Dai dazi al blocco dello Stretto di Hormuz: il disastro globale della Trumpnomics
L’inflazione che non scende, la crescita che rallenta e l’incognita della guerra all'Iran. Così la stagflazione torna a far paura in tutto il mondo. Ma stavolta la causa ha un nome e cognome: Donald Trump
L’economia americana si trova sull’orlo di un precipizio. Il «rinascimento manifatturiero» promesso dall’amministrazione Trump si sta trasformando, mese dopo mese, in una tempesta perfetta fatta di dazi controproducenti, inflazione fuori controllo e tensioni geopolitiche che minacciano la sicurezza energetica e alimentare globale. A confermarlo non sono solo i dati macroeconomici del 2025 e dell’inizio del 2026, ma le voci sempre più allarmate di economisti e istituzioni internazionali.
La grande illusione
La politica commerciale dell’amministrazione Trump, culminata nel cosiddetto “Liberation Day” che ha visto un innalzamento vertiginoso delle tariffe doganali, si sta rivelando un clamoroso autogol. L’obiettivo dichiarato era proteggere la produzione interna e riportare i posti di lavoro negli Stati Uniti. I risultati, tuttavia, raccontano un’altra storia. Secondo l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, intervistato lo scorso settembre dalla Cnbc e poi a febbraio di quest’anno dalla rivista Fortune, gli sforzi di Trump per riportare in patria i posti di lavoro manifatturieri attraverso i dazi sono falliti. La stessa rivista citava un’analisi del Joint Economic Committee che ha rivelato come lo scorso anno si sono persi 108mila posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense. Tra febbraio 2025 e marzo 2026, la perdita totale di posti di lavoro “blue-collar” (che include anche costruzioni, miniere e logistica) ha raggiunto quota 166mila. L’incertezza economica generata dalle tariffe ha disincentivato le aziende dall’assumere. Laura Ullrich, direttrice della ricerca economica presso l’Indeed Hiring Lab, ha spiegato a Fortune che i dazi, colpendo pesantemente i beni intermedi come acciaio e alluminio, hanno aumentato i costi di produzione, mettendo ulteriormente sotto pressione le aziende manifatturiere. Invece di proteggere i lavoratori americani, i dazi si sono trasformati in una tassa occulta sulle imprese e sulle famiglie.
Il quadro interno americano è sempre più fragile. Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, interpellato da Yahoo Finance, ha avvertito che le probabilità di una recessione a livello nazionale sono salite a quasi il 50%, definendo la situazione come «sull’orlo del precipizio». Già nell’ottobre 2025, Zandi aveva segnalato che 22 Stati americani — in particolare quelli con economie basate su agricoltura, industria leggera e attività estrattive — stavano scivolando verso la recessione, incolpando in gran parte i dazi di Trump e i tagli ai posti di lavoro federali. L’indebolimento del mercato del lavoro è evidente: secondo i dati citati da Yahoo Finance, a febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno inaspettatamente perso 92mila posti di lavoro, e il tasso di disoccupazione si sta avvicinando al 4,5%, un netto aumento rispetto al 3,4% di pochi anni fa.
Stretto conteso
Se le politiche interne hanno indebolito le fondamenta dell’economia Usa, le scelte di politica estera rischiano di farla crollare. Nel marzo 2026, l’amministrazione Trump ha avviato operazioni militari contro l’Iran. Le ragioni dichiarate riguardavano il programma nucleare iraniano e il sostegno di Teheran a gruppi armati nella regione. Il 12 aprile 2026, Trump ha annunciato un blocco navale totale dello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo largo appena 33 chilometri attraverso cui prima della guerra passava circa il 20% del petrolio mondiale. Le conseguenze economiche del conflitto sono state devastanti e difficilmente giustificabili in termini di benefici concreti. Secondo The Guardian, il prezzo del petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da anni, raggiungendo un picco di oltre 101 dollari il 13 aprile 2026. L’Atlantic Council ha documentato che il diesel ha visto i prezzi aumentare del 38% dalla chiusura dello Stretto. Secondo un’analisi di Bloomberg citata dal Financial Post, il flusso di petrolio attraverso Hormuz è crollato da 20 milioni a soli 3,8 milioni di barili al giorno, con una riduzione dell’81%.
