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Non è vero che i poveri sono poveri perché hanno preso decisioni sbagliate

Il falso mito della meritocrazia: le disuguaglianze non dipendono dalle nostre decisioni ma dalla società iniqua in cui viviamo. Così la povertà condiziona per sempre l'esistenza di chi nasce povero, anche a livello psicologico

Di Alessandro Sahebi
Pubblicato il 16 Dic. 2020 alle 16:53
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Il falso mito della meritocrazia: “Siete poveri perché lo meritate”

Nell’epoca dell’individualismo sfrenato e del mito del self-made-man un problema collettivo come quello della povertà viene percepito unicamente come una questione individuale: chi è povero lo è perché non si impegna abbastanza, non rischia e non si impegna. Un mito duro a morire ma falso: i poveri, il più delle volte, non sono poveri per colpa loro.

Se siete ancora poveri a 35 anni è perché lo meritate. Questa, almeno, è l’opinione di Jack Ma, fondatore di Alibaba (colosso cinese dell’e-commerce, ndr) e tra gli uomini più ricchi al mondo. Eppure, scrostata la narrativa dell’uomo che si è fatto da sé e da zero (tanto cara ai fermi sostenitori dell’esistenza di una meritocrazia perfetta), i dati parlano chiaro: l’ascensore sociale è piuttosto rallentato e nascere nella culla sbagliata, il più delle volte, ti condanna a morire in una tomba umile.

La povertà è un fenomeno collettivo che sempre più spesso viene collocato solo sull’asse del merito e che può portare le persone ad auto-colpevolizzarsi per la propria condizione economica. Ancora troppo poco sono considerati gli aspetti psicologici e i pregiudizi sociali legati a chi nasce – e spesso rimane a vita- in un contesto sociale svantaggiato.

L’effetto di questa distorsione visiva del fenomeno può essere problematico per la società e minare alla base le istituzioni democratiche. I poveri, dunque, sono poveri perché hanno preso decisioni sbagliate?

La “tassa mentale” sulle vite di chi ha di meno

Chi ha meno parte in salita e non solo sul piano delle condizioni materiali. I poveri sono meno intraprendenti, percepiscono scarsa fiducia nelle proprie capacità, scarso interesse, passività e soffrono di maggiori problemi psicologici. E non perché abbiano sbagliato qualcosa nella vita, ma perché la vita per loro è semplicemente molto diversa da chi ha di più.

Gli effetti della deprivazione subìta nelle menti di chi vive in una condizione di scarsità sono stati studiati in diversi ricerche, celebri quelli di Mullainthan e Shafir dell’Università di Princeton, e confermano quanto si sospetta da tempo: la povertà condiziona il nostro cervello a livello conscio e inconscio.

Essere poveri significa vivere con costante preoccupazione, dover prediligere la pianificazione a breve termine e non poter godere appieno delle gioie e delle soddisfazioni della vita. Nascere povero, secondo i ricercatori, significa dover pagare una tassa mentale quotidiana, che rende più difficile qualsiasi scelta e azione della propria esistenza e condanna gli individui a competere in un mondo dove i propri pari hanno il solo merito di essere dei privilegiati.

Un mondo dove la disuguaglianza è del tutto accettata e nascosta nelle insidiose pieghe della psiche umana accresce il senso di inadeguatezza e, per molti, è un duro colpo all’autostima. E no, non basta mettercela tutta.

I poveri sono percepiti come meno competenti sin da bambini

Gli stereotipi inducono chi è povero, e chi ne giudica l’operato, a svalutarne il valore. Come ben ricorda anche l’accademica italiana Chiara Volpato, considerata una dei maggiori esperti di psicologia sociale nel nostro Paese e autrice di Le radici psicologiche della disuguaglianza, “la cultura del privilegio tende, per sua natura, a normalizzare la disuguaglianza facendola percepire come naturale, scontata e ineliminabile”.

Una normalizzazione che drammaticamente si registra anche tra i banchi di scuola, già alle elementari. Crescere poveri espone a maggiori rischi per i bambini in fase di sviluppo psicologico, con altissimi costi per l’individuo e la società in generale.

A 3 anni un bambino nato in un contesto di scarsità può accumulare un gap di sviluppo cognitivo fino a 12 mesi rispetto ad un coetaneo benestante. A 4 anni comincia ad avere coscienza della propria condizione sociale e a 6 inizia a identificare i ricchi come “più competenti”, autoconvincendosi delle proprie capacità anche in relazione allo status della propria famiglia, dimostrando così di avere assorbito gli stereotipi della società in cui vive.

Chi nasce povero ha mediamente risultati scolastici peggiori già alle elementari a causa di un mix dato da contesti mediamente meno sereni e meno stimolanti ma anche dal pregiudizio che porta sulle proprie spalle e che molte volte interiorizza.

Persino nel mondo degli adulti, tra chi valuta, questo bias condiziona il metro dei propri giudizi, potenzialmente condannando chi proviene da un contesto sociale svantaggiato a essere considerato meno capace. Già da bambini, dunque, conta quanto hai, anche se non sai ancora contare.

I poveri sono poveri perché prendono decisioni sbagliate?

Viene da chiedersi che colpa possa avere un bambino delle elementari di essere nato povero e per questo di avere maggiori difficoltà. E neppure più avanti nel percorso di crescita dei cittadini le istituzioni sembrano essere in grado di colmare i gap, tanto che pochi giorni fa da Pisa, alla Normale, è partito un preoccupante allarme per bocca di Luigi Ambrosio: “Troppi nostri allievi sono di classi agiate”.

Chi nasce povero, il più delle volte, ci resta. Chi nasce ricco o super ricco molto raramente incontra le stesse difficoltà.

Il pensiero egemone ci impone di pensare che, tutto sommato, possa andare bene così. La scarsità è un fardello cognitivo che ha riflessi sulle prestazioni, sulla carriera e nei processi di problem solving, ma il fenomeno è ancora troppo valutato, forse per ideologia, come una questione di merito individuale.

E benché la nostra Costituzione, all’articolo 3, obblighi chi governa a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, sembrano ancora troppo pochi gli investimenti in misure che favoriscano l’ascensore sociale, spesso bollate come assistenzialismo nella sua accezione dispregiativa.

Sullo sfondo il divario tra ricchi e poveri cresce, alimentando risentimento e derive autoritarie tra un popolo sempre più disilluso e lontano dalle élite. Come diceva Zadie Smith in Swing Time, per rispondere infine alla domanda che apre questa riflessione, probabilmente la gente non è povera perché ha preso decisioni sbagliate ma prende decisioni sbagliate perché è povera. Non porre rimedio al fenomeno è una decisione politica quotidiana. Va anche detto questo.

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