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L’ex segretario generale ad interim Minuto-Rizzo a TPI: “C’è un problema politico tra Europa e Usa. Ma Trump non si ritirerà dalla Nato”

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L'ex segretario generale ad interim della Nato, Alessandro Minuto-Rizzo. Credit: CGS-PAM

L'ambasciatore ci spiega perché non basta dire “Bye, bye” per mettere fine al Patto atlantico: “L’Alleanza nacque su impulso americano e uscirne richiederebbe procedure complesse". Ma non vede alternative a breve termine: "L'Ue possiede già una struttura militare autonoma. Deve però mostrare la voglia di assumersi la difesa comune e non mi sembra sia ancora pronta"

Donald Trump l’ha detto più volte. «La Nato è una tigre di carta» e senza gli Stati Uniti non fa paura a nessuno. Tra le sue tante “lamentationes” per l’esito insoddisfacente della guerra all’Iran nello Stretto di Hormuz, l’inquilino della Casa bianca ha addirittura fatto sapere di stare seriamente valutando la possibilità di ritirarsi dall’Alleanza, tanto che i Paesi membri europei starebbero approntando piani in caso Washington decidesse di ridurre il sostegno al Patto atlantico. Ma ce n’è anche per l’Italia: «Non c’è stata per noi e noi non ci saremo per loro», ha detto chiaro e tondo il presidente degli Stati Uniti. Eppure, malgrado le minacce alla Groenlandia e le polemiche durante il conflitto contro Teheran, c’è chi non crede a una prossima e tanto radicale rivoluzione nei rapporti tra America ed Europa. Per l’ex segretario generale ad interim della Nato Alessandro Minuto-Rizzo, infatti, Donald Trump non ritirerà gli Usa dall’Alleanza. «È uno scenario possibile ma improbabile», ha spiegato a TPI l’ambasciatore, secondo cui anche in quel caso l’Europa potrebbe comunque trovare il modo di difendersi da sola, se volesse.
Perché, da quando ha attaccato l’Iran, Trump ce l’ha tanto con la Nato?
«L’attuale discussione è completamente sbagliata: la Nato non è stata consultata né avvertita dell’offensiva, pertanto non c’è alcuna mancanza da parte dei Paesi alleati nei confronti degli Stati Uniti. Questa operazione non è di competenza dell’Alleanza, a cui si può ricorrere soltanto seguendo certe regole».
Ultimamente se l’è presa anche con l’Italia.
«Le relazioni tra Italia e Stati Uniti sono sempre state ottime, sia sotto le amministrazioni repubblicane sia sotto quelle democratiche. Anzi, qualche volta gli Stati Uniti hanno aiutato il nostro Paese più degli alleati europei. Ricordo che, originariamente, il G7 era un G5 e che l’Italia e il Canada ne erano escluse. Furono le pressioni americane a fare in modo che entrassimo in quel formato. I buoni legami tra Roma e Washington appartengono alla tradizione storica».
L’ultimo episodio di Sigonella ha influito?
«A Sigonella sono stati rispettati i protocolli: la notifica è stata tardiva, quindi dal punto di vista tecnico è stato corretto negare l’atterraggio, tanto è vero che da parte Usa non c’è stata alcuna protesta ufficiale. Semmai è un problema politico».
Ha detto che il rapporto con l’Italia e con Giorgia Meloni «non è più lo stesso».
«Più che contro la presidente Meloni e l’Italia, i commenti di Trump vanno letti nel quadro del suo attuale nervosismo. Ha attaccato l’Iran, che non è certo la Svizzera, ma lo ha fatto in maniera sconclusionata, senza un obiettivo finale chiaro e – sembrerebbe – soprattutto su spinta di Israele. Poi però le cose sono andate male e ha cominciato a prendersela con tutti: con il Papa, che secondo lui non capisce nulla di politica estera; con gli alleati europei, che penserebbero solo all’Ucraina; e con la Nato perché, dal suo punto di vista, non lo avrebbe aiutato».
Più volte ha ribadito che gli Stati Uniti «non hanno bisogno di aiuto».
«Il problema non è operativo ma politico. L’opinione pubblica europea, in questo momento, non è favorevole e i vari governi temono, legittimamente, ripercussioni sul proprio consenso interno. Inoltre siamo in uno stato di grande confusione, in cui gli obiettivi cambiano continuamente. Un amico può anche commettere degli errori, si condannano gli errori e si resta amici. Poi il gesto di amicizia può anche esserci a posteriori ma serve un quadro di riferimento più chiaro».
