La destra populista ha smesso di funzionare?
Meloni e Orbán sconfitti alle urne. Trump in difficoltà in vista delle mid-term. Netanyahu additato come criminale dalle opinioni pubbliche di tutto il mondo. Il fronte ultraconservatore affronta una crisi senza precedenti. Intanto la Spagna di Sánchez è un modello per la sinistra
In politica le cose possono cambiare repentinamente: basta una scintilla per far cadere leader che un attimo prima apparivano invincibili.
In questa tumultuosa primavera del 2026 stiamo assistendo, forse, a uno di quegli improvvisi stravolgimenti di scenario: il vento della destra populista che fino a poche settimane fa soffiava forte sull’Europa e sugli Stati Uniti si è depotenziato di colpo.
In Italia il governo di Giorgia Meloni è uscito sonoramente sconfitto dal referendum sulla riforma della magistratura, in Ungheria il primo ministro Viktor Orbán è stato spazzato via in una notte dagli elettori dopo sedici anni al potere, mentre negli Stati Uniti la popolarità di Donald Trump è in picchiata a causa della guerra contro l’Iran in cui il presidente si è lanciato seguendo Israele. A sua volta, il premier israeliano Netanyahu – perseguito dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra – ha isolato lo Stato ebraico agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
Per ora si tratta solo di indizi, ma la conclusione provvisoria che se ne può trarre è che l’avanzata della destra estrema, almeno in Occidente, stia subendo un brusco rallentamento.
«È troppo presto per dire che si è aperta una nuova fase, però ci sono dei segnali: certamente in Italia e in Ungheria è emersa un’insoddisfazione degli elettorati rispetto ai governi della destra autoritaria», dice a TPI la professoressa Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York.
A rafforzare ulteriormente questa ipotesi sono anche i sondaggi che nel Regno Unito registrano un calo del partito sovranista di Nigel Farage e le recenti elezioni comunali in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen – seppur in crescita – ha fallito l’assalto alle maggiori città del Paese.
Abbraccio mortale
Ogni caso fa storia a sé, tuttavia è abbastanza evidente che l’amicizia con Trump abbia pesato nelle débâcle alle urne di Meloni e Orbán.
Al premier ungherese – che lo stratega dei “Maga” Steve Bannon aveva indicato come un «Trump prima di Trump» – non ha portato fortuna la visita a domicilio del vicepresidente statunitense J.D. Vance, il quale durante il suo comizio pro-Fidesz ha pure fatto intervenire telefonicamente lo stesso leader della Casa Bianca.
Quanto a Meloni, la presidente del Consiglio italiana è talmente consapevole che quello con Trump si stava rivelando un «abbraccio mortale» da aver reagito alla bocciatura referendaria inviando all’altra parte dell’Atlantico messaggi di rottura, dal «no» all’uso delle basi italiane per fini bellici fino alla solidarietà espressa in favore di Papa Leone XIV attaccato da The Donald: queste mosse hanno avuto l’effetto – chissà se addirittura voluto – di innescare la furia del leader americano, e dunque di scavare un solco tra Roma e Washington. Resta da vedere se Meloni ne trarrà beneficio in termini di consenso.
«Rispetto all’alleanza con Trump c’è un cortocircuito», osserva Urbinati: «La subordinazione al presidente degli Stati Uniti ha reso i sovranisti europei impotenti proprio nel momento in cui sarebbe servito allontanarsi da lui e sostenere una strategia comune europea, ad esempio sull’approvvigionamento delle materie prime».
In effetti, la popolarità del tycoon nel vecchio continente è ai minimi. Secondo le rilevazioni di YouGov, il leader degli Usa attira su di sé opinioni negative dall’86% dei tedeschi, dal 78% dei francesi e dall’80% degli italiani.
Dopo i dazi commerciali sparati a ogni latitudine e dopo gli omicidi impuniti degli agenti dell’Ice, l’immagine dei Trump è precipitata ancor più giù con la guerra all’Iran e con la conseguente crisi dello Stretto di Hormuz, che sta paralizzando il commercio mondiale di petrolio, gas e altre importanti materie prime e alimentando una nuova spirale inflazionistica. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che un conflitto prolungato potrebbe portarci «a un passo dalla recessione globale». Logico che elettorati impauriti tendano a castigare chi è al governo.
Il fattore Pil
In Ungheria e in Italia, peraltro, la crisi mediorientale si innesta su contesti economici nazionali già di per sé non facili.
Nel Paese magiaro l’ultimo lustro ha visto i prezzi salire del 57% a fronte di una media Ue del 28%, mentre la disoccupazione aumentava, i servizi pubblici peggioravano e Bruxelles congelava i fondi europei per problemi di corruzione e violazioni di diritti umani. Come ha scritto il Financial Times, «l’Orbánomics è stata un disastro», ed è questa la prima ragione per cui il premier è stato mandato a casa.
