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L’attivista siriana nell’inferno delle carceri di Assad: “Torturata con bastonate e scossa elettrica”

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Noura Al Jizawy oggi vive e lavora in Canada, dove conduce la sua battaglia per promuovere la democrazia in Siria

Noura Al Jizawy è un’attivista siriana che dopo anni di torture nelle carceri di Assad è riuscita a ottenere una borsa di studio per un master presso l’Università di Toronto.

Noura, come riporta la Bbc, ha preso consapevolezza delle ingiustizie messe in atto in Siria sin da piccola. La ragazza, che oggi ha 29 anni, ha raccontato che durante la scuola elementare non le era concesso di scegliere la copertina del proprio quaderno.

“Avevamo tutti un unico quaderno con l’illustrazione del padre di Assad. Alcuni studenti parlavano spesso dei loro padri venuti a mancare. Ricordo ancora i discorsi delle donne che non avevano più notizie dei propri figli detenuti mentre cercavano di consolarsi l’una con l’altra.

Questi ragazzi furono arrestati dal padre di Assad nel 1980. Di loro non si hanno più notizie, nessun corpo ritrovato, solo silenzio”.

Noura Al Jizamy cominciò il suo attivismo durante gli studi universitari, a Homs, scrivendo articoli contro il regime di Assad. Prese parte alla rivoluzione siriana spostandosi in varie città per organizzare manifestazioni e proteste.

“Pensavamo che non ci sarebbe mai stata una vera rivoluzione. Ma poi la Primavera araba iniziò in Tunisia e arrivò fino in Siria, con la prima manifestazione a Damasco nel marzo del 2011. Per me era come un sogno”.

A causa del suo attivismo, del lavoro come blogger e della pubblicazione di articoli contro il regime, Noura fu arrestata per due volte.

“Eravamo consapevoli del fatto che il regime non ci avrebbe mai permesso di manifestare per chiedere i nostri diritti. Ci ha però sconvolto il silenzio da parte della comunità internazionale. Negli anni Settanta e Ottanta, nonostante i massacri messi in atto, non c’era Internet per parlare di quello che stava accadendo. Speravamo che le denunce tramite i social ci avrebbero protetti ma non è stato così”. 

Nel mese di maggio del 2012, Noura fu rapita da uomini armati e messa su una macchina per essere portata in carcere. Fu rinchiusa in varie prigioni siriane, all’interno delle quali fu presa ripetutamente a bastonate e torturata con la scossa elettrica.

Un altro tipo di tortura a cui fu sottoposta, consisteva nel costringerla a sentire le urla degli altri detenuti quando venivano a loro volta torturati dalle forze del regime.

Per Noura si è trattato di una forte violenza psicologica, che l’ha costretta a cedere e a rivelare particolari sul movimento di attivisti di cui faceva parte.

“Non ero preoccupata per me ma per gli altri attivisti che stavano continuando la rivoluzione”.

Anche Alaa, sorella minore di Noura, venne rinchiusa nelle carceri siriane e sottoposta a torture ancora più brutali.

Dopo il rilascio di Alaa, Noura e la sua famiglia decisero di scappare in Turchia per curare la ragazza.   

“E’ stata torturata ancora più di me, a causa mia. Mia sorella dopo il rilascio si trovava in  condizione psicologiche terribili. Solo per questo ho deciso di lasciare la Siria e andare in Turchia per tentare di curarla” ha spiegato Noura.

In Turchia, Noura incontrò il marito, un altro attivista siriano, che lavorava in una rete di esperti di sicurezza informatica per l’Università di Toronto. Da qui il collegamento con il Canada e l’ottenimento di una borsa di studio. 

Al suo arrivo in Canada, l’attivista siriana fondò un’organizzazione, The Start Point, per fornire sostegno e supporto psicologico alle donne siriane che hanno subito torture e violenze sessuali  durante la detenzione nelle carceri in Siria.

Ora Noura è incinta di otto mesi di una bambina. E’ consapevole che la nascita della figlia potrebbe togliere tempo ed energie alle sue battaglie, ma è determinata a non abbandonare l’attivismo politico.

Inoltre, si augura che il conseguimento del master all’Università di Toronto possa aiutarla nel suo lavoro per promuovere la democrazia in Siria.

“Questa bambina è il futuro e non dovrà subire quello che è toccato alla nostra generazione”.

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