È possibile un’Alleanza senza gli Usa?
«È uno scenario completamente inedito, che nessuno si è mai posto in 78 anni. Ricordiamo che la Nato nacque nel 1949 nel quadro del confronto tra Stati Uniti e Unione sovietica in Europa occidentale, che era uscita a pezzi dalla Seconda guerra mondiale. Allora l’amministrazione statunitense e gli altri 11 Paesi fondatori, tra cui l’Italia, avevano bisogno di poter contare su un’alleanza. Così firmarono un patto difensivo che ha dato vita a un’organizzazione con una struttura snella e di per sé poco costosa, che però non ha una competenza universale».
Ma può davvero ritirarsi?
«Per il momento, il presidente Trump non ha annunciato l’uscita dalla Nato, che sarebbe piuttosto complessa».
Non basta dire: “Bye, bye”?
«Ai sensi del diritto internazionale, ogni Paese può recedere da un’alleanza. Ma negli Usa è in vigore una legge, proposta qualche anno fa proprio dall’attuale segretario di Stato Marco Rubio, che stabilisce una serie di complesse procedure interne per uscire dalla Nato. Potrebbero ridurre gli impegni o ritirare qualche migliaio di truppe ma non darei affatto per scontato l’abbandono dell’Alleanza da parte degli Stati Uniti. È uno scenario possibile ma improbabile».
Qualcosa però sta già cambiando: a febbraio è stato annunciato il trasferimento dei comandi di Norfolk, Napoli e Brunssum ai Paesi alleati. Che cosa significa?
«Avere un italiano al posto di un ammiraglio americano – e ne ho conosciuti tanti – che fa il suo mestiere a Napoli per due o tre anni e poi se ne va alla scadenza del mandato, senza alcuna particolare sensibilità nei confronti dei Balcani o dei Paesi del Mediterraneo, potrebbe stimolare un dibattito interno a Bruxelles, che sia più orientato alle priorità geografiche dell’Italia. Non parliamo però di decisioni operative, nel senso che al momento non c’è ancora un comandante italiano nella base di Napoli. Tutto dovrebbe avvenire tra qualche mese, come stabilito dai ministri della Difesa dell’Alleanza, quando andranno a scadenza gli attuali turni di rotazione».
È un segnale di disimpegno?
«Il fatto che l’Italia e altri Stati membri si assumano maggiori responsabilità non è di per sé uno sviluppo negativo. Ma il decentramento di alcuni comandi non rappresenta un ritiro da parte degli Usa che, esattamente come prima, manterranno il “controllo del sistema” in termini di strategia, intelligence, ecc.».
L’Europa può difendersi da sola senza l’appoggio degli Usa?
«Teoricamente possiede già una struttura militare autonoma, che però è ancora poco operativa perché non è mai cresciuta e perché manca di una cultura strategica che metta insieme politica estera e difesa».
Ci spieghi meglio.
«Esiste, ad esempio, il Comitato per la Politica e la Sicurezza dell’Unione europea – presso cui nel 2000 fui il primo ambasciatore dell’Italia – che può fungere da equivalente del Consiglio Nord Atlantico. Ma, al pari di quello della Nato, c’è anche un Comitato militare dell’Ue e persino uno Stato maggiore dell’Unione».
Le strutture ci sono già, quindi?
«Va ricordato però che la comunità europea è nata su basi completamente diverse. Fino al Trattato di Lisbona, la difesa comune non era contemplata e la Commissione non aveva alcuna competenza in materia. Poi la cornice è un po’ cambiata a favore di una politica di “sicurezza”, che però non vuol dire “difesa”».
Non basta aumentare le spese militari e nominare un commissario Ue per la Difesa?
«Non c’è dubbio che qualcosa si stia muovendo. Da un anno a questa parte sia la Commissione europea sia i Paesi membri hanno adottato varie iniziative per aumentare le spese per la difesa e l’efficienza dei bilanci militari, trovando fondi che prima non c’erano. Più che sviluppare delle capacità proprie però, l’Ue deve avere soprattutto voglia di prendersi delle responsabilità e non mi pare che siamo ancora a questo punto. Temo che, per arrivarci, ci vorrà molto tempo».

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