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Home » Economia

Il cibo fragile. Perché la prossima crisi alimentare globale non nascerà dai campi, ma dalle rotte commerciali

Immagine di copertina
AGF

Lo Stretto di Hormuz è nel mirino del mondo per il petrolio e il gas. Eppure, attraverso quella fascia di mare stretta passa qualcosa di meno visibile ma altrettanto decisivo per la sopravvivenza di miliardi di persone come l’energia chimica che nutre l’agricoltura industriale. Ammoniaca, urea, fertilizzanti azotati. Sono questi, non solo i carburanti, a rendere lo stretto un punto di non ritorno per la stabilità alimentare del pianeta.

Per troppo tempo abbiamo considerato le crisi alimentari come eventi locali come una siccità, una guerra civile, uno shock temporaneo sui mercati. Oggi il rischio è sistemico. Non manca il cibo, per ora. Quello che vacilla è il sistema che lo produce.

La catena nascosta

Il cibo contemporaneo non è più solo terra e lavoro. È il prodotto finale di una rete globale che intreccia energia, chimica, logistica e geopolitica. Quando uno di questi fili si spezza, l’effetto non si manifesta immediatamente sugli scaffali, ma nei cicli produttivi successivi. E il punto più fragile di questa rete è il fertilizzante azotato, la cui produzione dipende in massima parte dal gas naturale.

Se il costo dell’energia sale o le rotte si complicano, il prezzo dei fertilizzanti decolla. Gli agricoltori, stretti tra margini ridotti e incertezza, tagliano le dosi o rinunciano agli acquisti. Il calo di produzione non si vede oggi, ma tra una stagione e l’altra. I mercati agricoli possono apparire stabili, ma quella stabilità è ingannevole perché oggi è il riflesso di stock accumulati e di inerzia produttiva. Il vero banco di prova sono i prossimi cicli colturali globali.

Se la riduzione degli input diventasse strutturale, la conseguenza sarebbe direttamente meno cibo nel mondo. A quel punto il pianeta si spaccherebbe in due. Nei Paesi ricchi, il problema sarebbe inflattivo con prezzi più alti, potere d’acquisto eroso, disuguaglianze aggravate. Nei Paesi poveri, il problema diventerebbe esistenziale con accesso negato al cibo, insicurezza alimentare di massa, instabilità politica, flussi migratori. La storia recente insegna che gli shock alimentari non restano mai confinati nell’economia. Diventano tensioni sociali, crisi di governo, conflitti regionali. Il cibo è una variabile politica prima ancora che economica.

Efficienza contro resilienza

C’è un secondo nodo, spesso rimosso dal dibattito pubblico europeo, rispetto al modello agricolo che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Altamente produttivo, ma profondamente dipendente da fattori esterni. Energia a basso costo, fertilizzanti importati, mangimi globali, filiere lunghe e complesse. Abbiamo scambiato la resilienza con l’efficienza. Il sistema funziona perfettamente in condizioni normali, ma cede rapidamente sotto stress.

I numeri di dicono che circa il 30% del fabbisogno di azoto dell’Ue proviene dalle importazioni, il 70% dei fosfati dipende dalla roccia fosfatica estera, il 40% del potassio è soddisfatto dall’estero. E i prezzi dei fertilizzanti azotati sono aumentati dell’80% rispetto alla media del 2024. Per il raccolto del 2026 la maggior parte del fabbisogno è ancora coperta, ma crescono le preoccupazioni per il 2027, quando gli agricoltori dovranno decidere cosa seminare e cosa concimare.

Il piano d’azione di Bruxelles

È in questo contesto che il Commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha presentato ieri, 19 maggio, il Piano d’azione sui fertilizzanti. Non si tratta di una revisione tecnica marginale, ma di un cambio di passo esplicito perché la Commissione ha scelto di dare priorità alla sicurezza alimentare, all’autonomia strategica e alla competitività, oggi e per il futuro.

Nel breve termine, Bruxelles ha annunciato un pacchetto di sostegno finanziario agli agricoltori colpiti, da erogare prima dell’estate attraverso il rafforzamento della riserva agricola della PAC. L’obiettivo è fornire liquidità immediata alle aziende, senza dover passare attraverso i piani nazionali degli Stati membri. Parallelamente, verrà attivato un nuovo regime temporaneo di liquidità che consentirà ai Paesi di reindirizzare i fondi non utilizzati verso schemi di compensazione parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti, con pagamenti anticipati dei contributi annuali e meno burocrazia.

Sul fronte normativo, la Commissione presenterà proposte legislative mirate per dare maggiore flessibilità agli Stati membri nella gestione dei piani strategici PAC. Le indicazioni raccomanderanno di sviluppare nuovi eco-schemi o misure agroambientali aggiornate, incrementare gli investimenti in agricoltura di precisione, agevolare l’utilizzo dei digestati e applicare in modo proporzionato la direttiva sui nitrati per quanto riguarda il calendario agrario. Si apre quindi uno spazio concreto per le aziende agricole che vogliono ridurre la dipendenza dagli input chimici puri.

Nel medio termine, l’obiettivo è ridurre la dipendenza dai fertilizzanti importati facilitando lo sviluppo di alternative europee, in particolare i fertilizzanti organici e di origine biologica. La Commissione valuterà il quadro normativo per renderli più accessibili, con sistemi di etichettatura e requisiti minimi di miscelazione con componenti a basso contenuto di carbonio. Un’ulteriore novità è il Partenariato UE per la catena del valore dei fertilizzanti, un forum strutturato che riunirà produttori, agricoltori e Stati membri per coordinare pratiche e strategie.

La domanda vera

Questo piano conferma che la PAC non può più essere solo una distribuzione di risorse. Deve diventare esplicitamente una politica di sicurezza strategica europea. La domanda non è più come sostenere gli agricoltori, ma come garantire autonomia produttiva in un mondo che si destabilizza.

Ma soprattutto significa che, molto semplicemente, senza reddito agricolo non esiste sicurezza alimentare. L’agricoltore non è un soggetto da assistere per compassione sociale, ma il perno strategico della stabilità dei sistemi alimentari. E quando il Commissario Hansen afferma che la sicurezza alimentare dell’Ue non è ancora a rischio, aggiunge subito dopo che le preoccupazioni riguardano l’accessibilità economica, la prevedibilità e la resilienza. Gli agricoltori hanno bisogno di certezze quando decideranno, quest’estate, cosa seminare.

Il rischio maggiore, oggi, non è soltanto un aumento dei prezzi nei supermercati dei Paesi ricchi. È la possibilità che intere aree del mondo escano progressivamente dalla capacità di accesso al cibo.

Abbiamo costruito un sistema alimentare globale estremamente efficiente, ma vulnerabile. Abbiamo globalizzato il cibo senza renderci conto che stavamo globalizzando anche la fame.

Forse la domanda decisiva non è se arriverà una nuova crisi alimentare. È quanto il mondo sarà preparato a gestirla quando i suoi effetti non saranno più potenziali, ma reali. Perché quando il sistema agricolo perde resilienza, non si indebolisce solo un settore economico. Si indebolisce la stabilità delle società.

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