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Trump prolunga di tre settimane la tregua tra Israele e Hezbollah in Libano ma resta aperto il fronte tra Usa e Iran nello Stretto di Hormuz

Immagine di copertina
Il presidente Usa Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Dopo lo storico incontro alla Casa bianca tra gli ambasciatori di Israele e Libano, Trump sogna già la stretta di mano tra Netanyahu e Aoun e annuncia che i negoziati con Teheran potrebbero riprendere "nelle prossime ore". Ma i Pasdaran approfittano della tregua per posare nuove mine, riscuotere pedaggi alle navi in transito nello Stretto e rispondere agli attacchi americani con centinaia di piccole imbarcazioni

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato ieri sera una proroga di tre settimane del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano, dopo aver convocato d’urgenza nello Studio Ovale gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut per un incontro storico.
Un annuncio che arriva a quasi due mesi dall’inizio delle guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Washington e dallo Stato ebraico contro la Repubblica islamica e in un momento in cui i negoziati con Teheran sono ancora in stallo, i prezzi del petrolio continuano a salire e lo Stretto di Hormuz, attualmente bloccato e attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, è diventato il nuovo epicentro della crisi. Mentre stanno per scadere i 60 giorni concessi all’inquilino della Casa bianca per condurre le operazioni militari senza dover chiedere l’avallo del Congresso, i Pasdaran hanno approfittato della tregua con gli Usa per posare nuove mine e imporre pedaggi alle navi in transito, tenendo sotto scacco il traffico marittimo con centinaia di piccole imbarcazioni veloci. Intanto il Pentagono ha schierato una terza portaerei nella regione e prepara piani di emergenza per una possibile ripresa dei bombardamenti.

