Come è cambiata l’Etiopia con il premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed

In 18 mesi di governo, il premier etiope ha messo fine alla guerra ventennale con l’Eritrea, avviato una stagione di riforme senza precedenti, raccolto grandi consensi a livello internazionale e vinto il Nobel per la Pace, ma come è cambiata la vita del suo popolo?

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 11 Ott. 2019 alle 17:42 Aggiornato il 11 Ott. 2019 alle 18:07
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Immagine di copertina
Abiy Ahmed Credit: AFP

Abiy Ahmed, chi è il presidente etiope Premio Nobel per la Pace 2019

L’assegnazione del Nobel per la Pace al più giovane leader africano, il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, rappresenta un ulteriore segnale di attenzione al continente, con cui il mondo, l’Europa e l’Italia dovranno sempre più fare i conti. “Siamo orgogliosi come nazione” per questo riconoscimento, è stato il commento a caldo del premier etiope, che in seguito ha dedicato l’onorificenza all’intero continente, in qualità di 12esimo cittadino africano a vincere il premio.

Eppure la domanda sorge spontanea: basta un premio Nobel per cambiare un Paese? Nonostante gli sforzi del governo di Addis Abeba, tutti i maggiori problemi dell’Etiopia sembrano essere ancora largamente irrisolti, mentre i dati forniti dalle principali agenzie internazionali indicano un acuirsi delle rivalità etniche a seguito delle riforme promosse dal neo premio Nobel, nonostante gli indubbi successi economici e politici riconosciutigli e un tasso di violenza lievemente inferiore rispetto agli anni passati.

In carica dall’aprile dello scorso anno, Abiy Ahmed è riuscito in pochi mesi a concludere un trattato di pace con la vicina Eritrea, con cui l’Etiopia era in guerra da 20 anni, a ristabilire le relazioni diplomatiche tra Asmara e le vicine Somalia e Gibuti, a mediare nel conflitto interno in Sud Sudan nonché tra i militari e l’opposizione politica nel vicino Sudan, e a far revocare dalle Nazioni Unite le sanzioni imposte al governo del presidente Isaias Afewerki, nonostante le gravi accuse di violazioni dei diritti umani contro il regime eritreo.

Insignito di varie onorificenze a livello internazionale, il primo ministro etiope ha intrapreso diverse riforme radicali in ambito politico, sociale ed economico, aprendo il Paese al mondo, liberando migliaia di detenuti politici e legalizzando i movimenti dell’opposizione, tutte misure che gli sono valse il plauso dell’intera comunità internazionale.

L’attivismo diplomatico di Abiy Ahmed ha poi riportato la seconda nazione più popolosa del continente al centro della scena nel Corno e in Africa orientale, stringendo nuovi legami con grandi investitori mediorientali come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti e attirando l’interesse economico della Cina, riportando in patria quasi 90 mila emigrati grazie a una serie di accordi internazionali.

Eppure, questi grandi risultati non sembrano ancora aver modificato in maniera radicale la vita quotidiano in Etiopia, un mosaico composto da quasi 109 milioni di persone, divise in decine di etnie diverse, che parlano altrettante lingue.

Queste comunità coesistono a fatica su un territorio politicamente unificato da secoli e che a differenza del resto del continente ha subito un periodo relativamente breve di dominazione coloniale. Questa convivenza è però minacciata da una serie di rivalità etniche, da una diffusa povertà e da un ambiente sempre più ostile, a causa dei cambiamenti climatici in corso sull’intero pianeta.

L’Etiopia rappresenta l’economia a più rapida crescita nel Corno d’Africa, ma il dividendo dello sviluppo tarda a raggiungere la maggior parte della popolazione, nonostante i risultati raggiunti nella riduzione dei tassi di povertà. Secondo la Banca mondiale, si tratta infatti ancora di uno dei Paesi più poveri al mondo, con un reddito pro capite annuo di soli 790 dollari.

Eppure l’economia di Addis Abeba ha registrato un’ampia e solida crescita negli ultimi 10 anni, segnando un incremento medio del 9,9 per cento annuo tra il 2007/08 e il 2017/18, rispetto a una media regionale del 5,4 per cento. Tuttavia, proprio nell’ultimo anno gestito dal nuovo premier l’aumento del Pil reale dell’Etiopia è rallentato al 7,7 per cento e le ultime riforme non sembrano aver aiutato, almeno non ancora, la porzione più povera (e più vasta) del Paese africano.

La crescita etiope è stata infatti trainata soprattutto dal settore secondario, in particolare dall’edilizia, e dal terziario, in un Paese ancora largamente agricolo.

