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Il canale del Nicaragua

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Il governo Ortega si è accordato con un colosso cinese per la costruzione di una canale che rivaleggi con quello di Panama

Per un secolo, Panama è stata la chiave commerciale tra Occidente e Oriente, cerniera dei traffici navali tra industrie del Terzo Mondo e i mercati occidentali: una chiave controllata da Washington fino al 1999, anno in cui il controllo del canale è tornato in mano panamense. Il primato americano sulla regione è decaduto, e rischia di sparire definitivamente con l’apertura di un nuovo canale nella regione.

Il governo Ortega del Nicaragua ha approvato la realizzazione di un “percorso alternativo” di transito tra Mar dei Caraibi e Oceano Pacifico: un rivale a meno di 300 chilometri da Panamà, capace di scatenare una concorrenza feroce tra i due canali. A costruirlo sarà la HK Nicaragua Canal Development Investment Co, uno dei tanti colossi di proprietà cinese. Il suo amministratore delegato, Wang Jing, aveva già ottenuto da Ortega l’esclusiva per installare un’imponente rete wi-fi in uno dei Paesi più poveri e meno informatizzati del mondo.

Il progetto vale 30 miliardi di euro, cioè 4 volte l’intero Pil del Nicaragua. Wang Jing sosterrà le spese di costruzione, in cambio di una concessione di 50 anni sul pedaggio e l’uso del canale – contratto rinnovabile per altri 50. Per un secolo, il colosso cinese (privato nella forma giuridica, ma patrocinato dal denaro di Pechino) incasserà i proventi di quello che potrebbe diventare il secondo punto nevralgico del commercio marittimo al mondo, dopo il Canale di Suez.

Secondo molti ambientalisti tuttavia il progetto presenta un rischio enorme per il Nicaragua. Montuoso e tropicale, il Paese vive grazie alla riserva d’acqua dolce del Lago Nicaragua, che garantisce l’irrigazione delle culture intensive di memoria coloniale (cotone, zucchero, caffè). Un settore fondamentale per Managua, che garantisce il 17 per cento del proprio Pil e dà occupazione al 29 per cento della popolazione.

L’apertura del canale trasformerebbe il lago in una grande pozza salmastra, attraversata ogni anno da decine di migliaia di navi, portacontainer e petroliere. L’uso in agricoltura, nel giro di un paio d’anni, sarebbe impossibile.

Le autorità di Panama ad ogni modo non restano a guardare. Per adeguarsi all’incremento del traffico marittimo, sono iniziati i lavori di ampliamento dello storico canale. Nel 2015, a fine cantiere, le nuove chiuse consentiranno il transito di 30 mila navi l’anno, contro le 14 mila attuali, raddoppiando anche il numero dei moli. Panama e Nicaragua si contenderanno quindi alla pari la supremazia sul commercio globale: una competizione probabilmente concentrata sulle tariffe doganali, sui servizi e sui costi di mantenimento. Vedremo – da qui a dieci anni, a cantieri chiusi – se la domanda supererà l’offerta, o se i due Paesi si spartiranno la stessa torta.

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