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Il peggior nemico dell’Ucraina resta la corruzione

Immagine di copertina
Credit: AGF

Zelensky si era impegnato a fare pulizia nel governo e ad abbattere la corruzione. Malgrado i progressi però non ha ancora ottenuto i risultati sperati e persino in tempo di guerra continuano gli scandali, che stavolta rischiano di pregiudicare gli aiuti internazionali e la fiducia della popolazione. Dal contrasto alle malversazioni dipende infatti l’accesso ai fondi e alle armi inviate a Kiev da Usa e Ue, senza cui il Paese non può sopravvivere, e l'appoggio incondizionato degli ucraini allo sforzo bellico

Kyrylo Tymoshenko era considerato un uomo molto vicino a Volodymyr Zelensky, almeno fino a fine gennaio. Nel 2016 aveva fondato una delle più grandi agenzie di comunicazione dell’Ucraina, GoodMedia, e fino al marzo del 2020 ne è stato anche il proprietario. Nel 2019 l’azienda contribuì alla campagna elettorale del comico, realizzando un video in cui sfidava a un dibattito l’allora presidente uscente, Petro Poroshenko. Oggi la società è di proprietà di sua moglie, Alyona, ma non ha smesso di ricevere commesse di alto livello. Nemmeno quando Tymoshenko, a seguito della vittoria di Zelensky, nel maggio 2019 è stato nominato vicedirettore della presidenza ucraina e dopo aver ottenuto, l’anno successivo, la responsabilità di un programma di infrastrutture a livello regionale. Nel 2021, ad esempio, GoodMedia contribuì all’organizzazione del forum “Ukraine 30”, voluto proprio da Zelensky, finendo anche nel mirino di un’inchiesta dell’anti-corruzione, risoltasi poi in un nulla di fatto.

Ora però è tutto finito per colpa di uno scandalo. Il 24 gennaio, Tymoshenko ha infatti rassegnato le proprie dimissioni dopo essere stato visto alla guida di un suv, uno Chevrolet Tahoe, donato a Kiev dalla General Motors per scopi umanitari e finito invece nelle disponibilità della sua amministrazione. Si è concluso così il suo mandato, criticato anche per altri motivi. Secondo l’ong Anti-Corruption Headquarter di Kiev, sin dai primi mesi di guerra, Tymoshenko aveva messo su un sistema parallelo di segnalazione dei danni provocati dai russi alle proprietà civili che avrebbe finito per duplicare il lavoro del “Registro dei beni danneggiati e distrutti” istituito per legge. Il sospetto dell’ong è che il funzionario sfruttasse il sistema per costruirsi un’immagine politica e per tenere traccia dei progetti «più promettenti» in vista della ricostruzione, anche in virtù del suo incarico nel programma di infrastrutture a livello regionale. Tutti sospetti rimasti finora tali, considerato che Tymoshenko non è indagato dalla magistratura, ma il suo caso ha destato scalpore, vista la vicinanza al presidente. Tuttavia non è l’unico e ce ne sono altri ben più gravi che mettono a rischio la credibilità ucraina, la disponibilità dei partner internazionali a inviare aiuti e la fiducia della popolazione durante la guerra.

Niente di nuovo
Vasyl Lozynskiy era viceministro delle Infrastrutture quando il 22 gennaio è stato arrestato per aver ricevuto una tangente da 400mila dollari da un’azienda interessata a un appalto per la fornitura di generatori. Due giorni dopo, un altro viceministro – stavolta della Difesa – Viacheslav Shapovalov si è dimesso a seguito di un’inchiesta giornalistica del portale ucraino Zn, secondo cui nelle zone lontane dal fronte il ministero acquistava generi alimentari a prezzi gonfiati. Nelle stesse ore è stato licenziato anche il vice-procuratore generale Oleksiy Symonenko che, secondo il quotidiano Ukrainska Pravda, aveva trascorso il capodanno a Marbella, in Spagna, dove era stato fotografato a bordo di una Mercedes di proprietà di una società riconducibile alla moglie di un noto uomo d’affari e politico locale di nome Hryhoriy Kozlovsky, comproprietario della Vynnyky Tobacco Factory di Leopoli, azienda indagata prima della guerra per evasione fiscale e contrabbando.

