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Disuguaglianze: ricorderemo il 2020 come uno degli anni peggiori

Nel 2020 i ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

Di Alessandro Sahebi
Pubblicato il 2 Gen. 2021 alle 13:34 Aggiornato il 2 Gen. 2021 alle 13:40
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Le persone ordinarie, nella maggior parte dei casi, hanno lasciato alle spalle quest’anno augurandosi un 2021 più fortunato: l’anno della pandemia ha colpito la classe media gravemente e ha reso ancora più difficili le condizioni di vita di chi già era in difficoltà. Per chi vive delle grandi rendite invece questo non non poteva essere anno migliore: il 2020 verrà ricordato come l’anno delle forti disuguaglianze e dell’incremento delle fortune dei super ricchi del pianeta.

Sia chiaro, gli indicatori che misurano i patrimoni dei ricchi e quelli del resto della popolazione segnano un incremento costante delle disuguaglianze da decenni, in Italia come nel mondo. Ad accelerare la disuguaglianza nel 2008 era stata la crisi economica scoppiata negli Stati Uniti, confermando un trend che ha continuato a crescere con solo alcune lievi flessioni a macchia di leopardo. Sebbene i dati del 2020 siano ancora in elaborazione le prime proiezioni sembrano essere allarmanti: la classe media e quella bassa si sono ulteriormente impoverite, con ancora più rapidità di quanto non stesse accadendo.

Lo strapotere dei super-ricchi cresce

Secondo l’indagine del quotidiano spagnolo El pais e una ricerca dell’Institute for Policy Studies di Data Forbes la ricchezza dei super paperoni globali è cresciuta, rispetto al 2019, di circa 1,77 trilioni di dollari, equivalenti ad oltre 1.440 miliardi di euro. Un +24 per cento che suona come beffa considerando le ingenti perdite della classe media e degli Stati per far fronte all’emergenza sanitaria.

Nella classifica delle 40 persone più ricche del mondo solo 8 hanno visto una decrescita, seppur lieve, dei propri patrimoni totali, confermando come chi ha di più ha guadagnato dalla crisi. A guidare la classifica dei miliardari, come nel 2019, troviamo Jeff Bezos che ha visto il proprio patrimonio aumentare di oltre il 67 per cento (193mila milioni di dollari), seguito da Elon Musk che ha registrato una crescita del 482 per cento (arrivando a 160mila milioni di dollari) e Bill Gates, arricchitosi del 16,3 per cento (131mila milioni di dollari).

Non solo i vertici più celebri della classifica: le previsioni disegnano uno scenario in cui l’1 per cento della popolazione più benestante vedrà aumentare i propri patrimoni a discapito degli altri percentili della popolazione, più esposti alla crisi economica legata alla pandemia globale.

Le ricchezze dunque si concentrano nelle mani di pochi, complice il polso debole e poco coraggioso degli Stati nelle politiche di redistribuzione, ed evidenzia le contraddizioni di un sistema che polarizza sempre di più le esistenze degli esseri umani. Le rendite volano grazie alla svalutazione del mercato del lavoro, generando classi sociali sempre più distanti tra loro: l’ascensore sociale si è bloccato e chi sta sotto ha davanti a sé un futuro ben più grigio di Bezos e compagni.

L’impoverimento della classe media: la pandemia per i più non è stato un affare

Sebbene i dati definitivi non siano ancora disponibili in nessuno dei maggiori centri di rilevamento mondiale (l’anno si è chiuso solo da un paio di giorni), nel 2020 diverse fonti hanno pubblicato dati parziali e proiezioni. Al di là dei numeri è evidente che la situazione economica di tante persone sia stata gravemente compromessa: a differenza dei super ricchi il reddito della classe media e bassa è perlopiù generato dal lavoro e non dalle rendite da capitale e sono stati tanti i settori colpiti dalle limitazioni agli spostamenti e ai contatti, direttamente o a causa della spirale negativa nell’indotto.

I dati in merito sono moltissimi, abbiamo riportato solo alcuni esempi significativi. L’Italia pre-Covid sicuramente non brillava tra i Paesi del G7 come la migliore in termini di disuguaglianze e già a gennaio i tre uomini più ricchi del Paese possedevano più di 6 milioni dei connazionali più sfortunati.

L’arricchimento squilibrato di pochi tuttavia compromette il benessere di molti. Il 2020 ha infatti accentuato la forbice.
Secondo la Caritas, il 2020 in Italia è l’anno del boom dei nuovi poveri: se nel 2019 coloro che si rivolgevano all’ente per la prima volta erano il 31 per cento nel 2020 sono stati il 45 per cento. Questo dato è confermato anche da una indagine della Banca d’Italia che stima, considerando anche le misure di sostegno, che quasi un terzo delle famiglie in Italia abbia visto il proprio reddito ridursi nel 2020 di più del 25 per cento.

Meno potere d’acquisto, più preoccupati e impoveriti: la classe media italiana (e mondiale) è in via d’estinzione. La preoccupazione, ce lo ha insegnato la Storia, si trasforma facilmente in frustrazione. E la frustrazione spesso porta con sé espressioni politiche mai piacevoli.

Giovani, minoranze e donne: i deboli sono sempre più deboli

I più colpiti dalla crisi sono coloro che per ragioni sociali già si trovavano in una condizione economica fragile. I Millennials, ad esempio, che già soffrivano per un processo di impoverimento generazionale, con il 54 per cento in meno di patrimonio rispetto alla media nazionale, e una maggiore difficoltà di collocarsi nel mondo del lavoro, con un 56 per cento di giovani occupati (ultimi in Europa), sono coloro che probabilmente si troveranno ad affrontare maggiori difficoltà.

Peggio anche per le donne, che secondo il report delle Nazioni Unite, The Impact of COVID-19 on Women, sarebbero più esposte a licenziamenti, tagli salariali e a maggiori pressioni dovute al confinamento domestico che imporrebbe loro di sacrificare parte della carriera per dedicarsi ai maggiori impegni in casa.

Non se la passano bene nemmeno le minoranze etniche: secondo diversi studi, tra cui uno dell’ente governativo statunitense Bureau Labor Statistics, la maggiore rappresentanza di immigrati e minoranze nei lavori ritenuti meno prestigiosi (e meno retribuiti) ha causato tassi più alti di licenziamenti. La manodopera meno specializzata è più suscettibile di tagli, e decurtazioni di stipendio, aggravando una situazione già preoccupante prima del 2020.

2021, l’anno della scelta: ridistribuire?

La pandemia ha dimostrato come le risorse per interventi strutturali possano essere trovate, il 2021 sarà per la politica un banco di prova importante. La minaccia della fuga di capitali e della delocalizzazione, che può evocare una multinazionale ma non un piccolo imprenditore, negli ultimi quarant’anni ha a volte impedito agli Stati di far valere gli interessi comuni a discapito di quelli di grandi aziende o dei loro azionisti.

Le democrazie, sotto pressione politica dall’interno e dall’esterno, devono saper dimostrare che la ridistribuzione è un obiettivo concreto e raggiungibile. Diversamente rischiano di trasformarsi, oramai nemmeno troppo lentamente, in plutarchie o di esporsi a forme autoritarie capaci di intercettare il crescente malessere.  La disuguaglianza è molto più dello yacht di Bezos, maggiore equità conviene a tutti. Non inseguirla è una scelta politica.

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