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Chi era Manuel Ellis, il 33enne afroamericano ucciso dalla polizia negli Usa

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 6 Giu. 2020 alle 10:51
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Immagine di copertina

Negli Stati Uniti, dove già infuriano le proteste popolari in nome di George Floyd, la notizia della morte di un altro afroamericano per mano della polizia sta infiammando ulteriormente il clima. L’episodio, avvenuto a Tacoma, nello Stato di Washington, risale al 3 marzo e sarebbe venuto alla luce in questi ultimi giorni grazie a un video girato da una donna che si trovava dietro l’auto dei poliziotti. Le immagini sono scioccanti: si vede infatti Manuel Ellis, questo il nome della vittima, che viene scaraventato a terra da alcuni agenti che infieriscono su di lui, picchiandolo fino a ucciderlo.

L’afroamericano ucciso aveva 33 anni. Musicista, nonché padre di due figli, era stato fermato da due agenti di pattuglia, la notte del 3 marzo, nei pressi di un incrocio, mentre era a bordo della sua macchina.

“Manuel era un giovane padre che amava i suoi figli e un musicista di talento nella sua chiesa. Siamo orgogliosi dell’uomo che Manuel è diventato, come tanti uomini di colore nella nostra comunità, i suoi più grandi successi erano fondati sulla sua capacità di trasformare traumi e lotte personali in vittorie. Suo padre è morto di cancro allo stomaco quando Manuel aveva solo 2 mesi e un’infanzia difficile lo ha portato a lottare contro le dipendenze contro problemi di salute mentale, non diagnosticati per molti anni. Era un vero talento musicale, poteva suonare qualsiasi cosa al piano, alla tastiera e alla batteria semplicemente ascoltando. Amava essere padre di sua figlia di 18 mesi e di suo figlio di 11 anni, ed era molto attento ad aiutare sua sorella a crescere i suoi figli”, così lo descrivono i familiari in una pagina di raccolta fondi a lui dedicata su GoFundMe.

Per ricostruire quanto accaduto al momento del fermo di polizia, il New York Times si è basato sulle informazioni fornite da Ed Troyer, portavoce del dipartimento di polizia di Tacoma. Ellis, una volta incontrate quella notte le forze dell’ordine, avrebbe iniziato a dare in escandescenze, aggredendo e buttando a terra uno dei poliziotti. Questi, raggiunti da altri due agenti di supporto, hanno di conseguenza provveduto, ha affermato la testata attenendosi alle dichiarazioni di Troyer, ad ammanettare l’afroamericano. Ellis, nonostante le manette, avrebbe continuato a dimenarsi e a cercare lo scontro fisico con quegli uomini in divisa. Il racconto di Troyer, secondo il giornale newyorchese, sconta a questo punto importanti carenze di dettagli, in quanto, ad esempio, sorvola sui metodi di immobilizzazione e placcaggio messi in atto allora dai tutori dell’ordine di Tacoma ai danni del soggetto arrestato.

Nulla si dice, ad esempio, del modo in cui Manuel Ellis è stato immobilizzato. Il medico legale ha infatti parlato di morte per mancanza di ossigeno, circostanza che farebbe presumere un possibile soffocamento da parte degli agenti. Ed Troyer lo ha escluso, ma non si sa bene su quale base, poiché ha anche ammesso di non sapere in che modo il 33enne sia stato bloccato dagli agenti. Non solo: lo stesso portavoce della polizia ha confermato che la vittima avrebbe gridato: “Non riesco a respirare”, proprio come George Floyd.

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