A questi casi se ne aggiungono altri che hanno portato, tra gennaio e febbraio, alla cacciata di quattro governatori regionali, altri due viceministri e altrettanti direttori di agenzie governative. Senza contare il giro di vite del luglio scorso quando, ufficialmente per tradimento, il presidente ucraino ha licenziato la procuratrice generale, Iryna Venediktova, e il capo dei servizi di sicurezza del SBU, Ivan Bakanov, suo amico d’infanzia.

Proprio Bakanov è citato insieme a Zelensky nei Pandora papers, l’inchiesta del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) del 2021. In un documento Bakanov risulta testimone del trasferimento – avvenuto tre settimane prima delle elezioni del 2019 – dall’allora candidato presidente a Sergei Shefir, oggi suo consigliere di Stato, del 25 per cento della Maltex Multicapital Corp, società registrata alle Isole Vergini Britanniche e distributrice della casa di produzione Kvartal 95 riconducibile a Zelensky e ai suoi soci ai tempi in cui era ancora un attore. Secondo il Guardian, nonostante la cessione, un successivo accordo legale avrebbe garantito il pagamento di dividendi da parte di Maltex Multicapital alla Film Heritage, azienda registrata in Belize e di proprietà della moglie del presidente ucraino, Olena. Zelensky, eletto con il 73 per cento dei voti promettendo di sconfiggere la corruzione, non ha mai voluto commentare la vicenda, indagata anche dalle autorità ucraine che non hanno riscontrato reati.

Eppure nel mirino dell’anti-corruzione ucraina è finito anche un altro personaggio emerso nei Pandora papers, l’oligarca Ihor Kolomoisky, indagato per frode negli Usa e a cui a novembre le autorità di Kiev avevano già sequestrato le quote di due compagnie petrolifere, Ukrnafta e Ukrtatnafta, dopo aver scoperto un’appropriazione indebita da 1 miliardo di dollari. A inizio febbraio, la polizia ha fatto irruzione in casa del miliardario, sospettato in passato di aver finanziato in maniera occulta il comico diventato presidente, che invece ha sempre respinto le accuse e sostenuto la sua lotta contro le tangenti, usando il pugno di ferro nell’ultimo anno. Soprattutto per non mettere a rischio gli aiuti internazionali da cui il Paese dipende (secondo il Kiel Institute for the World Economy, nell’ultimo anno a Kiev sono stati promessi 73,1 miliardi di dollari dagli Usa e 54,9 miliardi dall’Unione europea e il Paese è risultato 116esimo su 180 Paesi nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International).

La paura di essere abbandonati
D’altra parte, i creditori internazionali come il Fmi hanno da sempre reso chiaro che l’accesso del Paese ai fondi dipendeva dalla sua capacità di arginare questo problema endemico. Senza contare che la lotta alla corruzione è precondizione per entrare nell’Ue. Già nel 2014, fu istituita l’agenzia anti-corruzione Nacp, un apposito tribunale per i reati collegati alle tangenti e altri enti incaricati di contrastare il fenomeno.

Poi, nel 2016, il parlamento di Kiev obbligò le imprese e gli enti pubblici a servirsi della piattaforma Prozorro, che in ucraino significa “trasparente”, in cui vengono segnalati i dati relativi agli appalti pubblici. Al contempo, tutti i funzionari eletti o nominati dalla politica dovevano rendere pubbliche le proprie dichiarazioni patrimoniali e dei redditi.

Così, solo tra il 2019 e il 2022, sono stati perseguiti quasi 20mila tra reati e illeciti amministrativi connessi alla corruzione. Inoltre, secondo il monitoraggio 2022 dell’Ocse, l’Ucraina ha compiuto passi significativi in questo campo, anche se c’è ancora molto da fare. «Il quadro giuridico è completo, ma il livello di applicazione da parte dei tribunali è basso», si legge nel documento.

A tale scopo, il governo si è impegnato ad approvare in tempi brevi il Programma statale anti-corruzione 2023-2025 e a riformare la Corte costituzionale, il Consiglio supremo di giustizia e la Commissione disciplinare dei giudici. Tutto pur di mantenere i consensi in Occidente e non solo. Secondo il Kyiv International Institute of Sociology, prima della guerra l’indice di gradimento di Zelensky, misurato soprattutto sulla sua capacità di sconfiggere la corruzione, era al 27 per cento. Un anno dopo era salito all’84 per cento, una popolarità che non intende perdere. Ne va della sopravvivenza sua e dell’Ucraina.

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