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Home » Economia

Benzina sul fuoco: chi si arricchisce con la guerra all’Iran?

Immagine di copertina
Credit: AGF

Profitti più che raddoppiati, dividendi spettacolari e riacquisti di greggio e azioni, scommettendo sul rialzo dei prezzi. Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, broker e major petrolifere incassano miliardi. Ecco come

Dall’inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha bloccato il transito di un quinto del petrolio commerciato a livello mondiale, il prezzo degli idrocarburi è schizzato.
I mercati sussultano alle minacce del presidente americano sul suo social Truth e alle tensioni nel Golfo Persico, mentre il prezzo del petrolio viaggia oggi sopra i 100 dollari al barile, (contro meno di 70 prima della guerra).
Il conflitto si è espanso quando in risposta agli attacchi occidentali Teheran ha colpito diversi hub e raffinerie nei Paesi del Golfo, spingendo ancora di più al rialzo i prezzi di diesel, benzina, gas e cherosene in Europa. Alcuni Stati, come il Bangladesh e lo Sri Lanka, hanno dovuto correre ai ripari, applicando razionamenti di energia e carburanti.  
Le aziende fossili, invece, possono festeggiare. Total Energies, la principale multinazionale petrolifera francese, attiva in 120 Paesi sparsi su cinque continenti, ha realizzato profitti record, pari a 5,8 miliardi di dollari nel primo quadrimestre del 2026, un aumento del 51% rispetto allo stesso periodo nel 2025. 
Altri gruppi petroliferi hanno registrato risultati simili. British Petroleum ha visto i suoi profitti schizzare del 131% rispetto ad un anno fa. Per il gigante saudita Saudi Aramco l’aumento è stato del 26%, con un utile di 33,6 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026. 
Per Aramco, decisivo è stato il possesso dell’oleodotto “East West”, che attraversa la Penisola Arabica dal Mar Rosso al Golfo Persico ed è quindi essenziale per aggirare il blocco dello Stretto. Un’infrastruttura che, secondo l’amministratore delegato Amin Hassan Nassr, contribuirà «ad attenuare l’impatto di una crisi energetica globale e fornire sostegno ai clienti». Ma il “sostegno” arriva soprattutto agli azionisti, a cui verranno versati 26 miliardi di dollari di dividendi, come annunciato dall’azienda.
Gli investitori nelle major del petrolio possono anche rallegrarsi di un aumento della propria capitalizzazione di mercato, che ha raggiunto un picco a fine marzo.

Prezzi in rialzo, stessi costi
Dopo meno di due settimane dai primi attacchi sull’Iran, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) lanciava l’allarme, denunciando come la guerra stesse creando «la più grave crisi dell’offerta nella storia del mercato del petrolio».
Il timore di un drastico calo della produzione ha fatto esplodere il prezzo globale del greggio disponibile sul mercato, anche per i barili che non sono impattati dalla crisi. In un sistema capitalista mondializzato, il conflitto in Medio Oriente fa aumentare il prezzo del petrolio prodotto nel Mare del Nord come quello bloccato nel Golfo Persico. 
«È la logica spietata del mercato», ci spiega Rory Johnston, analista del settore e fondatore del centro di ricerca Commodity Context. «I prezzi elevati sono il modo in cui il mercato raziona l’offerta residua disponibile. Questo danneggia maggiormente le persone a basso reddito perché, in proporzione al loro bilancio familiare, pagheranno di più rispetto a una famiglia benestante».
Le aziende produttrici possono dunque vendere a prezzi al rialzo, anche quando i costi di produzione rimangono uguali. Ad esempio la spagnola Repsol, che non ha giacimenti in Medio Oriente, ha visto il suo profitto aumentare del 57% nel primo quadrimestre 2026, un risultato influenzato, secondo un comunicato, dalla «volatilità del contesto macroeconomico globale».
Anche le aziende che hanno dovuto diminuire la produzione a causa della guerra hanno potuto trarne profitto. A metà marzo la stessa TotalEnergies ha dichiarato in una nota che, nonostante il 15% della sua attività sia stato interrotto dalla guerra perché situato in Qatar, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, «l’aumento del prezzo del petrolio compensa ampiamente la perdita di produzione in Medio Oriente».
Shell ha interrotto a metà marzo la produzione di gas naturale liquefatto (gnl) del suo impianto Pearl, in Qatar, danneggiato da un attacco iraniano. Ciononostante, l’azienda britannica ha più che raddoppiato i suoi profitti tra fine 2025 e inizio 2026. Su 6,92 miliardi di dollari di utile, quasi 2 miliardi provengono dal trading e dalle raffinerie, che hanno aumentato il loro margine di profitto rispetto al 2025 grazie all’aumento dei prezzi dei carburanti.
Perché non è solo al livello estrattivo che le aziende hanno potuto godere dei benefici della guerra. Uno studio commissionato da Greenpeace mostra che in Europa le aziende impegnate nella raffinazione di carburanti (spesso esse stesse attive nell’estrazione di greggio) hanno fatto pagare ai consumatori più di quanto gli sia costato effettivamente l’aumento del greggio. Le aziende fossili europee avrebbero guadagnato così una media di 81,4 milioni di euro supplementari al giorno di extraprofitti durante le prime tre settimane di marzo.
«Lo scoppio delle guerre – ci spiega Emiliano Brancaccio, professore associato di economia politica presso l’Università Federico II di Napoli – ha sempre determinato occasioni di speculazione. Il conflitto militare crea sempre strozzature reali nella produzione e distribuzione di materie prime e di merci, a cui poi si aggiungono le restrizioni fittizie create dai cosiddetti speculatori, che guadagnano dai rialzi ulteriori dei prezzi. Fino a quando questi scenari di guerra perdurano, gli speculatori continueranno a brindare».
Cosa significa per i consumatori? Nel caso dell’Italia, Greenpeace stima il costo di questi extraprofitti a 14 centesimi per ogni litro di diesel alla pompa durante il mese di marzo. Un numero che non sorprende se si guardano i margini di raffinazione delle singole aziende – sarebbe a dire il guadagno sulla produzione di carburanti. Nel caso di Eni, ad esempio, sono quasi triplicati rispetto all’anno scorso.

