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Home » Esteri

Gaza: Israele annuncia una “riapertura limitata” del valico di frontiera di Rafah

Immagine di copertina
Un’immagine delle macerie di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo l’avvio della tregua tra Israele e Hamas nell’ottobre 2025. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

I cancelli saranno aperti "al solo passaggio pedonale" sotto ispezione israeliana e soltanto al termine dell'operazione di rimpatrio del corpo senza vita dell'ultimo ostaggio trattenuto nella Striscia da Hamas

Il governo di Israele ha annunciato oggi, lunedì 26 gennaio 2026, una “riapertura limitata” del valico di frontiera di Rafah tra la striscia di Gaza e l’Egitto, come previsto dall’accordo di cessate il fuoco con Hamas in vigore dal 10 ottobre scorso. “Nell’ambito del piano in 20 punti del presidente Trump, Israele ha accettato una riapertura limitata del valico di Rafah, riservata al solo passaggio pedonale, subordinata a un meccanismo di ispezione israeliano completo”, si legge in una nota diramata sui social dall’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Ma la frontiera non sarà aperta subito. “La riapertura del valico era subordinata alla liberazione di tutti gli ostaggi ancora in vita e a uno sforzo totale da parte di Hamas per localizzare e rimpatriare i corpi di tutti gli ostaggi deceduti”, spiega il governo israeliano nella nota, secondo cui “le IDF (le forze armate, ndr) stanno attualmente conducendo un’operazione mirata per esaurire tutte le informazioni raccolte nel tentativo di localizzare e rimpatriare il corpo dell’ostaggio caduto, il sergente maggiore Ran Gvili”. Soltanto “al termine di questa operazione”, conclude il comunicato, “e in conformità con quanto concordato con gli Stati Uniti, Israele aprirà il valico di Rafah”.
Il valico di Rafah, la cui riapertura è stata a lungo caldeggiata dalle Nazioni Unite, costituisce un passaggio cruciale per gli aiuti umanitari nella Striscia. Eppure, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, avvenuta il 10 ottobre scorso, è rimasto chiuso. Una misura giustificata dalle autorità israeliane con il rifiuto da parte di Hamas di collaborare alla restituzione del corpo senza vita dell’ultimo ostaggio ancora trattenuto nel territorio costiero palestinese e con la necessità di un maggiore coordinamento con l’Egitto.
Arrivati ieri in Israele per discutere del futuro della Striscia, gli inviati del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nella regione, Jared Kushner e Steve Witkoff, avevano invitato il premier israeliano Netanyahu a riaprire il valico di Rafah senza attendere il rimpatrio del corpo del sergente maggiore Ran Gvili. La famiglia dell’ostaggio invece, da parte sua, aveva chiesto alle autorità di Tel Aviv di non passare alla fase due dell’accordo di cessate il fuoco prima della restituzione dei resti del proprio caro. Nelle stesse ore, il portavoce delle Brigate Ezzeddine al-Qassam, il braccio armato di Hamas, Abu Obeida, aveva annunciato di aver indicato ai mediatori egiziani il luogo in cui si trovava il corpo dell’ostaggio, sepolto dalle macerie dei bombardamenti dell’IDF.
In seguito all’annuncio da parte degli Stati Uniti della transizione alla seconda fase del piano Trump per Gaza, la scorsa settimana, al World Economic Forum di Davos, il presidente americano ha inaugurato il suo nuovo “Board of Peace”, che dovrebbe occuparsi della ricostruzione e avere l’ultima parola sull’amministrazione della Striscia. Questa fase prevede il disarmo di Hamas, il graduale ritiro dell’esercito israeliano, che controlla ancora circa metà del territorio costiero palestinese e il dispiegamento sul campo di una forza internazionale per garantire la sicurezza. Tuttavia, malgrado il cessate il fuoco, a Gaza si continua a morire: almeno 484 persone sono state uccise e 1.321 sono state ferite nella Striscia, secondo il ministero della Salute del governo di Gaza controllato da Hamas, dall’entrata in vigore della tregua.

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