Brexit, la Corte suprema ha deciso: illegale la chiusura del Parlamento, domani la ripresa dei lavori

Il verdetto dei sommi giudici del Regno Unito è arrivato all'unanimità. Uno schiaffo per il premier Boris Johnson

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 24 Set. 2019 alle 11:51 Aggiornato il 24 Set. 2019 alle 15:25
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Brexit, la Corte Suprema ha deciso: illegale la chiusura del Parlamento

La Corte Suprema britannica ha dichiarato illegale la sospensione (prorogation) dei lavori del Parlamento britannico richiesta dal premier Boris Johnson. La decisione è arrivata da undici sommi giudici del Regno Unito.

La chiusura prolungata del Parlamento britannico decisa dal primo ministro è “illegale, nulla e priva di effetti”, ha stabilito la Corte nel duro verdetto letto dalla presidente lady Brenda Hale. È come se il Parlamento non fosse “mai stato prorogato”. La Corte ha attribuito agli speaker di Comuni e Lord il potere di riconvocare ora le Camere quanto prima e dichiarando ‘l’advice’ del premier alla regina immotivato e inaccettabile in termini di limitazione di sovranità e poteri di controllo parlamentari.

Il verdetto è uno schiaffo al primo ministro Boris Johnson, che ha voluto la sospensione fino al 14 ottobre, nel pieno della crisi sulla Brexit, accogliendo gli argomenti dei ricorsi di oppositori del governo e attivisti pro Remain. La decisione è stata presa all’unanimità dal collegio degli undici giudici.

La ripresa dei lavori domani, 25 settembre

Lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, ha annunciato la ripresa dei lavori del Parlamento domani, mercoledì 25 settembre. Bercow ha precisato che si tratta di una “ripresa” dei lavori e non di una “riconvocazione”. Lo speaker ha aggiunto che non ci sarà il Question Time del mercoledì del premier, infatti Johnson è a New York per l’Assemblea Generale dell’Onu, ma ci sarà comunque spazio per interrogazioni urgenti ai ministri.

La richiesta di dimissioni per Boris Johnson

Le rezioni politiche alla decisione sulla sospensione dei lavori del Parlamento britannico non si sono fatte attendere. Dopo la pesante sentenza sono subito partite le prime richieste di dimissioni nei confronti del premier Johnson da parte delle opposizioni.

La prima a parlare di dimissioni come “la prima cosa decente” che Johnson dovrebbe fare è stata Joanna Cherry, deputata indipendentista scozzese dell’Snp, in prima fila in uno dei ricorsi presentati contro la sospensione. Secondo Cherry, il verdetto stabilisce che “nessuno, neppure un monarca, è al di sopra della legge”.

Ma voci in favore delle dimissioni arrivano anche dal Labour, mentre per la leader liberaldemocratica Jo Swinson, “Johnson non è adeguato a fare il primo ministro”.

Esulta anche Gina Miller, l’attivista pro Remain promotrice di un altro dei ricorsi, secondo cui la sentenza non è politica, ma fa valere la legge e ripristina “lo stato di diritto”.

Brexit Parlamento chiuso, il caso

La Corte Suprema è dovuta intervenire con un nuovo giudizio per conciliare due pronunciamenti opposti.

L’Alta Corte di Londra il 6 settembre ha respinto un ricorso di alcuni attivisti guidati dall’imprenditrice Gina Miller che chiedevano di restare nell’Unione europea e ha dichiarato di essere “non competente” a giudicare per via giudiziaria la sospensione dei lavori del parlamento.

Al contrario l’Alta corte d’appello della Scozia, l’11 settembre ha dichiarato “illegale” la sospensione delle attività parlamentari, sostenendo che la scelta di Johnson fosse stata motivata “dall’obiettivo improprio di ostacolare il parlamento”. La sentenza ha rovesciato a sua volta il verdetto del 30 agosto dell’Alta corte di Edimburgo che si era rifiutata di fermare la chiusura.

Intanto il congresso del Labour il 22 settembre ha detto sì a un eventuale nuovo referendum sulla Brexit nel caso di una vittoria elettorale. Durante la conferenza nazionale del principale partito di opposizione è passata la linea del leader Jeremy Corbyn ed è stata respinta l’ipotesi di una campagna elettorale di sostegno senza condizioni al “Remain”.

L’uscita dall’Unione europea scatterà il 31 ottobre in automatico, salvo nuovi rinvii. In tal caso si attiverà il meccanismo del “backstop”, una soluzione di salvaguardia per evitare che rinasca un confine fisico rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord.

L’espressione “backstop” è traducibile come “rete di protezione” e descrive il meccanismo che dovrebbe entrare in azione a partire dal 2020 qualora il Regno Unito e l’Ue non dovessero trovare un accordo sulla Brexit. Il backstop prevede che il Regno Unito resti all’interno dell’unione doganale e stabilisce regole speciali per il transito delle merci, laddove nascerà il nuovo confine tra Unione europea e Regno Unito.

È un’operazione frutto dell’accordo dello scorso novembre tra Theresa May e l’Unione europea, che è stata però bocciata dal parlamento britannico. Per questa ragione non è ancora chiaro che cosa accadrà una volta diventata effettiva la Brexit.

Brexit, l’Alta Corte britannica dà ragione a Johnson: la sospensione del Parlamento è legale

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