Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 19:58
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Esteri

Regime change in Iran? Le frasi del governo israeliano e i bombardamenti sulle stazioni di polizia

Immagine di copertina

“Alla fine, non possiamo rovesciare il regime. Solo il popolo iraniano può farlo”, ha dichiarato lo scorso 12 marzo al sito Times of Israel, il ministro degli Esteri dello Stato ebraico Gideon Sa’ar, rimanendo sibillino su uno dei grandi interrogativi di questa guerra in Iran: Israele e Stati Uniti puntano davvero a rovesciare il regime degli ayatollah?

Lo stesso Sa’ar, sempre senza sbilanciarsi, ha però anche aggiunto che “allo stesso tempo, dobbiamo dire che senza aiuti esterni non hanno alcuna possibilità di rovesciare il regime”, lasciando intendere che le operazioni militari in corso possono dare un contributo per questo obiettivo. Qualcosa che combacia perfettamente con quanto scritto su X dal premier Netanyahu nei giorni precedenti, secondo cui Israele sta combattendo una guerra che lascerà un’opportunità unica agli iraniani. Come se, appunto, più che rovesciare il regime stia creando delle condizioni favorevoli perché il popolo dell’Iran possa farlo.

Israele non ha mai nascosto quali sono i suoi principali obiettivi della guerra contro Teheran e del più ampio scontro tra i due Paesi che per molto tempo si è svolto per procura ma che in questi anni si è trasformato in uno scontro diretto sfociato in questa guerra: la fine del programma nucleare, la fine del programma di missili balistici, la fine del sostegno di Teheran al cosiddetto “Asse della Resistenza”, ovvero quei gruppi armati come gli Houthi ed Hezbollah passando per Hamas e le milizie sciite irachene sostenuti attivamente dall’Iran e che spesso si sono scontrati con Israele e altri Paesi della regione. Sul regime change, invece, la questione è più complessa.

Molti osservatori sono in generale scettici su questa possibilità, le frasi israeliane a riguardo sono sibilline, e anche dagli Stati Uniti trapelano indiscrezioni scettiche su questo argomento. L’Iran è uno stato di 90 milioni di abitanti, con numerose etnie al suo interno e un regime che va avanti da 47 anni. Un’operazione di cambio di regime dall’esterno è già di per sé complessa e rischiosa, e lo è ancora di più se non si sa con precisione con chi sostituirlo: in tal caso, i pani non sono noti. La figura di Reza Pahlavi, figlio ed omonimo dell’ultimo Scià, ha molti sostenitori nella diaspora ma la sua popolarità nel Paese – che 47 anni fa rovesciò il padre – è tutta da dimostrare. Idem altre realtà presenti all’estero ma marginali in patria. Le proteste in Iran si sono sempre rivelate partecipate, anche l’ultima ondata repressa nel sangue, ma non sono usciti leader: un fatto che chiaramente contribuisce alla prudenza sull’opportunità di inserire un “regime change” tra gli obiettivi militari di una guerra contro un Paese vasto e dalla geografia molto complessa che, quindi, tra le altre cose scoraggia vivamente tentativi di invasioni terrestri su larga scala.

Ma allora, come vanno interpretate le affermazioni di Sa’ar e Netanyahu? Frasi e appelli generici o c’è altro? Il premier, come già affrontato, ha lasciato intendere che si stiano creando condizioni favorevoli, e se vediamo cosa sta succedendo sul campo si trovano elementi che potrebbero andare in questa direzione. Molti osservatori hanno notato come la campagna aerea di Israele e Stati Uniti, tra i vari obiettivi si sta concentrando su stazioni di polizia locali dei Guardiani della Rivoluzione e della milizia Basij, i due principali corpi preposti alla sicurezza nazionale interna, obiettivi che rappresentano le forze preposte al primo intervento per contrastare eventuali disordini. Qualcosa di molto più mirato rispetto a una generica campagna per logorare le capacità militari e difensive di un Paese. L’Institute for Study of War, in una mappa, ha sovrapposto questo tipo di obiettivi colpiti all’intensità delle proteste dello scorso gennaio, notando come le aree spesso coincidano. Queste stazioni di polizia sono infatti state colpite soprattutto a Teheran, in Kurdistan, nell’Ilam e nel Lorestan, le aree dove le proteste sono state più intense e, in molti casi, anche dove la popolazione è in maggioranza curda. A questo, negli ultimi giorni si sono aggiunte azioni mirate contro posti di blocco delle milizie Basij in giro per le città iraniane.

Sicuramente questi obiettivi, molto specifici e colpiti su una scala abbastanza larga, non rappresentano qualcosa di casuale. E cercare di logorare, se non rendere quasi impossibile, un rapido intervento in caso di disordini può essere un modo perché una nuova ondata di proteste possa avere effetti più invasivi e destabilizzanti per il regime di Teheran, che gode però di un’organizzazione statale molto strutturata. A cosa eventualmente ciò possa portare è difficile da prevedere. Siamo nel campo delle possibilità in un mondo in cui l’imprevedibilità è ormai una costante.

Ti potrebbe interessare
Esteri / Un’attrice, un’attivista curda e la vedova di un jihadista: ecco chi siede nel nuovo Parlamento provvisorio in Siria
Esteri / Gruppo FS, ordinati 19 treni AV per rafforzare la crescita in Francia e tra Parigi e Londra
Esteri / L’ultimatum della Spagna all’Italia: “Basta controlli ai confini entro 48 ore o adotteremo contromisure”
Ti potrebbe interessare
Esteri / Un’attrice, un’attivista curda e la vedova di un jihadista: ecco chi siede nel nuovo Parlamento provvisorio in Siria
Esteri / Gruppo FS, ordinati 19 treni AV per rafforzare la crescita in Francia e tra Parigi e Londra
Esteri / L’ultimatum della Spagna all’Italia: “Basta controlli ai confini entro 48 ore o adotteremo contromisure”
Esteri / Usa: un giudice del New Mexico ordina a Meta di versare 567 milioni di dollari in un fondo per la salute mentale infantile
Esteri / Quando lo Stato interviene contro le nuove "solitudini": la strategia nazionale di Madrid
Esteri / La geopolitica del contrasto alla solitudine
Esteri / Il Patto di Gedda: Arabia Saudita, Pakistan e Turchia firmano un accordo di mutua difesa
Ambiente / È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale
Esteri / Conclusi a Roma i colloqui tra Israele e Libano mediati dagli Usa. Ma Tel Aviv non ferma i raid
Esteri / Chi è Abdul El-Sayed, il medico pro-Palestina che ha vinto le primarie democratiche in Michigan