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Home » Esteri

Dalla Brexit alla caduta di Orbán: i 10 anni della destra sovranista

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Da sinistra: Nigel Farage, Viktor Orbán e Steve Bannon. Credit: AGF

Tutto ebbe inizio nel 2016 con l'uscita del Regno Unito dall'Ue e la prima vittoria di Trump. Da allora l’ondata della destra estrema si è progressivamente espansa in Europa e Usa. Fino alle difficoltà delle ultime settimane

Negli ultimi dieci anni l’Occidente ha assistito a una grande ondata populista di destra, che ora, però, nel momento in cui non contano solo le parole ma anche la sostanza, sembra essersi infranta. 

Era il 2016, quando il referendum sulla Brexit e la prima elezione di Donald Trump alla Casa Bianca fecero emergere un fenomeno che covava da anni sotto la superficie delle democrazie liberali. Due vittorie fondate su parole d’ordine semplici: sovranità, identità, sicurezza. Un messaggio diretto contro le élite politiche, economiche e culturali, accusate di aver tradito il «popolo» attraverso la globalizzazione e l’integrazione sovranazionale. 

Il vecchio continente
In Europa, nel giugno di quel 2016 il divorzio del Regno Unito dall’Ue diventa il simbolo di una possibile inversione del processo di integrazione: uscire dall’Unione non è più impensabile, ma praticabile. I leader della campagna per il «Leave» sono due figure chiave del Partito Conservatore britannico: Boris Johnson (poi eletto primo ministro nel 2019) e Nigel Farage. 

Intanto, in Ungheria si consolida un modello politico destinato a influenzare profondamente il ciclo populista: quello di Viktor Orbán che teorizza e costruisce una «democrazia illiberale», combinando elezioni competitive con un controllo crescente su media, magistratura e istituzioni. Il suo approccio offre una via di governo stabile per le forze populiste: non più solo opposizione, ma gestione sistematica del potere. L’idea di sovranità nazionale viene declinata in senso identitario e culturale, spesso in contrapposizione con Bruxelles e con i valori del pluralismo. 

Il populismo di destra, anno dopo anno, si diffonde con intensità variabile nei principali Paesi europei formando una sorta di «Internazionale di destra». In Francia cresce il Rassemblement National di Marine Le Pen, che porta la destra radicale a un passo dal potere, normalizzandone il linguaggio e ampliandone la base elettorale. In Germania, emerge Alternative für Deutschland (AfD) che segna una rottura nel sistema politico tradizionale. E poi c’è il caso della Polonia, con il governo guidato dal partito Diritto e Giustizia (in polacco: Prawo i Sprawiedliwość, PiS) che dal 2015 al 2023 porta avanti una trasformazione profonda delle istituzioni, in particolare del sistema giudiziario, in nome di una sovranità democratica contrapposta ai vincoli europei. 

In Italia il vento cambia nel 2022 con l’ascesa al governo di Giorgia Meloni. La sua vittoria rappresenta l’approdo al potere di una destra che, pur mantenendo elementi populisti, sceglie una linea di progressiva istituzionalizzazione. Meloni, una volta a palazzo Chigi, modera i toni su alcuni fronti, conferma gli impegni internazionali e adotta un approccio più pragmatico, specie in economia. 

Questa “normalizzazione” riflette una dinamica tipica: il passaggio dall’opposizione al governo impone compromessi che trasformano il populismo originario. Ma qualcosa resta. Ad esempio il supporto ad altri governi populisti di destra, come quello americano di Trump o l’ungherese di Orbán. 

Il 2023 invece è l’anno del ritorno al potere di Robert Fico in Slovacchia. Per la quarta volta il leader dello Smer (Direzione Socialdemocrazia), partito populista anti-immigrazione che ha dovuto affrontare diverse controversie a causa della sua affiliazione con partiti isolati a livello internazionale. 

Il caso di Israele
Uscendo dall’Europa, un altro Paese alle prese con un governo populista di destra è Israele, dove Benjamin Netanyahu, detto Bibi, leader del partito conservatore Likud, è al suo sesto mandato da primo ministro e dal 2022 guida lna coalizione più a destra della storia politica dello Stato ebraico.

Risultato? Una riforma del ramo giudiziario che ha suscitato ampie critiche, ma non solo. Dal 7 ottobre 2023, giorno in cui Israele subì diversi e terribili attacchi terroristici da parte di Hamas, il suo governo è stato principalmente orientato alla gestione delle varie crisi emerse in Medio Oriente, dalla Striscia di Gaza al Libano, fino all’Iran. 

Dal 21 novembre 2024 Netanyahu è inoltre ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi contro la popolazione civile della Striscia di Gaza. 

Trump & down
L’ondata populista, come già accennato, è arrivata anche dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Negli Stati Uniti dal 2016 a oggi abbiamo assistito all’ascesa di Donald Trump, alla sua caduta e al suo ritorno, che però non sta riscontrando grande successo tra i cittadini americani e non solo. 

Ma andiamo per gradi. Nel 2016 The Donald porta avanti la sua candidatura, sotto lo slogan «Make America Great Again», con messaggi diretti contro le élite politiche, economiche e culturali. Vince le elezioni e nel gennaio del 2017 si insedia pronunciando un discorso fortemente improntato a tematiche autarchiche, isolazioniste e patriottiche. Una presidenza, la sua, caratterizzata da politiche controverse, forte polarizzazione e cambiamenti importanti sia interni sia internazionali. Condita poi da due impeachment (2019 e 2021), entrambi conclusi con assoluzione al Senato. 