Fronte libanese
Tre settimane in più di tregua in Libano, durante la quale però Israele avrà comunque il diritto di colpire Hezbollah “con cautela e in modo chirurgico” per autodifesa. È il risultato del vertice andato in scena ieri sera nello Studio Ovale, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva convocato, con sole tre ore di preavviso, gli ambasciatori di Israele e Libano, spostando all’ultimo momento un incontro già fissato al Dipartimento di Stato. Il cessate il fuoco tra Tel Aviv e Hezbollah, entrato in vigore il 17 aprile e che sarebbe scaduto il 26 aprile, è stato così prolungato fino al 14 maggio. “L’incontro è andato molto bene!”, ha scritto Trump sul suo social Truth, prima della conferenza stampa con i rappresentanti diplomatici dei due Paesi. “Gli Stati Uniti collaboreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”.
Presenti nello Studio Ovale, oltre al presidente, il suo vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e gli ambasciatori statunitensi in Israele e Libano, Mike Huckabee e Michel Issa. Se Vance ha parlato di “momento storico di grande importanza”, Rubio ha sottolineato come la proroga della tregua conceda “a tutti il tempo di lavorare a una pace duratura”. Da parte sua, Huckabee ha sintetizzato così la posizione americana: “Il problema non è il Libano, il problema non è Israele, il problema è Hezbollah, quel piccolo teppista che lancia pietre”. Il suo collega a Beirut, Michel Issa, ha poi parlato di un “momento storico che unisce due Paesi che non sono mai stati fianco a fianco”. Presente anche l’ambasciatrice libanese negli Usa, Nada Mouawad Hamadé, che ha voluto ringraziare Trump. “Con il suo aiuto possiamo rendere di nuovo grande il Libano”, ha detto con un esplicito riferimento allo slogan trumpiano “Make America Great Again”.
C’è però un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi discorso quanto sia fragile questo scenario. Dall’inizio di marzo, da quando Hezbollah è tornato a bersagliare il nord di Israele a sostegno dell’Iran, oltre 2.400 persone sono state uccise e più di un milione risultano sfollate in Libano mentre i morti e i bombardamenti non si sono fermati nemmeno durante la tregua, più volte violata da entrambe le parti. Non esattamente le condizioni ideali per costruire una pace duratura tra due Paesi che non avevano contatti diplomatici diretti da oltre 40 anni.
Trump però si è mostrato ottimista e spera che il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun si rechino entrambi alla Casa Bianca “nelle prossime due settimane” per un trilaterale senza precedenti e sulla cui effettiva riuscita si può nutrire più di qualche dubbio. Già all’inizio del mese infatti l’inquilino della Casa bianca aveva annunciato prima una telefonata, mai avvenuta, e poi un summit tra le parti, tutto da organizzare.
D’altra parte, Israele occupa ancora circa il 5,8% del territorio libanese e continua a condurre operazioni nel sud del Paese dei Cedri dove, in aperta violazione del diritto internazionale, ha imposto una cosiddetta “linea gialla” per delimitare una “zona cuscinetto” di oltre 600 chilometri quadrati, comprendente almeno 62 villaggi.
Non solo: malgrado il gruppo armato sciita sia stato messo fuori legge, il governo di Beirut resta esposto alle pressioni di Hezbollah, che non riconosce i colloqui con Israele e continua le proprie operazioni militari contro le truppe dello Stato ebraico. A dimostrazione delle tensioni mai sopite, proprio mentre Trump sedeva a Washington con gli ambasciatori dei due Paesi, il gruppo armato ha lanciato razzi verso la località di Sthula, nel nord di Israele, rivendicando l’attacco come risposta alle “violazioni” della tregua da parte dello Stato ebraico, che ha risposto a suon di raid aerei.
Alla domanda di un giornalista se fosse preoccupato dalla legge libanese che vieta qualsiasi contatto con Israele, Trump è apparso genuinamente sorpreso: “Dobbiamo porvi fine”, ha risposto, chiedendo al suo segretario di Stato Rubio e ad altri funzionari presenti di lavorare all’abrogazione di questa norma, un’operazione politicamente assai complessa per Beirut visti i continui raid israeliani e lo sdegno pubblico per le vittime innocenti come la giornalista libanese Amal Khalil.
Il presidente statunitense però ha precisato che Israele ha il diritto di difendersi, se attaccato. “Ma con cautela e in modo mirato”, ha sottolineato, ammorbidendo le proprie posizioni rispetto alla settimana precedente, quando sui social aveva scritto che a Israele era “vietato” bombardare il Libano. Tel Aviv, d’altra parte, come annunciato ieri dal suo ministro della Difesa Israel Katz, non aspetta altro che il via libera americano per riprendere gli attacchi. Tanto in Libano quanto in Iran.

Fronte iraniano
Qui infatti la situazione è, se possibile, ancor più complicata. Il primo round di colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti, svoltosi in Pakistan l’11 aprile, si è concluso con un nulla di fatto. Il secondo, previsto questa settimana, è stato invece rinviato a data da destinarsi. Trump si è detto possibilista su una ripresa dei negoziati “nelle prossime ore” ma ha anche citato “divisioni” interne al governo di Teheran come causa principale dell’attuale stallo diplomatico, definendo “pazzesco” il scontro in corso tra “falchi” e “moderati” all’interno del regime. Ha aggiunto con il cinismo che lo contraddistingue: “Hanno una nuova leadership, sono come cani e gatti, vediamo”, ha aggiunto cinicamente l’inquilino della Casa bianca.
Da parte loro, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il presidente del Parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, e il capo della magistratura della Repubblica islamica Gholamhossein Mohseni Ejei hanno fatto sfoggio di unità sui social: “Un solo Dio, una sola nazione, un solo leader, una sola via”, hanno scritto tutti e tre sui propri profili. Parole d’ordine che, forse, servono anche a ricompattare il fronte interno, oltre che per rispondere alle accuse americane. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, secondo anonime fonti iraniane interne al regime citate dal New York Times, sarebbe fuori dai giochi a causa delle ferite riportate durante il raid del 28 febbraio in cui morì il padre, che gli ha causato gravi ustioni al volto, la parziale amputazione di almeno un arto e l’impossibilità di parlare, pur restando “vigile e attivo”.
Intanto Trump ha ribadito di non avere alcuna fretta: “Voglio un accordo con l’Iran che duri. Io ho tutto il tempo del mondo, l’Iran no”, ha detto ieri sera alla stampa riunita nello Studio Ovale, riferendosi al calo delle esportazioni petrolifere di Teheran, aggravato dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti a partire dal 13 aprile. Per ottenere un accordo definitivo con Washington, ha chiarito il presidente Usa, la Repubblica islamica dovrà rinunciare al nucleare e smettere di finanziare Hezbollah. “È indispensabile”, ha sottolineato.
I due fronti in Libano e in Iran, ufficialmente separati, sono intrecciati in modo inestricabile. Teheran sostiene che i continui attacchi di Israele nel Paese dei Cedri costituiscano una violazione della tregua con gli Stati Uniti. Washington e Tel Aviv rispondono che il cessate il fuoco israelo-americano non si applica alle operazioni dello Stato ebraico contro Hezbollah, che si svolgono nell’ambito di distinti negoziati di pace con il governo libanese. Una distinzione sottile, che la Repubblica islamica e il gruppo armato sciita libanese non accettano. Fatto sta però che i contatti diplomatici tra la Casa bianca e l’Iran sono ripresi solo dopo l’annuncio della tregua in Libano.
Teheran però chiede di più, a partire dalla revoca del blocco navale americano in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Una contropartita che Washington, almeno per ora, non sembra disposta ad accettare.

