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Le gang di El Salvador paralizzano il Paese

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La scorsa settimana, i trasporti a San Salvador sono stati paralizzati dalle gang locali, che uccidevano gli autisti che si rifiutavano di cedere ai loro ordini

Per tre giorni nelle strade di San Salvador, capitale salvadoregna, i bus non potevano circolare. Una delle principali gang del Paese – nota con il nome di Barrio 18 – il 27 luglio ha ordinato uno sciopero dei trasporti urbani, come ritorsione contro la decisione del governo di contrastare più duramente la criminalità organizzata.

Almeno nove conducenti che hanno disobbedito all’ordine della gang e hanno continuato a lavorare sono stati uccisi, secondo quanto riporta il Los Angeles Times. Colpire il settore dei trasporti era un modo per dire al governo che sono le gang ad avere il vero controllo del Paese.

Per paura di ritorsioni, la maggior parte degli autisti non si è recata a lavoro e almeno 142 linee del bus di San Salvador – equivalenti a circa l’80 per cento del sistema dei trasporti della capitale – sono rimaste completamente paralizzate.

Il governo ha inviato dei piccoli camioncini per sostituire gli autobus, ma il biglietto costava quattro volte tanto rispetto al prezzo normale. Ci sono stati problemi anche in altre città del Paese e anche molti negozi hanno deciso di restare chiusi.

“C’è una vera e propria condanna a morte per le persone che decidono di recarsi a lavoro e che non vogliono pagare il pizzo alle gang. Le autorità dovrebbero intervenire in modo più forte”, ha dichiarato in una conferenza stampa Genaro Ramirez, presidente dell’unione sindacale delle compagnie di autobus del Paese, come riporta il Los Angeles Times.

Il 30 luglio il governo ha inviato soldati nelle strade e sugli autobus della capitale, per proteggere gli autisti dagli attacchi dei gruppi criminali.

Le due gang principali di El Salvador – Barrio 18 e Mara Salvatrucha, entrambe note con il nome collettivo di maras – nacquero nelle strade di Los Angeles negli anni Ottanta, formate soprattutto da giovani salvadoregni che scappavano dal Paese durante la guerra civile (1980 – 1992).

Negli anni Novanta, quando si intensificarono gli scontri fra gang rivali, gli Stati Uniti deportarono migliaia di criminali, che da allora si sono radicati in diversi Paesi dell’America latina. Al momento si stima ci siano almeno 60mila criminali in El Salvador, un’alta percentuale in una Paese che conta sei milioni di abitanti.

Nel marzo del 2012 Barrio 18 e Mara Salvatrucha negoziarono una tregua – mediata dal governo di El Salvador – ma questa fu interrotta dopo poco più di un anno.

Per agevolare la fine degli scontri, il governo salvadoregno – allora guidato dal presidente Mauricio Funes – aveva approvato il trasferimento di alcuni leader delle gang da carceri di massima sicurezza a prigioni più vicine alle famiglie, concedendo loro di vedere le mogli e utilizzare il telefono anche nelle proprie celle.

Quest’anno tuttavia, di fronte all’intensificarsi delle violenze, il governo del presidente Salvador Sánchez Cerén ha rimosso questi privilegi e ha iniziato a rispondere in modo più aggressivo agli attacchi delle gang.

Lo scorso luglio ha infatti approvato una legge per aumentare i tempi di detenzione per i criminali arrestati.

Dal giugno del 2014 si stima che le gang nel Paese abbiano ucciso almeno 677 persone. Si tratta delle peggiori violenze dalla fine della guerra civile, avvenuta nel 1992.

Nel solo mese di maggio, in media, sono state uccise venti persone al giorno.

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