L’illustratrice siriana che si occupa dei bambini rifugiati in Libano

Francesca Mannocchi ha intervistato per TPI Diala Brisly, un'artista siriana che ha lasciato il suo paese e ora aiuta i bambini con la sua arte

Di Francesca Mannocchi
Pubblicato il 25 Ott. 2016 alle 15:01 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 09:10
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Immagine di copertina

Diala Brisly ha nelle mani delle armi molto potenti: le sue armi sono i colori. Sono armi che possono smuovere il mondo, ma non possono ferire nessuno. Sono le armi della fantasia e della curiosità.

Diala fino a pochi anni fa viveva in Siria, e in Siria ha cominciato a disegnare, per aiutare i bambini a sopportare il peso della guerra, per aiutare se stessa a sopportare il peso di un conflitto che le ha portato via un fratello. Diala è dovuta scappare, come altre migliaia di persone, e oggi vive in Libano, a Beirut.

Diala oggi si sveglia al mattino e dall’altra parte delle montagne c’è il suo paese, ma lei non può tornarci. Allora prende i colori, i pennelli – le sue armi – e va nelle tende dove vivono i rifugiati (quasi due milioni di siriani, secondo alcune stime) a combattere con loro la guerra quotidiana per sopravvivere alla nostalgia e alle difficoltà.

Quando la osservi sembra un folletto, una giovane donna dagli occhi che brillano di vitalità, una giovane donna che sta mettendo a disposizione il suo tempo e il suo talento per alleviare il peso dell’esilio ai piccoli rifugiati costretti al quinto anno di vita in tenda.

Sono 500mila i bambini siriani in età scolare che vivono in Libano dall’inizio del conflitto.

Oltre la metà di loro non ha accesso al sistema scolastico. Il paese non ha posti a sufficienza, nonostante da un anno sia stato inserito un secondo turno di scuola pomeridiano.

(Nella foto qui sotto: un disegno dell’illustratrice siriana Diala Brisly, per gentile concessione dell’artista; l’articolo continua dopo l’immagine)

È del destino di questi bambini che si occupa Diala, da quando, come loro, è fuggita dalla guerra.

“Ho iniziato a disegnare nel 2001, avrei voluto fare molte cose diverse, dedicarmi alla pittura, creare cartoni animati per bambini. Avevo molti sogni”, dice Diala. “La consapevolezza che l’arte potesse diventare un mezzo critico, che potesse essere utile al mio paese, però, ce l’ho avuta solo all’inizio della rivoluzione, nel 2011”.

In quell’anno Diala si è unita alle proteste, come attivista nel movimento per la democrazia in Siria. Lavorava con altri giovani per rifornire gli ospedali da campo sotto assedio.

“Lavoravamo anche nelle zone controllate dal regime, consegnavamo medicinali, coordinavamo l’assistenza umanitaria. Poi i miei amici sono stati arrestati, uno dopo l’altro. Ho capito che non ero più al sicuro. Ho capito che sarei dovuta scappare dal mio paese”.

“C’è stato un giorno in cui ho realizzato con chiarezza che di lì a poco sarei andata via. Stavo consegnando del materiale medico. Avevo del siero sotto il sedile della mia automobile e mi hanno fermata a un posto di blocco per controllare la macchina. Sono stata fortunata solo perché il soldato che mi ha fermata era visibilmente ubriaco”.

“Ha guardato il collega che era con lui dicendogli: ‘Guarda che bella ragazza, lasciamola andare’. In quel preciso momento ho capito che la mia vita era in bilico su un filo, come fossi un funambolo, e il mio destino non dipendeva più da me. In quei pochi istanti al posto di blocco ho visto tutta la vita passarmi davanti. Ho temuto che sarei finita in prigione per sempre”.

(Nella foto qui sotto: un disegno dell’illustratrice siriana Diala Brisly, per gentile concessione dell’artista; l’articolo continua dopo l’immagine)