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In Italia 100mila lavoratori in meno a dicembre, 99mila sono donne. Ma la politica le ignora

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 2 Feb. 2021 alle 16:33 Aggiornato il 2 Feb. 2021 alle 16:36
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Sembrano numeri impossibili: eppure su 101.000 nuovi inoccupati in Italia, 99.000 sono donne, secondo le stime dell’Istat, che ha pubblicato ieri i dati dell’occupazione del dicembre 2020.

La diminuzione degli occupati, rispetto al mese precedente, coinvolge soprattutto gli autonomi (-1,5%), e rispetto al dicembre 2019, gli occupati in Italia sono diminuiti di quasi mezzo milione di unità (444.000 per una media di -1.9%).

Dati che fotografano una dimensione di grave emergenza: sono donne e autonomi le categorie più colpite dagli effetti della pandemia sul mondo del lavoro.

Categorie essenziali per lo sviluppo di qualunque ecosistema economico e per la tenuta di un sistema sociale. L’istituto di ricerca non è preposto a identificare le cause di questo dato, che possono essere associate a più fenomeni: la crisi dei consumi ha obbligato 73.000 imprese a chiudere, e si stima che 17.000 di queste non riapriranno più. La didattica a distanza, necessaria per contenere il virus, ha imposto limiti alle donne lavoratrici, molte di loro costrette a scegliere tra carriera e famiglia, gli autonomi colpiti, oltre che dalla crisi, da malattia (e da Covid-19) rischiano ancora oggi di non avere alcun contributo o sostegno da parte dello Stato.

Se la dimensione “sociale” di uno Stato si misurasse dal grado di intervento dell’economia, il nostro Paese sarebbe senz’altro ai primi posti, e infatti è tra gli ultimi per libertà economica (80esimo posto, secondo l’Economic Freedom of the World Index), dopo Paesi come il Marocco o il Kyrgyzstan, eppure le tutele per categorie vulnerabili, come donne e autonomi (molti sono giovani) stentano a essere considerate dalla classe politica.

Da una valorizzazione dei servizi pubblici (come asili e scuole al pomeriggio) a sgravi fiscali, sarebbero numerose le possibilità di intervento politico su una fetta di popolazione che sembra ormai rassegnata ad essere considerata ultima tra le priorità della classe politica, sorpassata da gruppi di interesse statisticamente meno popolosi, ed economicamente meno rilevanti, ma meglio organizzati.

Se i nostri Governi continueranno a ignorare donne, autonomi e giovani rischieranno, però, di perderci tutti: senza un sostegno alla crescita demografica, senza sgravi a partite iva (che già scontano i rischi della precarietà), rischieremo di veder diminuire consumi nel privato e contributi al pubblico, con ripercussioni sull’intero sistema economico.

Queste categorie non possono contare su sindacati o associazioni di categoria che possano rappresentarli ai tavoli decisionali, ma rappresentano una parte indispensabile della nostra società a cui lo Stato dovrà necessariamente dare delle risposte.

La sfida è aperta: con lo sblocco dei licenziamenti nella primavera, una situazione già di per sé critica potrebbe ulteriormente peggiorare, causando ripercussioni non solo economiche ma anche sociali e di sicurezza nazionale.
Diamo risposte a donne, autonomi e giovani, prima che sia troppo tardi, anche per tutti gli altri.

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