Meloni invece, è ancora al governo, ma il k.o. al referendum – quando manca un anno alle elezioni politiche – ha fatto suonare l’allarme rosso a palazzo Chigi. Detto dell’effetto zavorra prodotto dal legame con Trump, l’esecutivo di centrodestra paga anche scelte di politica economica conservative, che se da un lato hanno contenuto il deficit pubblico, dall’altro hanno portato il Pil italiano a essere il fanalino di coda in Europa per tasso di crescita. Piovono critiche sia da Confindustria sia dai sindacati, mentre i salari stagnanti tengono in sofferenza il ceto medio e la povertà assoluta continua ad allargarsi.
Non è un caso se, dopo il voto, Meloni ha provato ad avviare una nuova fase nel segno della discontinuità, tra dimissioni nei ministeri e manager di Stato silurati, fino allo strappo sull’Accordo di cooperazione militare con Israele e al cambio di postura nei confronti della Casa Bianca.
«I governi della destra autoritaria – spiega la professoressa Urbinati – si sono dimostrati incapaci o inadeguati nel risolvere i problemi economici delle loro “nazioni”, che essi stessi dicevano di voler difendere: non hanno saputo mantenere la loro promessa di protezione».
Oro vero e oro nero
Quindici mesi dopo il suo secondo insediamento nello Studio Ovale, Trump – che aveva promesso agli americani «una nuova età dell’oro» – è in gravi difficoltà non solo nello scacchiere internazionale, dove sembra impantanato nella guerra all’Iran, ma anche sul fronte interno.
«Negli Stati Uniti – ricostruisce Urbinati – il presidente deve fare i conti con la rottura interna del blocco cristiano che sosteneva “Maga”, che si sta erodendo a causa del difficile rapporto del presidente con i cattolici, e con i problemi economici dati dall’inflazione che galoppa. C’è anche una minoranza contraria alla guerra in Medio Oriente, ma negli Usa l’opposizione al conflitto non è così forte come in Europa, dove la crisi delle materie prime sta producendo effetti più gravi».
Da un sondaggio della Cnn emerge che il tasso di apprezzamento degli elettori statunitensi nei confronti di Trump è al 35%, il punto più basso dall’inizio del suo mandato. E tra i repubblicani, la percentuale è precipitata dal 52% di gennaio al 43% di marzo.
Il presidente è bocciato soprattutto in economia, una materia che, sempre secondo la Cnn, dal post-Covid in poi è sempre stata «in cima alla lista delle questioni più importanti» per i cittadini degli Usa: per il 65% degli intervistati il tycoon ha peggiorato la situazione economia del Paese, il livello di disapprovazione più elevato degli ultimi cinque anni (inclusa quindi anche l’Amministrazione Biden). Oltre tre quarti degli americani affermano che l’economia nazionale versa in cattive condizioni e solo il 27% promuove la gestione dell’inflazione da parte di Trump, in calo rispetto al 44% di un anno fa.
Lo scorso gennaio i repubblicani hanno clamorosamente perso le elezioni per il Senato in Texas e, in vista delle mid-term del prossimo novembre, i democratici su scala nazionale sono in vantaggio di quasi 6 punti, secondo i sondaggi.
«Un presidente americano che si avvia verso le elezioni di metà mandato con i prezzi della benzina aumentati del 21% non sarà più un faro per l’estrema destra, bensì un simbolo da evitare», ha scritto su The Guardian la commentatrice politica Polly Toynbee.
Il laboratorio di Madrid
Se questo è lo scenario di fondo, allora è semplice comprendere perché il leader più popolare d’Europa sia oggi Pedro Sánchez. Nell’ultimo anno il primo ministro spagnolo si è imposto come il più risoluto e credibile oppositore di Trump nel panorama continentale: il più diretto nel condannare le atrocità commesse da Israele a Gaza e in Cisgiordania, l’unico a dire «no» a Washington sull’aumento dei finanziamenti alla Nato, il primo a negare al Pentagono l’uso delle basi militari nel vecchio continente.
Secondo una rilevazione di Euroscope, Sánchez è l’unico leader dell’Ue ad aver registrato un aumento nel gradimento degli elettori tra novembre e marzo.
Ma la sua ascesa non è spiegabile solo con la politica anti-trumpiana. Sotto il governo del premier socialista, Madrid ha raggiunto il tasso di crescita economica più sostenuto dell’Unione europea (+2,8%, quasi il doppio della media Ue). La Spagna ha superato per la prima volta i 22 milioni di occupati, con un marcato incremento dei contratti a tempo indeterminato e dell’occupazione femminile e giovanile. Inoltre, grazie agli investimenti pubblici nelle fonti rinnovabili, gli spagnoli sono oggi meno esposti alle volatilità dei prezzi energetici e pagano bollette sensibilmente più basse rispetto ad altri Paesi europei.
