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La lettera dell’attivista di religione ebraica a bordo della Flotilla: “Come possiamo chiedere perdono per i nostri peccati mentre le bombe ed i proiettili piovono su Gaza?”

Immagine di copertina

David Adler, 33enne di origine ebraica, è uno degli attivisti a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla

David Adler, 33enne di origine ebraica, è uno degli attivisti della Global Sumud Flotilla. Prima di entrare nella cosiddetta “Zona Rossa”, l’attivista ha scritto una lettera molto personale su che cosa significa per lui essere ebreo in una missione che si sta concludendo durante lo Yom Kippur, il giorno più sacro del calendario ebraico, 
che si celebra oggi, mercoledì 2 ottobre 2025.

“Quasi mai scrivo ‘in quanto ebreo’. Condivido la stanchezza di dover mettere sempre i sentimenti ebraici al primo posto – quando un genocidio viene compiuto in nome dell’‘interesse nazionale’ sionista, e quando attivisti vengono arrestati, torturati e deportati in nome della nostra ‘sicurezza’. Ma oggi ho sentito il bisogno di scrivere in questo diario, in quanto uno dei pochi ebrei a bordo di questa missione, che riunisce oltre 500 persone provenienti da più di 40 paesi del mondo. Credo che la tempistica della nostra flottiglia non sia casuale. Al contrario, penso sia una benedizione che ci avviciniamo all’intercettazione proprio all’inizio di Yom Kippur, il nostro giorno annuale dell’espiazione. Come possiamo espiare ciò che è stato compiuto in nostro nome? Come possiamo chiedere perdono per peccati che si moltiplicano 
di ora in ora, mentre bombe e proiettili piovono su Gaza? Come possiamo prendere 
sul serio il nostro mandato di ‘riparare il mondo’, quando lo Stato di Israele è così determinato 
a distruggerlo? Se c’è un passo della Torah che ancora ricordo, è questo obbligo che ci impone: ‘Giustizia, giustizia perseguirai’. Come potremmo restare a guardare mentre lo Stato di Israele perverte questa sacra ingiunzione, supervisionando un olocausto del popolo palestinese?”.

Adler scrive ancora: “Ho aderito a questa flottiglia come qualunque altro delegato: per difendere l’umanità, prima che sia troppo tardi. Ma in questo Yom Kippur, mi ricordo che sono qui anche perché 
la mia eredità ebraica me lo impone. Da adolescente, mio nonno Jacques Adler si unì 
alla resistenza parigina contro i nazisti, rischiando la vita per sabotarne le operazioni, mentre i suoi amici e la sua famiglia venivano deportati a morire nei campi di concentramento. Quella è la tradizione a cui sono chiamato, e quella è la definizione di ‘giustizia’ che sento vera 
per la mia identità ebraica: poiché la stessa furia genocida che colpì i miei antenati 
è oggi rivolta contro le sue principali vittime. Yom Kippur è un giorno di digiuno, un modo per manifestare fisicamente la nostra espiazione. Ma da due anni, il popolo affamato di Gaza non ha scelta: deve rinunciare al pane quotidiano. Se le forze israeliane ci intercetteranno durante Yom Kippur, che vedano allora cosa significa 
la vera espiazione. Non digiunare nel comfort mentre i tuoi vicini muoiono di fame. 
Non pregare al sicuro mentre sganci bombe sulle loro teste. L’espiazione significa azione. Così, al calar del sole stasera, quando inizierà il digiuno, spero che altri ebrei si uniscano a me 
nel ridefinire il senso dell’espiazione: unendo alla preghiera silenziosa il coraggio dell’azione, per porre fine a questo orrore genocida”.

 

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