Il nodo di Hormuz
Ad ogni modo, almeno al fronte, la tregua sembra reggere ma il vero nodo resta proprio lo Stretto e la strategia iraniana per tenerlo sotto controllo. La Marina dei Pasdaran, secondo due fonti citate dal portale statunitense Axios, ha posato nuove mine a Hormuz nel corso di questa settimana per la seconda volta dall’inizio del conflitto. Trump ha risposto ordinando alla Marina statunitense di “sparare” contro e “distruggere” senza esitazione qualsiasi imbarcazione iraniana sorpresa a minare quelle acque, disponendo la “triplicazione” delle operazioni di sminamento.
Prima di queste nuove operazioni, si ipotizzava che Teheran avesse posato meno di un centinaio di mine nello Stretto. Il Pentagono sostiene di aver distrutto oltre il 90% delle navi posamine e dei depositi iraniani di questi esplosivi durante il conflitto. Ma le piccole imbarcazioni modello “Gashti”, ciascuna poco più grande di un peschereccio, rendono l’operazione di posa relativamente semplice. Ognuna di esse infatti può trasportare da due a quattro mine e posarle in acqua senza troppa difficoltà, sfuggendo più facilmente agli avvistamenti.
Le mine però sono solo una parte del problema. L’Iran ha costruito nel tempo una vera e propria strategia di guerra asimmetrica basata su una flottiglia di centinaia di piccole imbarcazioni veloci, capaci di raggiungere i 150 chilometri orari e quasi invisibili ai radar. Celate lungo le coste, nascoste in grotte e spesso mimetizzate tra i pescherecci locali, vengono impiegate per colpire e assaltare petroliere e navi portacontainer con armamenti leggeri. Il risultato è una pressione costante sulla navigazione, difficile da neutralizzare con la sola forza militare, capace di costringere le navi a rinunciare al transito.
A tutto questo si aggiunge una mossa dal forte valore simbolico e politico. La Repubblica islamica ha infatti iniziato a riscuotere veri e propri pedaggi dalle imbarcazioni che attraversano lo Stretto. La Banca centrale di Teheran ha confermato che i primi introiti sono stati depositati in contanti presso i propri conti. Il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Hajibabaee, ha annunciato l’operazione durante un incontro avvenuto ieri Kuhdasht: “Lo Stretto di Hormuz appartiene al popolo iraniano. Tutte le navi che transitano su questa rotta devono pagare un pedaggio in rial iraniani”. Due navi “che hanno violato le norme”, ha aggiunto, sono già state sequestrate e altre verranno confiscate, se necessario. Anche la Marina statunitense, ha minacciato, sarà “respinta indietro di 200 chilometri”, grazie alla forza militare della Repubblica islamica. Insomma sullo Stretto, Teheran non intende negoziare.
Ma la posta in gioco è enorme. Prima del conflitto, qui transitavano circa il 20% del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Oggi invece il traffico si è ridotto a poche navi al giorno, rispetto alle oltre cento abituali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) l’ha già definita la più grave interruzione dell’approvvigionamento petrolifero nella storia del mercato globale, persino peggiore degli shock degli anni Settanta. Non a caso, i prezzi del petrolio hanno continuato a salire questa mattina sui mercati asiatici: il WTI ha superato i 97 dollari al barile, mentre il Brent Nord è oltre i 107 dollari. Un problema non da poco per i piani contro l’inflazione dell’amministrazione Trump, che aveva fatto della riduzione del costo della vita uno dei capisaldi della sua campagna elettorale.

