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Home » Esteri

Iran e Usa ai ferri corti durante i colloqui sul nucleare a Ginevra. Khamenei sfida Trump: “Non riuscirete a distruggerci”

Immagine di copertina
A sinistra, il presidente Usa Donald Trump. A destra, l'ayatollah Ali Khamenei. Credit: AGF

I negoziati sul programma nucleare si aprono in un clima di crescente tensione militare nel Golfo dopo le minacce del presidente Usa di un cambio di regime a Teheran

La Guida suprema della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei ha avvisato oggi il presidente Donald Trump che gli Stati Uniti non riusciranno a distruggere la Repubblica islamica dell’Iran, proprio mentre a Ginevra, in Svizzera, è previsto un nuovo round di colloqui tra i rappresentanti della Casa bianca e di Teheran.

Le minacce di Trump
Il presidente Usa minaccia da settimane un’azione militare contro l’Iran: il mese scorso aveva avvertito i leader iraniani di essere pronto a ordinare un attacco contro Teheran se la Repubblica islamica non avesse smesso di uccidere i manifestanti scesi in piazza contro Khamenei. La scorsa settimana poi Trump ha dichiarato che un cambio di regime “sarebbe la cosa migliore che potesse accadere” in Iran.
Definendo infine “molto importanti” i colloqui previsti oggi in Svizzera, ieri il presidente Usa aveva affermato che sarebbe stato coinvolto “indirettamente” nei negoziati, lasciando intendere che questa volta Teheran era motivata a trattare. “Non credo che vogliano affrontare le conseguenze di un mancato accordo”, aveva ribadito il magnate newyorkese alla stampa presente a bordo dell’Air Force One.
“Avremmo potuto raggiungere un accordo invece di inviare i B-2 per annientare il loro potenziale nucleare. E abbiamo dovuto inviare i B-2”, aveva poi aggiunto l’inquilino della Casa bianca, riferendosi ai bombardieri stealth che avevano effettuato i bombardamenti a giugno contro l’Iran. “Spero che ora saranno più ragionevoli”.

La reazione di Khamenei
La risposta dell’ayatollah Ali Khamenei non si è fatta attendere. “Il presidente degli Stati Uniti ha affermato in uno dei suoi recenti interventi che per 47 anni l’America non è stata in grado di eliminare la Repubblica Islamica; se ne è lamentato con il suo stesso popolo. Per 47 anni, l’America non è stata in grado di eliminare la Repubblica Islamica. Questa è una buona ammissione”, ha dichiarato oggi la Guida suprema della Rivoluzione durante un incontro nella provincia dell’Azerbaigian orientale, nel nord-ovest dell’Iran. “Io dico: neanche voi sarete in grado di farcela”.
Ma il leader supremo della Repubblica islamica non si è limitato a rispondere a Trump, minacciando anche le forze schierate dagli Stati Uniti per fare pressione su Teheran. Nella stessa occasione infatti Khamenei ha avvisato la Casa bianca che la portaerei inviata nel Golfo potrebbe essere affondata. “A volte anche l’esercito più forte del mondo può ricevere uno schiaffo tale da non riuscire più a rialzarsi”, ha affermato l’ayatollah, rispondendo alle affermazioni del presidente Usa secondo cui le forze armate di Washington non hanno eguali sul Pianeta. “Continuano a dire che hanno inviato una portaerei verso l’Iran”, ha detto oggi Khamenei. “Va bene, una portaerei è pericolosa ma più pericolosa della portaerei è l’arma che può farla affondare”.