La maggior parte degli etiopi vive di agricoltura e pastorizia di sussistenza, che da un lato sono facilmente influenzate dai cambiamenti climatici e dall’altro non sono per lo più state coinvolte nelle nuove riforme varate ad Addis Abeba, volte in particolare ad aprire ai privati i monopoli statali su diversi settori fondamentali dell’economia, come l’aviazione e le telecomunicazioni e ad attirare investimenti dall’estero.

Secondo la Banca mondiale, l’agricoltura e l’industria manifatturiera hanno dato un contributo inferiore all’incremento del Pil etiope nel 2017/18 rispetto a quanto rilevato durante l’anno precedente, mentre i consumi privati ​​e gli investimenti pubblici hanno sostenuto la crescita dal lato della domanda, assumendo un ruolo sempre più importante nell’economia del Paese.

Queste riforme mirano a rendere l’Etiopia un Paese a reddito medio-basso entro il 2025, trasformandolo in un polo produttivo a livello continentale e incanalando una larga fetta della popolazione contadina nella produzione industriale.

Come gran parte dell’Africa, il Paese ospita milioni di giovani al di sotto dei 30 anni, che compongono il 70 per cento della popolazione. Se alcuni considerano questa crescente forza lavoro come un peso a fronte della già alta disoccupazione, altri vedono questo “dividendo demografico” come un’enorme opportunità per l’Etiopia e così sembra pensarla il premier Abiy Ahmed.

Il governo etiope sta infatti dedicando una quota elevata del proprio bilancio a programmi e investimenti a favore dei poveri, dell’occupazione giovanile e dell’istruzione, ma le sfide da affrontare restano incredibilmente difficili.

L’Etiopia risulta infatti al 173esimo posto su 189 Paesi del mondo nell‘indice di sviluppo umano, che rileva le disuguaglianze all’interno di un territorio al di là delle dinamiche di reddito, mentre il tasso di alfabetizzazione degli adulti è pari a solo il 39 per cento e oltre un quarto della popolazione vive ancora al di sotto della soglia di povertà.

Secondo uno studio condotto in collaborazione tra il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa) e le ambasciate tedesca e austriaca in Etiopia, grazie agli alti tassi di crescita economica raggiunti negli ultimi due decenni, qualche risultato comincia però a intravedersi in Etiopia.

Oggi la capitale, Addis Abeba, sede del quartier generale dell’Unione africana, è una metropoli in cui svettano diversi grattacieli e circola il primo tram elettrico alimentato da energie rinnovabili dell’Africa subsahariana, a simboleggiare il progresso del Paese. Ma molto è cambiato anche nelle regioni rurali, soprattutto grazie alla strategia di sviluppo del governo, conosciuta come Growth & Transformation Plan (GTP), la cui seconda fase, in corso nel 2019/2020, intende “aumentare la qualità della produzione industriale, stimolare la concorrenza e migliorare le condizioni di vita” degli etiopi.

A partire dal 2000, l’ampliamento dei servizi sanitari a tutte le comunità a livello nazionale ha contribuito a dimezzare la mortalità infantile in Etiopia, mentre il maggiore ricorso delle donne ai contraccettivi e la diffusione dei controlli sanitari durante la gravidanza ha ridotto “drasticamente” la trasmissione delle malattie infettive, come la malaria e l’HIV/AIDS.

In generale, la maggiore diffusione del sistema sanitario etiope ha portato a un incremento considerevole dell’aspettativa di vita, aumentata in media di circa 16 anni dal 1990. Inoltre, grazie agli importanti investimenti del governo, arrivati fino al 30 per cento del bilancio nazionale, molti più etiopi hanno ora accesso all’istruzione, in particolare le ragazze e le giovani donne. Infatti, mentre nel 2000 il 70 per cento delle bambine tra i nove e i dodici anni non aveva accesso all’istruzione, nel 2016 il dato era sceso al 2 per cento.

Inoltre, Addis Abeba ha spinto sempre più per uno sviluppo in senso tecnologico dell’agricoltura, istituendo una rete nazionale di consulenti agricoli e investendo in nuovi metodi di coltivazione per aumentare la resa delle piccole proprietà fondiarie, raddoppiando di fatto i raccolti in meno di 25 anni. Grazie a queste politiche, i proventi delle vendite di caffè, il primo prodotto da esportazione dell’Etiopia, sono aumentati di oltre sei volte e il Paese è diventato uno dei principali esportatori mondiali di fiori recisi. 