Nuovi preparativi bellici
D’altro canto, se la trattativa dovesse andar male, gli Usa sono pronti a riprendere il conflitto. Sul fronte militare, Washington ha schierato una terza portaerei nella regione: la USS George H.W. Bush, che ieri ha raggiunto l’Oceano Indiano, affiancando la Gerald R. Ford, già operativa nel Mar Rosso, e la Abraham Lincoln, dislocata nel Mediterraneo orientale, sebbene attualmente non operativa.
A bordo della Bush, secondo il Washington Post, si trovano anche circa seimila soldati e decine di aerei da combattimento. Nelle prossime settimane arriveranno inoltre altri quattromila militari statunitensi appartenenti al gruppo anfibio “Boxer” e all’11esima Unità di Spedizione dei Marines. La Marina Usa conta attualmente 19 navi in Medio Oriente e 7 nell’Oceano Indiano. Dall’inizio del blocco navale, annunciato il 13 aprile da Trump, gli Stati Uniti hanno già dirottato 33 imbarcazioni e abbordato almeno tre navi, di cui due nell’Oceano Indiano.
Le operazioni di sminamento poi prevedono l’impiego di droni sottomarini, elicotteri specializzati, aerei da ricognizione e due dragamine, la USS Chief e la USS Pioneer. Nemmeno un tale imponente spiegamento di forze però potrebbe bastare. Senza un accordo o la certezza che le capacità militari iraniane siano state neutralizzate, la riapertura dello Stretto alla libera navigazione si riduce a quanto gli armatori siano disposti ad accettare il rischio, una scommessa su cui, visto l’aumento dei premi assicurativi, non sembrano disposti a puntare. Inoltre, secondo fonti informate citate dalla Cnn, l’Iran può ancora contare su circa la metà dei lanciamissili e su migliaia di droni, sopravvissuti alla campagna di bombardamenti di Israele e Usa. D’altronde lo stesso segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva ammesso la scorsa settimana che Teheran ha spostato parte delle proprie risorse militari durante il cessate il fuoco.
I piani di emergenza americani, rivelati ancora dalla Cnn, prevedono proprio bombardamenti delle capacità iraniane nello Stretto, nel Golfo Persico meridionale e nel Golfo dell’Oman. Sul tavolo, come annunciato da Trump, restano anche eventuali attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese e raid mirati contro singoli leader militari considerati “ostruzionisti”, tra cui Ahmad Vahidi, comandante in capo dei Pasdaran, presente ai colloqui di Islamabad.
Al momento però Trump esclude l’opzione nucleare. “Perché dovrei usarla quando abbiamo già decimato l’Iran in modo del tutto convenzionale? Non la userei”, ha assicurato ieri dalla Casa bianca. “A nessuno dovrebbe essere consentito di usare un’arma nucleare”. Una rassicurazione che suona, al tempo stesso, come un promemoria della potenza di fuoco già dispiegata e di quella ancora a disposizione degli Stati Uniti.

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