Grandi manovre nel Golfo
Da settimane Washington continua a inviare truppe, sistemi di difesa aerea e unità navali e aeronautiche nel Golfo persico, sia per intimidire Teheran che per avere la possibilità di colpire all’interno dell’Iran qualora i negoziati fallissero. Attualmente la portaerei USS Abraham Lincoln incrocia al largo della costa nord-orientale dell’Oman in direzione dell’Iran, mentre nell’area è in arrivo anche la portaerei USS Gerald R. Ford, insieme a tre cacciatorpediniere. Nel nord del Mar Arabico, parte del gruppo d’attacco della Lincoln che è dotata tra l’altro di caccia F-18 e F-35, operano anche tre cacciatorpediniere, la USS Frank E. Petersen Jr., la USS Michael Murphy e la USS Spruance. Intanto nello Stretto di Hormuz operano altre due cacciatorpediniere statunitensi, la USS McFaul e la USS Mitscher. Altre tre unità navali da combattimento, la USS Santa Barbara, la USS Tulsa e la USS Canberra, si trovano a nord del Qatar, tra la costa meridionale della Repubblica islamica e la Penisola arabica. Presso le basi di Al Kharj, in Arabia Saudita; Al Udeid, in Qatar; e Al Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti; gli Usa hanno posizionato droni, unità di sorveglianza aerea e cacciabombardieri. Altri 12 caccia F-15 statunitensi si trovano invece presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania.
L’Iran però non resta a guardare. Proprio ieri il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha avviato un’esercitazione marittima nello Stretto di Hormuz presso le tre isole di Abu Musa e Tunb, contese dagli anni Settanta con gli Emirati Arabi Uniti. Ma alle manovre in corso nell’area parteciperanno nei prossimi giorni anche Russia e Cina. Denominate “Cintura di sicurezza marittima 2026”, come rivelato dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim e dal consigliere presidenziale russo Nikolai Patrushev in un’intervista al quotidiano Argumenty i Fakty, le esercitazioni coinvolgeranno unità della Marina di Teheran, della Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, nonché delle forze navali di Pechino e Mosca. Tali operazioni, come ha riferito oggi la tv pubblica iraniana Irib, richiederanno una parziale chiusura dello stretto di Hormuz per motivi di “sicurezza”. “Parti dello Stretto di Hormuz saranno chiuse per rispettare i principi di sicurezza e navigazione”, ha fatto sapere un corrispondente della televisione di stato iraniana, in collegamento dal sito delle esercitazioni, senza specificare né la portata né la durata di questo provvedimento. Queste manovre, giunte all’ottava edizione, si svolgono dal 2019 su iniziativa di Teheran e includono esercitazioni anti-pirateria, anti-terrorismo e missioni di ricerca e soccorso. Ma contribuiscono ad aggiungere tensione a un quadro che ne ha già abbastanza.

I colloqui a Ginevra
Lo schieramento di unità militari, l’enfasi del presidente Donald Trump e di altri autorevoli esponenti della sua amministrazione su un cambio di regime a Teheran e le dimostrazioni muscolari della Repubblica islamica aumentano la posta in gioco per i colloqui previsti oggi a Ginevra, in Svizzera, con la mediazione dell’Oman.
Il primo round di negoziati si era concluso il 6 febbraio scorso a Muscat, con il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, che aveva definito l’esito “positivo” e annunciato la continuazione dei colloqui con gli inviati della Casa bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. Tutti e tre sono presenti oggi in Svizzera per continuare le trattative.
Mediati dal ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, che ha incontrato separatamente le delegazioni di Usa e Iran, ai colloqui era presente anche il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi. “Sono a Ginevra con idee concrete per raggiungere un accordo giusto ed equo”, aveva affermato ieri sui social il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. ”Ciò che non è sul tavolo, tuttavia, è la nostra sottomissione alle minacce”, aveva però avvertito prima di incontrare Grossi per una serie di “approfondite discussioni tecniche”.
“Il presidente (Trump) preferisce ancora soluzioni pacifiche e negoziate”, aveva dichiarato sempre ieri il segretario di Stato Usa Marco Rubio da Budapest, aggiungendo che l’amministrazione statunitense spera ancora di raggiungere un accordo con Teheran. “Penso che se ci fosse la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico che affronti le nostre preoccupazioni, saremmo molto aperti e disponibili”, aveva aggiunto. “Ma non voglio sopravvalutare o pregiudicare questi negoziati”.
Il nodo fondamentale resta il programma nucleare di Teheran ma non solo. Al centro delle trattative infatti Washington ha inserito anche lo sviluppo balistico della Repubblica islamica e l’appoggio alle milizie in Libano (Hezbollah), Iraq (al-Hashd al-Shabi) e Yemen (Houthi), a cui però il regime di Khamenei non sembra voler per ora rinunciare.

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