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Ashraf Fayadh, lo scrittore palestinese che rischia di nuovo la condanna a morte per le sue poesie

Immagine di copertina

Dopo una mobilitazione internazionale la pena capitale era stata commutata in 8 anni di carcere e 800 frustate. Ma ora il poeta rischia di essere ricondannato. La storia

Ashraf Fayadh ha 36 anni ed è nato in Arabia Saudita da genitori palestinesi. Nonostante la giovane età, è già un poeta e scrittore affermato nel suo paese di origine, nonché un artista e un curatore d’arte. Fa parte del collettivo di artisti Edge of Arabia e la sua bravura lo ha condotto a curare la mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia nel 2013, facendosi portavoce dell’arte saudita all’estero. 

Oggi Ashraf Fayedh vive in una prigione saudita scontando una pena per apostasia – ripudio totale del proprio credo – diffusione dell’ateismo, pur essendosi sempre proclamato di religione islamica, e per blasfemia contro Dio e il suo profeta. La sua pena ammonta ad otto anni di carcere e ottocento frustate. 

La vicenda di Ashraf comincia nel 2013 quando un giovane saudita lo denuncia a seguito di una lite.

Rilasciato il giorno dopo viene nuovamente denunciato per aver promosso l’ateismo nel testo – Instructions within (Le istruzione sono all’interno) – che sarà poi al centro dei capi d’accusa mossi dal regime wahhabita.

Si tratta di un’antologia poetica pubblicata a Beirut nel 2008 che, secondo il tribunale di Abha, manca di rispetto al profeta Maometto e minaccia la moralità saudita. 

All’interno delle sue poesie si trattano temi scomodi al mondo arabo, come quelli legati alla religione, al consumismo, alla società. Ashraf utilizza il linguaggio coranico modificandolo per esprimere delle metafore forti nei confronti della società.

Tra le immagini più contrastate evocate dal poeta, ritorna quella del corvo, rappresentato da una donna che indossa il burqa. Nelle sue poesie sono presenti figure un po’ sensuali: l’amata e il letto che feriscono la società conservatrice. 

Nel novembre del 2015 un tribunale saudita l’aveva condannato alla pena di morte per decapitazione. A febbraio del 2016, grazie ad una diffusa mobilitazione di artisti, premi nobel, scrittori ed esponenti del mondo politico che ne chiedevano la scarcerazione, i riflettori si sono accesi su un caso che è diventato di rilevanza internazionale e che ha indotto la corte saudita a commutare la pena nell’attuale condanna di otto anni di carcere e 880 frustate, da ripartire in 16 sessioni.

Gassid Mohammed, scrittore, poeta e traduttore, docente di lingua araba all’Università di Bologna e Sana Darghmouni, anche lei docente all’Università di Bologna, si sono occupati di tradurre per la prima volta in Italia, l’intero testo di Instrucions within che stato pubblicato grazie alla casa editrice Terre d’Ulivi. 

“Abbiamo sempre seguito il caso e abbiamo sempre pubblicato le sue poesie”, ha spiegato Gassid a TPI. “L’idea di tradurre il libro è nata per sostenere il poeta a livello morale, per diffondere il suo caso in Italia, così che il ricavato delle vendite del libro possa esser d’aiuto alla famiglia nel sostenere le costose spese legali”. 

La decisione di pubblicare l’intero testo in italiano muove anche dalla preoccupazione dei due docenti riguardo l’incolumità di Ashraf: “Dopo l’interesse internazionale scatenatosi agli inizi di quest’anno”, spiega Gassid, “le luci sulla vicenda si sono spente e sembra che questo buio stia favorendo l’intenzione del governo saudita di ripristinare la pena di morte per Ashraf”.

Habib Fayad, fratello di Ashraf, è costantemente in contatto con il giovane Gassid, al quale ha dichiarato via messaggi solo due giorni fa che “si sta cercando o di stabilire la condanna attuale, 8 anni 800 frustate, o addirittura ricondannarlo a morte”. 

Habib continua ad inviare testi inediti di Ashraf al professor Gassid, il quale si occupa quotidianamente di tradurli e di promuoverli per far sì che si torni a parlare di questo caso e per “diffondere il diritto alla libertà di espressione per tutti gli scrittori e i poeti arabi che subiscono censura”. 

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