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I nodi irrisolti degli attentati di Parigi

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Il commento del giornalista italiano ed editorialista di Avvenire Giorgio Ferrari

A quattro giorni di distanza dalla tragica notte di Parigi, dipanandosi con dolente fatica l’orrore e l’emozione per la strage compiuta dai commandos dell’Isis, comincia ad apparire un quadro generale meritevole di alcune considerazioni.

Ci sono almeno cinque cose ancora irrisolte:

1) Il G20 di Antalya, al quale si assegnavano poteri e speranze quasi taumaturgiche si è risolto – come in molti temevano – con un modesto risultato, per alcuni un sostanziale nulla di fatto. A riconoscerlo, pur nelle nebbie del gergo diplomatico, è lo stesso Vladimir Putin.

Il vertice, è vero, ha concordato una stretta ai finanziamenti all’Isis, controlli alle frontiere, scambio di dati, lotta ai foreign fighter e maggior sicurezza globale per gli aerei, ma dati, alla mano, il presidente russo rammenta che: “L’Isis controlla la maggior parte dei giacimenti petroliferi siriani e la vendita di greggio rappresenta la sua principale fonte di finanziamento. Secondo una recente inchiesta del Financial Times il sedicente Stato islamico guadagna ogni giorno 1,5 milioni di dollari dalla vendita del greggio estratto nei territori sotto il suo controllo. I jihadisti sono finanziati da persone fisiche provenienti da 40 Paesi, tra cui anche membri del G20″.

Il fitto colloquio fra Putin e Obama ha avviato molti buoni propositi e nulla di più. Il solo presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha speso una parola nuova: “Assad non si ricandiderà”, ha annunciato.

Non sappiamo se la sua sia una self fulfilling profecy o l’anticamera di un mutamento radicale nello stallo politico-militare siriano, resta il fatto che in sostanza affida alla diplomazia e non alle armi la soluzione del conflitto. 

2) “La Francia è in guerra”, ha dichiarato il presidente Hollande. “Guerra totale all’Isis”, ha rimbeccato il suo avversario Nicolas Sarkozy, seguito da un coro interventista dal quale non si è sottratta neppure la gauche più spocchiosa.

In altre parole, una Francia marziale, bellicosa, in grado di intonare la Marsigliese in parlamento e disseppellire il mai dimenticato Clemenceau con i suoi aforismi – “Non c’è riposo per i popoli liberi”; “I cimiteri sono pieni di persone insostituibili, che sono state tutte sostituite” – si prepara alla guerra contro il Califfato, invocando l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, che prevede il sostegno militare a uno stato membro, in caso di aggressione e chiamando l’Assemblea nazionale a modificare la Costituzione rimodulando la Carta fondamentale con una sorta di Patriot Act adeguato alle circostanze eccezionali (ma, richiamando alla memoria con una certa inquietudine Carl Schmitt, potremmo chiamarlo “Stato di eccezione”).

La fanfara di Hollande tuttavia ha suonato per un giorno, due al massimo. I raid dei Rafale su Raqqa non sono la guerra, la Francia al momento è sola in questa impresa temeraria i cui risultati sul campo sono tutti da verificare, lo sforzo finanziario per una massiccia operazione militare in Medioriente già impone una deroga alle politiche di bilancio di Parigi, che ha chiesto – e sostanzialmente ha già ottenuto – di poter sforare il Patto di Stabilità con Bruxelles.

Basteranno i cacciabombardieri mandati da Hollande? Basterà il naviglio già presente nell’area e la portaerei Charles De Gaulle ad “annientare” – come chiedono i giornali conservatori, in testa a tutti Le Figaro – l’Isis? Domanda al momento senza risposta.

3) “Escludo un intervento militare via terra: sarebbe un errore”, fa sapere Barack Obama.

“La Russia non ha intenzione di condurre operazioni di terra in Siria”, conferma il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, sottolineando che Putin ha sempre parlato di operazioni aeree. «Un’operazione di terra – dice Peskov – non è sul tavolo”.

Anche il Regno Unito non interverrà in Siria. Bloccato dalla Camera dei Comuni, Cameron si limiterà a qualche drone. Nessuna possibilità di interventi di terra anche da parte dei riluttanti Paesi del Golfo: l’ambiguo Qatar, la diffidente Arabia Saudita, i prudenti Oman e Bahrein stanno sostanzialmente a guardare, lasciando che siano gli americani, con le loro basi, a condurre la guerra. Una guerra dell’aria, non di più.

La Turchia stessa chiede una no fly zone, una fascia di sicurezza ai propri confini meridionali e privilegia la lotta contro i curdi rispetto a quella contro l’Isis, di cui si sospetta sia stata fino a ieri generosa fornitrice di materiale bellico.

Boots on the ground, insomma, è un’espressione che si preferisce evitare. Anche perché nessuno vuol essere il primo a mettere piede nella viscosa patria del Califfato, sapendo che per combattere davvero quella guerra sul terreno occorrerebbero – così confermano da sempre le fonti militari – non meno di 60-70 uomini.

4) In definitiva, la disunione fra i grandi attori che si muovono attorno alla crisi siriana è ancora più che mai evidente.

Conciliare nel nome della guerra al Califfato una grande nazione sciita come l’Iran – e con i suoi alleati Hezbollah e gli alawiti di Bashar al-Assad – con un altrettanto influente antagonista come l’Arabia Saudita – culla del wahabismo e dell’ortodossia sunnita e grande e spesso occulto finanziatore di molte delle jihad – è opera temeraria se non impossibile.

Difficile in queste circostanze ripescare la dottrina americana del regime change in Siria quando pezzi pregiati della potenziale coalizione, come Mosca e Teheran, ne sono contrari. Difficile anche ripristinare la dottrina Truman del contenimento in presenza di una guerra asimmetrica come quella dichiarata dall’Isis, perché il “contenimento” – che aveva un suo senso durante la Guerra fredda ove c’era un equilibrio nucleare fra Usa e Unione Sovietica – non farebbe che aumentare la forza e l’influenza del Califfato e marcare la debolezza dell’Occidente e dei suoi alleati.

5) È d’uso, in circostanza tragiche come la strage di Charlie Hebdo, come la terribile notte di venerdi 13, come l’abbattimento dell’aereo russo sul Sinai, come in quasi tutte le occasioni in cui il terrorismo ha fatto breccia attraverso le maglie della sicurezza accusare i servizi segreti, la polizia, l’intero apparato che avrebbe dovuto sorvegliare, prevenire, intervenire “prima” che gli attentati andassero a segno.

C’è del vero e del verosimile nel giusto sgomento di chi si domanda come mai non sia stata presa in considerazione la segnalazione irachena circa possibili azioni terroristiche a Parigi e nemmeno quella turca, che sostanzialmente alludeva a un tentativo di strage in luogo chiuso e affollato come il Bataclan.

C’è del vero nel legittimo disasppunto di fronte al mancato coordinamento fra le polizie francese e belga, fra le frontiere rimaste un colabrodo “dopo” gli attentati, tanto da aver permesso a uno più membri del commando di fuggire indisturbato, cosa che è avvenuta in qualche caso anche all’indomani del massacro a Charlie Hebdo. Non gettiamo la croce addosso a polizia e servizi segreti francesi.

Non serve e forse non la meritano. Ma nemmeno la Costituzione francese merita di essere modificata, ristretta, adattata a una sorta di fortezza da vigilare giorno e notte e non merita soprattutto la Francia, non lo merita l’Europa, non lo merita quell’idea di società aperta che in certi momenti è la debolezza ma per tutto il resto del tempo è il grande vanto e la grande conquista della nostra civiltà.

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