Il paradosso è che Sánchez – che ha appena varato una sanatoria per 500mila immigrati irregolari – sembra essere più apprezzato all’estero che in patria, dove deve fare i conti con una maggioranza parlamentare eterogenea e con alcuni scandali giudiziari che hanno lambito il Psoe.
Le Pen, Weidel & Co.
In Spagna si voterà fra un anno e nei sondaggi i socialisti sono stabilmente dietro al Partito Popolare, mentre gli estremisti di destra di Vox sono in terza posizione, ampiamente staccati ma comunque forti di un 18%. Alle regionali degli ultimi mesi il partito di Santiago Abascal, che più volte ha ospitato Meloni alle sue convention, ha raddoppiato i voti in Estremadura e Aragona, ma in Castiglia e León ha deluso, aggiudicandosi solo 14 seggi a fronte dei 17 pronosticati alla vigilia. Il 17 maggio toccherà all’Andalusia, dove Vox comunque ha una presa moderata sugli elettori.
Bene ma non benissimo è andata anche la recente tornata di elezioni locali in Francia per il Rassemblement National, alleato della Lega al parlamento europeo. Il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella – che, a un anno dalle presidenziali, domina in tutti i sondaggi con una percentuale non lontana dal 35% – ha quadruplicato il numero di consiglieri nei comuni con oltre 3.500 abitanti e ha conquistato Nizza (in coalizione con i repubblicani), però ha fallito nella città che era il suo obiettivo principale, Marsiglia, così come a Lione, Tolone, Nîmes e Parigi, dove il suo candidato ha raccolto appena l’1,6% dei voti. Finora, alle elezioni presidenziali, il Front républicain che tradizionalmente in chiave anti-lepenista ha sempre prevalso. Staremo a vedere se tra un anno il copione si ripeterà.
Anche in Regno Unito i sovranisti volano nei sondaggi. Fondato appena sette anni fa, il Reform Uk di Nigel Farage – paladino della Brexit – viene indicato come la prima forza politica dell’isola, tuttavia negli ultimi sei mesi il suo consenso è in calo: dal 30% di novembre al 24% attuale, complice – secondo alcuni analisti – le non brillantissime performance dei suoi amministratori locali eletti. Il 7 maggio si voterà per rinnovare i parlamenti di Scozia e Galles e per eleggere 136 consigli comunali. Per Farage, soprattutto quello scozzese sarà un test chiave, anche se alle elezioni generali mancano ancora tre anni (crisi di governo permettendo).
Quanto alla Germania, i nazionalisti xenofobi di Alternative für Deutschland godono di ottima salute. Alle regionali tenute quest’anno il partito guidato da Alice Weidel si contende il primato nei sondaggi con i centristi della Cdu e alle regionali di marzo, nel Baden-Württemberg e in Renania-Palatinato, ha centrato i migliori risultati della sua storia nel territorio dell’ex Germania occidentale. Come in Francia per il Rassemblement National, anche gli elettori tedeschi tendono generalmente a coalizzarsi contro l’Afd quando la partita si fa scottante, ma la difficile congiuntura economica potrebbe ampliare il consenso nei confronti del partito estremista.
L’anno della verità
Se la potenza di fuoco delle destre populiste sembra oggi meno temibile rispetto a pochi mesi fa, è più per l’inefficacia delle loro politiche che per meriti della sinistra. In Ungheria Orbán è stato sconfitto da un suo ex fedelissimo, in Italia il Governo Meloni ha certamente perso il referendum ma non si può dire che lo abbia vinto il campo largo (anche perché i suoi contorni e i suoi contenuti sono ancora sfumati), mentre negli Stati Uniti Trump rischia di scontare errori propri.
Tuttavia questa apparente vulnerabilità del fronte destrorso offre agli schieramenti avversari l’occasione di emergere. Servono però le idee e una chiara visione d’insieme, al di là delle dispute sui leader.
«Alle sinistre – riflette la professoressa Urbinati – spetta il compito di trovare strategie efficaci per rispondere ai problemi a cui la destra non ha saputo rispondere. Il modello è quello spagnolo, che ha dimostrato di essere vincente sia sul versante della politica interna economica sia su quello della politica energetica sia nel campo della politica internazionale: dimostrare saldezza di nervi nei confronti di Trump ha pagato».
In Italia, Francia e Spagna il 2027 sarà anno di elezioni. Solo allora potremo dire se in Europa il vento è davvero cambiato.