Scommesse finanziarie
La corsa ai profitti non si ferma al livello puramente produttivo, ma si intensifica quando dai giacimenti e dalle raffinerie ci si sposta nel mondo della finanza, dove aziende, banche, fondi e traders possono scommettere sul prezzo del petrolio. 
«La volatilità è essenzialmente la migliore amica di un trader», spiega Rory Johnston. «Ogni volta che Trump pubblica un post sui social e i prezzi del greggio scendono di 15 dollari al barile, qualcuno può cogliere l’occasione e acquistare, se considera che si tratta di una reazione esagerata». Non gli resta poi che aspettare che il prezzo salga di nuovo per vendere e registrare un profitto. «E poi il ciclo si ripete ancora e ancora», prosegue l’analista.
TotalEnergies, secondo un articolo del Financial Times, ha più che raddoppiato i suoi acquisti di petrolio proveniente dal Golfo dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, accumulando greggio proveniente dall’Oman e dagli Emirati Arabi Uniti, il cui prezzo non ha smesso di salire fino a toccare i 170 dollari al barile il 19 marzo. Una scommessa che, secondo il quotidiano finanziario londinese, è valsa al gruppo più di un miliardo di dollari di profitti extra.
Le opportunità per fare questo tipo di affari non mancano alle aziende petrolifere. Il gioco d’azzardo è una parte costitutiva del mercato del petrolio mondiale. Le multinazionali e le compagnie di trading, infatti, spesso non comprano il petrolio al suo prezzo attuale, ma al prezzo che il mercato prevede che avrà in futuro. Sono i cosiddetti contratti “futures”. 
Sperando in una risoluzione del conflitto, i futures per acquistare greggio nei prossimi mesi applicano prezzi molto più bassi del prezzo attuale del petrolio. Se la crisi in Medio Oriente si prolungasse, continuando a limitare l’offerta e mantenendo alti i prezzi, chi avrà acquistato oggi con i contratti futures realizzerà un guadagno. Le famiglie, invece, non hanno altra scelta che pagare il prezzo della crisi oggi.

Pioggia di dividendi
A cosa serviranno i guadagni supplementari per queste aziende? A finanziare investimenti in energie rinnovabili? Ad aumentare i salari? Non proprio: Eni, ad esempio, si è impegnata «a distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario» agli azionisti, se il barile dovesse rimanere sopra 90 dollari.
Su quasi sei miliardi di profitti registrati da TotalEnergies, due miliardi andranno direttamente agli azionisti sotto forma di dividendi, e l’azienda si è impegnata ad impiegarne altri 1,5 miliardi nel riacquisto di azioni proprie, un’operazione praticata dalle aziende quotate in borsa per fare aumentare il valore dei propri titoli, in modo da arricchire gli investitori. L’azienda non ha dato seguito alla richiesta di commento di TPI.
In questa crisi, secondo Emiliano Brancaccio, «si pone il problema della salvaguardia dei salari contro le nuove ondate inflazionistiche». Per l’economista, «servirebbe una nuova “scala mobile”, che aiuti i sindacati a proteggere il potere d’acquisto dei salari sia in generale, sia dalle fiammate dei prezzi che vengono dall’estero».
Il governo italiano, insieme a Germania, Spagna, Portogallo e Austria, ha chiesto all’Ue di applicare una tassa sugli extra-profitti delle grandi aziende energetiche. Ma l’esperienza della crisi causata dalla guerra in Ucraina nel 2022 ha dimostrato come le aziende possano aggirare tale tassa. L’Osservatorio europeo della fiscalità ha ad esempio calcolato che durante uno shock energetico, il 20% dei profitti extra delle aziende va a finire in paradisi fiscali. 
Proprio per il loro carattere internazionale, le aziende petrolifere possono dichiarare i propri profitti fuori dai Paesi dove hanno più attività, tramite filiali intermediarie in stati con livelli di tassazione più bassi. Una tecnica chiamata “profit shifting” che oggi sfugge al controllo della politica. 
Così, come nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina, la crisi di Hormuz dimostra che finché il sistema globale di produzione di energia e carburanti rimarrà lo stesso, i primi a pagare il prezzo della guerra continueranno ad essere i cittadini e le famiglie in condizioni più precarie.

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