Ma lo shock non ha riguardato solo il greggio. Secondo l’Atlantic Council, il Golfo Persico fornisce il 50% dello zolfo commerciato via mare, il 33% dell’elio globale, il 23% dell’ammoniaca usata nei fertilizzanti e il 20% del jet fuel mondiale. La chiusura dello Stretto non è stata uno shock petrolifero: è stata una disruption simultanea di decine di catene di approvvigionamento critiche per l’economia globale. La Federal Reserve Bank di Dallas ha analizzato in un working paper dell’aprile 2026 come questi shock stiano spingendo l’inflazione americana su traiettorie che la politica monetaria della Fed fatica a controllare. Le conseguenze sono state immediate. Negli Stati Uniti, l’inflazione all’ingrosso è balzata del 4% a marzo 2026 rispetto all’anno precedente, trainata da un’impennata dell’8,5% dei prezzi dell’energia in un solo mese. Questo shock si è trasmesso rapidamente ai consumatori: l’inflazione al consumo è salita al 3,3% a marzo, il ritmo annuale più rapido in quasi due anni.
Nouriel Roubini, l’economista noto per aver previsto la crisi del 2008, ha lanciato un monito inquietante. In un’intervista alla Cnbc, ha avvertito che un’escalation in Iran potrebbe innescare uno shock dell’offerta simile a quello della crisi petrolifera degli anni ’70, portando a una vera e propria stagflazione: un mix letale di prezzi in aumento e crescita economica debole. «Se si fa un’escalation e non si vince, si finisce con la stagflazione degli anni Settanta», ha ammonito Roubini.
A metà aprile 2026, la tensione aveva registrato una momentanea tregua: in concomitanza con un cessate il fuoco di dieci giorni concordato in Libano, l’Iran aveva annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz per le navi commerciali. Ma al momento in cui scriviamo, lunedì 20 aprile 2026, quello spiraglio appare già sul punto di chiudersi. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile, la Marina statunitense ha aperto il fuoco e sequestrato una nave cargo battente bandiera iraniana — la Touska — che tentava di aggirare il blocco navale americano nello Stretto. Trump ha confermato personalmente l’operazione con un post su Truth Social. Teheran ha definito l’azione «pirateria» e «crimine di guerra», mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha dichiarato che il blocco navale americano è «illegale e criminale». La Cina ha condannato il sequestro come una «intercettazione forzata», chiedendo a tutte le parti di fermare l’escalation.
In questo contesto, fare previsioni è impossibile. I mercati energetici, che avevano parzialmente recuperato dopo l’annuncio della tregua, sono tornati in tensione: i prezzi del petrolio e del gas sono risaliti. Quello che è certo è che ogni scenario rimane aperto, e che l’economia globale continua a pagare il prezzo di questa incertezza.
Impatto globale
Ma il blocco dello Stretto di Hormuz non minaccia solo le forniture di petrolio. Anche un elemento meno noto ma altrettanto vitale come i fertilizzanti è a rischio. La Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha lanciato un drammatico allarme: tra il 20 e il 45% delle esportazioni globali di input agricoli chiave passa attraverso Hormuz. Maximo Torero, capo economista della Fao, ha avvertito che il tempo stringe: se le navi cariche di fertilizzanti non riprenderanno a circolare rapidamente e in modo stabile, i Paesi più poveri rischiano di non avere i mezzi per le semine, con conseguenze catastrofiche sui raccolti futuri. Questo si tradurrebbe in un nuovo, drammatico picco dell’inflazione alimentare globale nel 2026 e 2027, con il rischio di innescare effetti a cascata simili a quelli visti durante la pandemia.
Le politiche di Trump, quindi, non hanno danneggiato solo gli americani. Già i dazi avevano colpito i partner commerciali degli Stati Uniti in tutto il mondo, innescando ritorsioni che hanno ridotto il commercio globale. La guerra in Iran e il blocco di Hormuz hanno avuto conseguenze ancora più gravi per i Paesi che dipendono dalle importazioni energetiche dalla regione del Golfo.