Questi risultati, in campo sanitario, educativo e agroalimentare, hanno diminuito il numero di nati per donna in Etiopia. In nessun altro Paese dell’Africa sub-sahariana infatti il tasso di fertilità è diminuito più rapidamente dalla metà degli anni ’90. Questa trasformazione demografica sta modificando la struttura stessa della popolazione, concentrando in particolare l’attenzione del governo sui giovani in età lavorativa.

Dall’inizio degli anni 2000, la popolazione attiva è cresciuta più rapidamente della popolazione nel suo insieme, una situazione molto simile a quella sperimentata negli scorsi anni dalle più vitali economie asiatiche, che potrebbe permettere all’Etiopia di diventare uno dei primi Paesi dell’Africa sub-sahariana a trarre profitto dal cosiddetto “dividendo demografico”.

Eppure, nonostante le riforme economiche, le aperture politiche e i cambiamenti sociali in corso in Etiopia, c’è chi è rimasto indietro e non è riuscito a salire sul “treno dello sviluppo”. Secondo un recente rapporto della Croce Rossa, 8,5 milioni di persone sono a rischio insicurezza alimentare nel Paese, dove lo scorso anno sono stati registrati circa 375 mila casi di malnutrizione acuta grave in bambini al di sotto dei 5 anni di età e 3,6 milioni di casi di malnutrizione moderata.

Se la fame costituisce un grave pericolo per il Paese, la siccità resta ancora la principale causa delle catastrofi umanitarie dovute a eventi naturali in Etiopia. Secondo la We Are Water Foundation di Barcellona, circa 42 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile in Etiopia, dove ogni anno 8.500 bambini al di sotto dei cinque anni di età muoiono a causa di malattie causate da acqua contaminata. L’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari per l’Africa meridionale e orientale (Unocha Rosea) ha denunciato come nel Corno d’Africa “le stagioni di siccità ricorrenti, la scarsità d’acqua e altri shock climatici sono stati fattori trainanti di alti livelli di malnutrizione, epidemie, insicurezza alimentare e dell’aumento degli sfollati, innescando un aumento dei bisogni umanitari nella regione”.

Diverse e vaste aree del Corno d’Africa risultano infatti esposte a fenomeni meteorologici estremi, che incidono sulla disponibilità di acqua e sulle condizioni igieniche della popolazione, aumentando il rischio di epidemie che, unito agli alti livelli di povertà e disoccupazione, comporta una cronica insicurezza alimentare per milioni di persone, costrette a spostarsi, soprattutto tra i Paesi della regione, mettendone a rischio gli equilibri etnici. 

Se le Nazioni Unite e altre organizzazioni sottolineano gli “impressionanti” e allo stesso tempo non ancora sufficienti risultati raggiunti in senso economico e sociale dall’Etiopia, ne evidenziano tuttavia anche le conseguenze sulle rivalità etniche, che accrescono l’instabilità. Proprio l’insicurezza e i conflitti etnici hanno infatti aumentato il numero di persone costrette a lasciare le proprie case nel Paese. Secondo il Centro di monitoraggio degli sfollati interni (Idmc), un gruppo di studio con sede a Ginevra, la situazione umanitaria in Etiopia è peggiorata nel corso dell’ultimo anno.

“Nella prima metà del 2019, sono stati registrati circa 755 mila nuovi sfollati, di cui 522 mila causati da guerre e conflitti e 233 mila da catastrofi naturali”, si legge nell’ultimo rapporto dell’Imdc, secondo cui nel 2018 l’Etiopia ospitava circa 2.137.000 sfollati interni, più di un Paese in guerra come la Siria. Eppure, secondo quanto dichiarato il 7 ottobre in parlamento dalla presidente etiope, Sahle-Work Zewde, questo dato è calato nel 2019 di 100 mila unità, grazie “agli sforzi congiunti dei governi federali e regionali”, a dimostrazione che l’azione politica riformatrice può influenzare la situazione umanitaria del Paese, che resta tuttavia molto complessa, anche a causa delle rivalità etniche interne.

Almeno la metà degli sfollati ha infatti dovuto abbandonare le proprie case per gli scontri etnici avvenuti negli ultimi due anni. Dal settembre del 2017, sono stati registrati almeno 1,2 milioni di sfollati soltanto lungo i confini tra la Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popolazioni del Sud (Snnp), a maggioranza somala, e quella di Oromia, la più estesa del Paese nonché abitata dall’etnia d’origine del premier Abiy Ahmed.

Un’ondata di scontri ha colpito questo stato dal 18 aprile 2018, a causa della crescente tensione dovuta proprio alle più recenti riforme politiche, sociali ed economiche attuate dal governo federale, che hanno cambiato i rapporti di forza tra le etnie etiopi. Nell’agosto dello scorso anno, si sono verificate una serie di violenze sanguinose, in un conflitto che ha interessato 52 mila residenti in quattro città della regione e ha provocato 17 morti e l’incendio di 8 chiese.