Nel 2020 Trump si ricandida, questa volta col motto «Keep America Great»: la campagna elettorale si caratterizza per una grande aggressività nei confronti dell’avversario democratico Joe Biden e dalle insinuazioni di possibili brogli elettorali. Prove? Nessuna.

Alla prova del voto vince da Biden, che ottiene il 51,3% dei voti contro il 46,8 % del tycoon. Apriti cielo. Trump si rifiuta di ammettere la sconfitta, dando mandato al proprio avvocato Rudy Giuliani di intentare cause in quegli Stati in cui il voto postale è stato determinante, e ordinando al proprio team di non cooperare nel periodo di transizione. Tutti i tentativi di ribaltare il risultato sono però respinti dalle Corti statali e dalla Corte Suprema. Il 14 dicembre 2020 il Collegio elettorale formalizza l’elezione di Biden, anche se Trump continua a rifiutarsi di concedergli la vittoria, invitando giudici, governatori e politici repubblicani a fare il possibile per capovolgere il risultato in suo favore. 

Il 6 gennaio 2021, mentre i membri del Congresso sono riuniti per certificare la vittoria di Biden, Trump tiene un comizio nei pressi della Casa Bianca, in cui rivendica nuovamente la vittoria delle elezioni e attacca i politici repubblicani che si sono rifiutati di fare altrettanto, invitando i suoi sostenitori a marciare verso il Campidoglio. I manifestanti danno quindi l’assalto all’edificio, provocando la sospensione della seduta e l’evacuazione della struttura… Fine della storia? No, affatto. 

Chiuso il mandato da presidente di Biden, Trump torna alla carica per le elezioni del 2025, che riesce a vincere (sconfiggendo Kamala Harris). The Donald è di nuovo presidente, ma le sue politiche – dai dazi al sostegno a Netanyahu su Gaza e guerra in Iran, giusto per citare qualche esempio – scricchiolano e le prossime elezioni di mid.term potrebbero riservargli una brutta sorpresa. 

Declino
Gli scricchiolii nel mondo populista di destra si avvertono anche in Europa. In Romania, ad esempio, nel 2025 la Corte Costituzionale ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali a causa di sospette ingerenze esterne, principalmente russe, che avrebbero favorito in modo illecito il candidato di estrema destra Călin Georgescu. L’intervento sulle procedure elettorali, giustificato da irregolarità o tensioni politiche, ha sollevato interrogativi sulla tenuta democratica e sulla possibilità che il conflitto politico degeneri in crisi sistemiche.

In Francia e Germania, la crescita delle destre radicali continua, ma si accompagna a una maggiore resistenza istituzionale e sociale. I tedeschi, ad esempio, hanno istituito un «cordone sanitario», una strategia politica consolidata volta a isolare AfD, impedendo alleanze di governo a livello federale e locale. Nonostante i successi elettorali del partito di estrema destra, specialmente nell’Est del Paese, i principali partiti (Cdu, Spd, Verdi, Fdp) mantengono un muro contro la collaborazione, confermando l’AfD come forza antidemocratica e monitorata dai servizi di intelligence. 

Nel Regno Unito, intanto, nonostante l’ascesa di Farage con il suo nuovo partito Reform Uk, in molti si sono pentiti o si stanno pentendo della Brexit e delle politiche degli ultimi anni. 

In Polonia, nel 2023, il liberale Robert Tusk con la sua coalizione ha vinto le elezioni a discapito del partito di destra Diritto e Giustizia, rimasto, sì, prima forza politica del Paese, ma non in grado di formare da solo un governo. Secondo alcuni media internazionali, tuttavia, il Governo Tusk, nonostante alcuni successi, ad oggi non è riuscito a raggiungere l’obiettivo di ripristinare lo stato di diritto in Polonia, anche a causa del fatto che le principali istituzioni di garanzia (Corte costituzionale, Corte suprema, Banca nazionale, ecc…) sono rimaste in mano al PiS. 

In Italia, il Governo Meloni sta incontrando ostacoli crescenti. La recente sconfitta nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – una riforma simbolicamente centrale – ha rappresentato un colpo politico significativo e causato pesanti scossoni. Per non parlare poi della rottura con Trump, che nelle ultime settimane ha più volte attaccato la nostra premier per il mancato supporto agli Usa nella guerra all’Iran, e non solo. 

In Ungheria, per concludere, Orbán ha perso il potere dopo sedici anni. La sconfitta elettorale nelle elezioni del 12 aprile scorso ha segnato simbolicamente la fine di una fase: il leader che aveva incarnato la stabilità del populismo al governo ha mostrato la vulnerabilità di un sistema costruito su equilibri delicati. 

Insomma, scenari internazionali e ripercussioni interne stanno mettendo in evidenza i limiti di una politica basata su slogan. Risultato: una crisi del ciclo populista di destra. Non si tratta però di una scomparsa, ma di una trasformazione. Le forze che lo hanno alimentato – disuguaglianze, insicurezze, crisi identitarie – restano infatti presenti. Tuttavia la loro traduzione politica appare più incerta. Il populismo di destra si trova di fronte a un paradosso: il successo lo ha costretto a governare, e governare ne ha rivelato i limiti.

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