L’impatto è stato profondamente diseguale. I Paesi ricchi hanno potuto pagare prezzi premium per assicurarsi le forniture rimaste sul mercato. Le economie emergenti hanno dovuto razionare i consumi. Le popolazioni più vulnerabili — in Africa subsahariana, Asia meridionale e occidentale — si sono trovate senza accesso a carburante, fertilizzanti e beni di prima necessità. La chiusura dello Stretto ha interrotto circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti a base di urea, mettendo a rischio le stagioni di semina per mais e soia in diversi Paesi.
Così l’impatto combinato dei dazi e della crisi in Medio Oriente sta frenando l’intera economia globale. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) ha tagliato drasticamente le stime di crescita dello scambio di merci per il 2026, portandole a un modesto 1,9% (dal 4,6% del 2025). Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, ha tagliato le previsioni di crescita globale. Assumendo che il conflitto in Iran rimanga limitato, la crescita mondiale è stimata al 3,1% per il 2026. Tuttavia, il Fmi avverte che una chiusura prolungata di Hormuz e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche avrebbero conseguenze ben più gravi. In uno scenario avverso, con un forte aumento dei prezzi dell’energia e un inasprimento delle condizioni finanziarie, la crescita globale crollerebbe al 2,5% e l’inflazione salirebbe al 5,4%.
Questo rallentamento economico però colpisce direttamente anche gli Stati Uniti: dopo un 2024 chiuso con una crescita del Pil reale del 2,8%, nel 2025 questa si è fermata al 2,1%, con un quarto trimestre particolarmente debole. In questo periodo, secondo il Bureau of Economic Analysis, la crescita annualizzata è stata di appena lo 0,5%, il dato più basso dal 2022. Per quest’anno, il Fmi stima una crescita americana del 2,3% ma il dato incorpora già un significativo peggioramento rispetto alle aspettative pre-conflitto. Le principali economie europee non se la cavano meglio: la Germania dovrebbe crescere appena dello 0,8%, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,5%. Le stime per il Giappone si fermano all’1% mentre anche la Cina, pur reggendo meglio con un +4,1%, dovrebbe scontare il calo della domanda globale e le ritorsioni tariffarie. Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha espresso pubblicamente la propria preoccupazione per il rischio di una recessione mondiale. Se questo scenario si materializzasse, sarebbe direttamente riconducibile alla catena di decisioni avviata dall’amministrazione Trump: dai dazi alla guerra all’Iran. Intanto Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fmi, ha sottolineato che, a differenza del 2022, oggi la curva dell’offerta è più piatta, rendendo il processo di disinflazione molto più costoso in termini di crescita.
Contro-argomentazioni
Sarebbe disonesto chiudere questo articolo senza riconoscere che esistono argomenti seri a favore di alcune delle politiche di Trump, e che il giudizio storico definitivo richiederà tempo. Il primo argomento riguarda il lungo periodo. I sostenitori dei dazi sostengono che il “reshoring industriale” è un processo che richiede anni, non mesi. Le fabbriche non si costruiscono in un anno. Le catene di approvvigionamento non si spostano in un trimestre. È possibile — e alcuni economisti lo sostengono — che i costi a breve termine dei dazi siano reali, ma che i benefici a lungo termine in materia di autonomia industriale e sicurezza nazionale si materializzino solo in futuro.
Il secondo argomento riguarda la Cina. Indipendentemente da come si giudichi la politica tariffaria di Trump, esiste un consenso bipartisan negli Stati Uniti sul fatto che il rapporto commerciale con Pechino degli ultimi trent’anni abbia avuto costi significativi per i lavoratori americani. Anche l’amministrazione Biden aveva mantenuto molti dei dazi del primo mandato Trump e ne aveva aggiunti altri nel settore tecnologico. Il problema reale — la dipendenza da forniture strategiche cinesi — è legittimo, anche se la soluzione scelta da Trump può apparire criticabile.
Questi argomenti, però, non cambiano i fatti documentati: nel breve periodo, le politiche di Trump hanno aumentato l’inflazione, non l’hanno ridotta; hanno accresciuto il deficit commerciale, non l’hanno diminuito; hanno ridotto la fiducia dei consumatori a livelli storicamente bassi; e hanno innescato uno shock energetico globale con conseguenze ancora in corso. Che questi costi siano giustificati da benefici futuri è una scommessa — non una certezza — ma oggi il prezzo lo stanno pagando i cittadini.