La stessa regione somala-etiope vive da alcuni mesi un conflitto strisciante con l’etnia Sidama, il quinto gruppo etnico del Paese (il 4 per cento della popolazione totale etiope), che chiede di formare un proprio stato autonomo, per cui Addis Abeba ha organizzato un referendum che si terrà il 13 novembre, non senza provocare ulteriori tensioni nell’area, che a luglio hanno provocato almeno 25 morti nella città di Hawassa e nei suoi dintorni, durante alcuni scontri avvenuti tra le forze di sicurezza e i manifestanti pro-autonomia. Secondo Medici senza Frontiere, altre crisi etniche si sono verificate nelle zone di Gedeo e Guji occidentale e nello stato di Benishangul Gumuz, nella parte occidentale del Paese, che hanno provocato almeno 250 mila sfollati.

Ponendo l’accento sulle modalità di assistenza umanitaria che vedono le organizzazioni come semplici sostenitori della fornitura di servizi guidata dal governo etiope, la stessa Medici senza Frontiere riconosce l’esistenza di un problema di “individuazione dei beneficiari” degli aiuti. Ampliando la questione alla fornitura, non solo dell’assistenza in caso di emergenze e catastrofi, comunque frequenti nel Paese, ma all’intero insieme dei servizi pubblici offerti alla popolazione, la competizione etnica per le risorse e la loro gestione può facilmente trasformarsi in un fattore di instabilità.

Non aiutano in questo senso i piani del premier e neo-premio Nobel per la Pace di mobilitazione dei partiti politici della sua regione natale, la più estesa e popolosa d’Etiopia, sede di un’etnia tradizionalmente non al potere ad Addis Abeba, a collaborare “per servire il popolo Oromo” e unirsi in vista delle elezioni del prossimo anno. Negli ultimi 18 mesi, Abiy ha infatti lavorato per ottenere l’ormai prossima fusione tra i due principali partiti Oromo del Paese: l’Oromo Democratic Party (ODP), guidato dallo stesso primo ministro, e il movimento di opposizione Oromo Liberation Movement (OLF).

Alle prossime consultazioni, questa nuova formazione sarà il principale partito a rappresentare l’etnia più numerosa dell’Etiopia, un fatto che potrebbe accendere ancora di più la competizione etnica nel Paese. Abiy guida un movimento parte della coalizione di governo Fronte Democratico Rivoluzionario dei popoli etiopi (EPRDF), formata anche dal Partito Democratico Amhara (ADP); dal Movimento Democratico dei Popoli dell’Etiopia meridionale (SEPDM); e dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), al potere dal 1989 e che controlla tutti i seggi in parlamento.

Proprio il TPLF, guidato dall’ex ministro Debretsion Gebremichael, oggi presidente della regione del Tigray, ha accusato il premier di voler osteggiare l’etnia tigrina nella gestione del potere. Questa comunità, che rappresenta solo il 6 per cento degli etiopi, è sempre stata tradizionalmente vicina al governo e vede ora a rischio la propria posizione all’interno del Paese, tanto che lo scorso mese la regione ha ospitato un raduno di studiosi che ventilavano la possibile indipendenza dello stato da Addis Abeba.

Le riforme del premier stanno infatti lentamente smantellando il federalismo su base etnica costruito in Etiopia, con il risultato che le rivendicazioni delle minoranze sono aumentate, mentre gli attori politici storici reagiscono per conservare il proprio potere. Nonostante il disarmo, il ritorno in patria di gruppi armati composti da ex ribelli, anch’essi riuniti su base etnica, non aiuta il processo di pacificazione, rischiando invece di fomentare le violenze.

Le attuali fragilità del federalismo etiope rischiano di essere sfruttate dai movimenti politici istituiti su base etnica per creare instabilità. Un valido esempio è rappresentato dal tentato golpe militare dello scorso anno, che mirava a deporre Abiy e che vedeva coinvolti in particolare esponenti politici avversi all’etnia Oromo.

Questi fattori di instabilità potrebbero, secondo la Banca mondiale, mettere a rischio la crescita dell’Etiopia, deprimendo gli investimenti diretti esteri, il turismo e le esportazioni. Allo stesso tempo però, l’organizzazione internazionale pone l’accento sulla riduzione della povertà, la creazione di nuovi posti di lavoro e l’approfondimento delle riforme come soluzioni alle sfide poste ad Addis Abeba, nonostante la rivalità etnica si accenda proprio sulla gestione di queste politiche.

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