.

Dove un tutore ha il potere di decidere se dare il permesso a una ragazza di potersi curare in ospedale, dove una donna al volante è considerata un tabù e la lotta per il diritto allo studio femminile, che dura da 20 anni, inizia solo oggi a far vedere i primi frutti.

La promozione di Somayya Jabarti come nuovo direttore della Saudi Gazette poteva rappresentare la svolta per il ruolo della donna in Arabia Saudita, “un Paese – spiega Laura Silvia Battaglia, esperta di Medio Oriente che da anni scrive della situazione delle donne nel mondo islamico – che, però, non è ancora pronto a un vero e proprio cambio di marcia verso il riconoscimento dei diritti delle donne.”

Storie simili a quella di Jabarti, però, in Arabia Saudita non sono così rare. Nonostante sia necessario il permesso di un tutore, molte donne saudite ricoprono oggi ruoli di vertice all’interno delle numerose aziende del settore energetico presenti nel paese. È il caso, ad esempio, del gruppo petrolchimico Sabic. Dal 2013, inoltre, il Re Abdullah bin Abdulaziz al Saoud ha aperto a 30 quote rosa all’interno della Shura, il consiglio consultivo.

“Queste concessioni, però, sono cambiamenti di facciata e non volti all’emancipazione femminile — continua Battaglia. Da anni, ormai, ci sono donne che ricoprono ruoli di primo livello all’interno delle grandi aziende del paese, ma sono tutte accomunate da una precisa caratteristica: provengono dalle ricchissime èlite saudite, hanno studiato all’estero e rappresentano, comunque, il potere politico del paese.”

Anche la promozione di Jabarti non rappresenta, quindi, un grande cambiamento nella costruzione gerarchica saudita. Come ha spiegato proprio la nuova direttrice della Saudi Gazette ai microfoni di Al-Arabiya, “quello del giornalista in Arabia Saudita è un mestiere prettamente femminile.” Non a caso la redazione della testata è formata da 20 persone, di cui solo tre sono uomini.

Anche se Jabarti prevede che “il ruolo di una sola donna avrà ripercussioni su tutte le donne saudite”, la realtà nel paese del Golfo è ben diversa: “Le testate giornalistiche in Arabia Saudita – continua Battaglia – sono tutte filo-governative e l’opposizione al volere o alla figura del re la si paga con il carcere. Quindi il ruolo ricoperto dalla Jabarti è più una facciata per strizzare l’occhio al’Occidente che il segno di un vero cambiamento.”

Anche la recente concessione monarchica di 30 posti riservati alle donne all’interno della Shura (il 20 per cento dei 150 totali, ndr) ha valore limitato. Il consiglio, infatti, è nominato dal re e i suoi rappresentanti fanno tutti parte delle èlite del Paese.

“La vera spaccatura – insiste Battaglia – non è rappresentata dal genere, ma dalla classe di appartenenza. In un paese dove gli aspetti formali che regolano i rapporti tra uomo e donna sono comunque molto importanti, la vera differenza sta tra le èlite e la classe media. Come abbiamo visto, c’è spazio per le donne dei ceti alti, ma non per quelle degli strati più bassi.”

“La vera rivoluzione, la vera conquista di diritti da parte delle donne non si misura tanto dalle quote rosa della Shura o dalla direzione femminile della Saudi Gazette ma, ad esempio, dalle lotte per il diritto allo studio universitario delle donne delle classi medio-basse.”

“Una lotta che va avanti da 20 anni e che inizia ad avere i primi risultati soltanto oggi, con l’aumento del numero delle borse di studio all’estero per le donne delle classi medie. Da qui si deve partire e non dai piccoli gesti che strizzano l’occhio all’Occidente.”

Piccoli passi che, grazie al ricambio generazionale, potrebbero portare nei prossimi decenni alla vera conquista di diritti da parte delle donne.

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