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Home » Economia

Amazon potrebbe eludere la tassa minima globale sulle multinazionali decisa dal G7

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L'accordo raggiunto a Londra dai ministri delle Finanze del G7 lascia al colosso dell'e-commerce una scappatoia per eludere la nuova tassazione

Amazon potrebbe eludere anche il recente accordo raggiunto dal G7 per un’imposta minima del 15 per cento sulle multinazionali, grazie a una scappatoia. La denuncia arriva dalle ong britanniche Fair Tax Foundation, Tax Justice Network e TaxWatch UK.

I ministri delle Finanze dei Paesi del G7 si sono impegnati a garantire un’imposizione fiscale minima sugli utili di colossi come Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Google per porre fine alla “corsa al ribasso” in cui i vari Stati riducono le proprie aliquote fiscali per invogliare le aziende a spostare sedi e profitti oltre confine. Eppure potrebbe esserci una scappatoia.

La storica intesa raggiunta il 5 giugno a Londra si fonda su due “pilastri“: far pagare alle aziende un’imposta percentuale sui propri profitti nei Paesi dove questi sono stati realizzati e imporre una tassa minima globale sugli utili societari, un provvedimento senza precedenti.

La scappatoia di cui potrebbe avvalersi Amazon (e non solo) è contenuta nei dettagli del primo di questi due pilastri. Secondo il comunicato finale emerso a margine dell’incontro dei ministri delle Finanze del G7, l’imposta sugli utili societari da pagare ai Paesi in cui questi sono stati realizzati è esigibile soltanto su “profitti superiori a un margine del 10 per cento per multinazionali più grandi e redditizie”.

Ed è proprio qui che entra in gioco il colosso digitale statunitense, una delle più grandi aziende al mondo con un valore di mercato superiore ai 1.600 miliardi di dollari e un fatturato di 386 miliardi di dollari registrato soltanto nel 2020. Come ricostruito di recente dal quotidiano britannico The Guardian, l’anno scorso in Europa Amazon ha fatturato circa 44 miliardi di euro, ossia 12 miliardi in più rispetto all’anno precedente: ciononostante, grazie a un accordo fiscale con il Lussemburgo, non ha pagato nemmeno un centesimo di tasse sugli utili.

Il caso, sollevato nel 2017 della Commissione europea, si è concluso recentemente davanti alla Corte di giustizia europea, che ha stabilito la legittimità dei privilegi fiscali di cui il gigante dell’e-commerce gode in Europa. La sentenza dei giudici comunitari era stata accolta con sdegno da parte delle opinioni pubbliche continentali, che attendevano proprio dal G7, dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dall’Unione europea un segnale di equità fiscale.

Nonostante i proclami, i dettagli dell’accordo raggiunto a Londra (che per ora resta sulla carta) potrebbero permettere a un colosso come Amazon di eludere anche la nuova imposta globale. Il margine di profitto registrato dalla multinazionale statunitense nel 2020 era pari “solo” al 6,3 per cento: un dato dovuto alla politica aziendale di mantenere contenuti i margini di profitto derivanti dall’attività di vendita al dettaglio online, in parte perché la società reinveste gli utili per lo più nell’impresa stessa e in parte per guadagnare ulteriori quote di mercato.

“In base al comunicato, Amazon non è interessata (dalla nuova imposta)”, ha spiegato Paul Monaghan, direttore della Fair Tax Foundation al quotidiano britannico The Guardian. Eppure, a margine della riunione ministeriale del G7 di Londra, la segretaria del Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, aveva annunciato alla stampa di aspettarsi che Facebook e Amazon sarebbero state direttamente coinvolte dalla nuova proposta.

Secondo la Fair Tax Foundation, il colosso digitale potrebbe essere interessato dalla proposta del G7 solo adottando un approccio Paese per Paese sulla base del principio di pagare le tasse sui profitti dove questi vengono realizzati. Nel Regno Unito ad esempio, l’azienda opera tramite società sussidiarie come Amazon Web Services, che nel 2020 ha realizzato un margine di profitto pari al 30 per cento, superando ampiamente la soglia prevista per la nuova imposta.

Tuttavia, quanto deciso a Londra rappresenta ancora un’intesa di massima che deve essere seguita da un accordo più dettagliato. Se non emergeranno altre disposizioni, le grandi aziende potrebbero comunque trovare il modo di compensare i profitti con le attività in perdita per restare al di sotto della soglia del 10 per cento.

“Se l’Ocse non può garantire che Amazon sia interessata dall’applicazione di queste norme, non solo non riuscirà a soddisfare la richiesta di equità proveniente dal pubblico, ma offrirà anche un modello ad altre importanti multinazionali per eludere quest’elemento di riforma”, ha commentato al Guardian il direttore della Tax Justice Network, Alex Cobham.

Malgrado la mancanza di disposizioni specifiche, il raggiungimento di un accordo in seno al G7 potrebbe favorire il negoziato in corso presso l’Ocse, dove però Paesi membri come IrlandaUngheria e Repubblica Ceca, con aliquote d’imposta sui redditi delle imprese inferiori al 15 per cento, continuano a opporsi ai piani per una global minimum tax.

L’Ocse sta attualmente lavorando a un accordo simile, così come il G20. In caso di raggiungimento di un’intesa, sarà però importante comprendere quanti benefici questa apporterà agli Stati che già hanno approvato specifiche norme fiscali per le multinazionali digitali, superate una volta approvato il nuovo accordo internazionale.

I governi di Regno Unito e Francia ad esempio hanno già annunciato che abrogheranno le disposizioni nazionali una volta ottenuta un’intesa globale. Secondo George Turner, direttore di TaxWatch UK, sarà fondamentale accertare se le società tecnologiche pagheranno più o meno tasse con il nuovo accordo. “Potremmo togliere loro denaro con una mano e ridarglielo con l’altra”, ha avvertito Turner.

Un altro problema potrebbe emergere in seno al G20, dove alcuni dei Paesi più poveri sostengono che l’imposta minima al 15 per cento sia ancora troppo bassa per poterne distribuire equamente i benefici fiscali. Secondo un’analisi della Tax Justice Network, i Paesi non appartenenti al G7 recupererebbero più del triplo delle entrate fiscali attualmente perse se l’aliquota fosse fissata al 25 anziché al 15 per cento. Insomma, la battaglia per una maggiore equità fiscale interna e internazionale sembra appena all’inizio.

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