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A un anno dalla morte di Aylan Kurdi cosa è cambiato per i migranti?

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Nel primo anniversario della scomparsa del bambino siriano che aveva suscitato commozione globale, non è cambiato molto nelle politiche di accoglienza dei migranti

È passato un anno da quando il corpo di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni annegato nelle acque del Mediterraneo insieme alla madre e al fratello di cinque anni, venne raccolto senza vita sulle rive dell’isola di Bodrum, in Turchia.

L’immagine di quel corpo senza vita disteso sulla sabbia ha fatto il giro del mondo, scatenando ondate di indignazione. Ma cosa è rimasto di quella commozione globale, degli hashtag e delle innumerevoli campagne di solidarietà? Solo una foto sbiadita. 

Esattamente un anno fa, la tragica fine di Aylan sembrava aver finalmente spostato il discorso politico sui rifugiati; i leader europei si mostravano sconvolti per quanto accaduto e avevano pertanto virato verso politiche più aperte e accoglienti, mentre molti media internazionali precedentemente ostili avevano assunto toni più concilianti. 

Sulla scia dell’emozione, due giorni dopo la morte di Aylan, la Germania aveva accettato di accogliere migliaia di profughi rimasti bloccati al confine con l’Ungheria.

La mossa aveva incoraggiato i leader dell’Europa centrale e orientale a creare un corridoio umanitario, dalla Grecia settentrionale a sud della Baviera, mentre il Canada aveva promesso di reinsediare 25mila siriani. 

Nel Regno Unito, l’ex premier David Cameron aveva accettato di accogliere 4mila rifugiati l’anno sino al 2020. La decisione dell’ex primo ministro britannico era stata acclamata perfino dal Sun, le cui pagine di opinione avevano in precedenza descritto i migranti come scarafaggi. 

Dopo che quell’immagine aveva fatto il giro del mondo, anche il tabloid britannico si era allineato al comune senso di solidarietà scaturito, lanciando e supportando in prima pagina una campagna di accoglienza in nome di Aylan Kurdi. 

Per onorare la morte del bambino siriano, molti leader europei alla fine di settembre del 2015 avevano approvato un piano di ricollocamento dei migranti, che aveva come obiettivo quello di riuscire a trasferire 120mila rifugiati dalla Grecia e dall’Italia verso altri paesi europei. 

Si trattava di un numero modesto di migranti, ma il gesto era stato interpretato come un momento di svolta per la politica migratoria europea. 

Ma cosa è rimasto di tutto questo? Nel primo anniversario della morte di Aylan Kurdi, suo padre, Abdullah Kurdi, se lo è chiesto più volte nel corso di un’intervista rilasciata alla BBC, mostrando di possedere una fonte inesauribile di speranza nell’appellarsi nuovamente ai leader mondiali per porre così fine alla guerra in Siria. 

L’immagine del corpo di suo figlio disteso su una spiaggia turca, ha ricordato l’uomo, aveva focalizzato l’attenzione del mondo sulla crisi dei rifugiati. Oltre ad Aylan, Abudllah perse anche la moglie Rihan e l’altro figlio, Galib, di cinque anni. La loro imbarcazione era affondata mentre si dirigeva verso l’isola greca di Kos. 

L’unico della famiglia a essere sopravvissuto è stato proprio lui, Abdullah, che oggi vive nel nord dell’Iraq. “Ogni giorno penso a loro, ma oggi mi sono sentito come se tutti e tre fossero al mio fianco e avessimo di nuovo la nostra vita insieme. Questo mi rende triste. In un primo momento, il mondo era ansioso di aiutare i rifugiati, ma questo senso comune di solidarietà si è spento dopo nemmeno un mese”.

“Anzi la situazione è peggiorata, la guerra si è intensificata e sempre più persone stanno fuggendo via dal paese. Spero solo che tutti i leader del mondo possano fermare la guerra, consentendo alla gente normale di fare ritorno alle proprie vite”.

Nel 2015, più di un milione di rifugiati e migranti hanno raggiunto l’Europa via mare dalla Turchia, ma migliaia sono annegati nei viaggi della speranza, a bordo di gommoni e imbarcazioni fatiscenti. 

Nel mese di marzo, un tribunale turco ha condannato due siriani a quattro anni di carcere per la morte di Aylan Kurdi, mentre altre quattro persone sono state condannate per traffico di essere umani, accusate di aver causato la morte per “negligenza deliberata”. 

È passato esattamente un anno dalla morte di Aylan Kurdi ma l’emozione di allora sembra sbiadita, proprio come l’immagine della cancelliera Angela Merkel, che accoglieva i disperati.

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